Consideriamo una zona umida vicina a un centro abitato. Alcune persone la frequentano, altre vi riconoscono un elemento del paesaggio in cui sono cresciute; l’intera comunità può beneficiare della sua capacità di trattenere l’acqua e contribuire alla prevenzione delle alluvioni. Se quell’ecosistema si degrada, però, chi perde davvero? Chi ha un rapporto diretto con il luogo, chi diventa più esposto ai danni, chi dovrà sostenere il ripristino oppure chi erediterà un ambiente impoverito?
Queste domande mostrano perché il valore della biodiversità non coincide con il prezzo delle risorse che se ne possono ricavare. Un ecosistema sostiene benefici materiali, ma anche identità, relazioni sociali e responsabilità che non entrano facilmente in un calcolo monetario.
Dai servizi concreti ai significati condivisi
Nel 2005 il Millennium Ecosystem Assessment ha distinto quattro categorie di servizi ecosistemici: supporto, approvvigionamento, regolazione e servizi culturali. Questi ultimi comprendono benefici non materiali come il valore educativo e ricreativo, la dimensione etica e spirituale e il senso del luogo. Il quadro del MASE sul capitale naturale e i servizi ecosistemici permette quindi di leggere uno stesso ambiente sotto aspetti diversi.
Una zona umida, per esempio, può concorrere alla regolazione delle acque e offrire uno spazio per la conoscenza e la ricreazione. Un bosco può sostenere funzioni ecologiche e, nello stesso tempo, essere parte della memoria e dell’identità di una comunità. Le due dimensioni convivono: il fatto che un beneficio materiale possa essere misurato non rende meno reale quello culturale.
La biodiversità indica la varietà degli esseri viventi e delle loro relazioni ecologiche. Il capitale naturale è invece una cornice che considera le componenti della natura anche in rapporto ai benefici che rendono possibili. I servizi ecosistemici descrivono tali benefici e funzioni. Usare questi concetti come sinonimi farebbe perdere una distinzione importante: la biodiversità non è soltanto una riserva da amministrare, ma la trama vivente da cui dipendono quei contributi.
Valore economico, sociale, culturale ed etico
Il valore economico emerge quando un beneficio o una perdita vengono espressi attraverso costi, risparmi o altre grandezze monetarie. È utile per confrontare alcune alternative, ma non esaurisce ciò che conta. Il valore sociale riguarda invece il modo in cui benefici, rischi e possibilità di accesso sono distribuiti fra le persone. Acqua potabile, protezione dalle alluvioni e regolazione del clima sono risorse condivise: quando vengono compromesse, le conseguenze entrano nelle condizioni materiali da cui dipendono sicurezza e salute.
Il valore culturale riguarda i significati attribuiti a specie e luoghi. Un ambiente può contribuire all’identità collettiva, all’educazione, alle pratiche ricreative o alla dimensione spirituale senza produrre un ricavo diretto. Questo aspetto è particolarmente evidente nei luoghi vissuti ogni giorno: anche la biodiversità urbana partecipa alla qualità della vita quotidiana, perché il rapporto con la natura non si forma soltanto nelle aree remote o protette.
Il valore etico compare quando ci si domanda che cosa sia giusto proteggere, per chi e per quanto tempo. Una specie può meritare considerazione anche se non offre un’utilità immediata alle persone. Un ecosistema può essere conservato per chi vivrà in futuro o semplicemente perché la sua esistenza viene ritenuta importante. In questo caso non si sta assegnando un prezzo, ma riconoscendo un dovere o un limite all’azione umana.
Quando benefici e costi non ricadono sulle stesse persone
La perdita di biodiversità può indebolire gli ecosistemi e compromettere funzioni legate all’acqua potabile, alla fertilità dei terreni, all’impollinazione, alla prevenzione delle alluvioni e alla regolazione del clima. Il ripristino degli ambienti degradati può inoltre essere costoso, mentre alcune perdite possono risultare irreversibili.
Il problema sociale nasce quando il vantaggio di una trasformazione e il suo costo ecologico seguono percorsi diversi. Un soggetto può ottenere un beneficio immediato dall’uso intensivo di un’area, mentre gli abitanti esposti alle alluvioni, gli utenti di una risorsa idrica o la collettività chiamata a finanziare il recupero ne sostengono gli effetti. Non basta quindi sapere se un intervento produce valore: occorre capire chi lo riceve, chi assume il rischio e chi ha avuto la possibilità di partecipare alla decisione.
Anche il tempo distribuisce i costi in modo diseguale. Le generazioni presenti possono consumare una risorsa o semplificare un ecosistema, lasciando a quelle future meno alternative e spese maggiori per il ripristino. Chi verrà dopo non partecipa alla scelta, ma ne eredita le conseguenze. La responsabilità intergenerazionale nasce proprio da questa asimmetria.
Quattro modi di riconoscere il valore della natura
Il rapporto IPBES sui diversi valori della natura, pubblicato nel 2022 e redatto da 82 esperti, collega la crisi della biodiversità anche a una valutazione troppo ristretta della natura. La prevalenza dei profitti a breve termine ha favorito i valori strumentali, lasciando in secondo piano quelli ecologici e relazionali. La sintesi ISPRA sui diversi valori della natura presenta quattro prospettive complementari:
- Vivere dalla natura significa considerare le risorse e le funzioni che sostengono la vita umana.
- Vivere con la natura comporta riconoscere alle altre specie un valore intrinseco e la possibilità di prosperare.
- Vivere nella natura mette al centro il senso del luogo e il legame fra ambiente e identità.
- Vivere come natura considera il mondo naturale parte dell’esperienza fisica, mentale e spirituale delle persone.
Queste prospettive aiutano a distinguere tre forme di valore. Quello strumentale dipende da ciò che la natura rende possibile per le persone. Quello relazionale nasce dai legami con luoghi, comunità e altri viventi. Quello intrinseco riconosce importanza agli esseri viventi indipendentemente dal vantaggio che possono offrire.
Riconoscere un valore intrinseco non significa attribuire automaticamente a ogni specie un diritto giuridico. Significa, sul piano morale, ammettere che la sua possibilità di esistere e prosperare possa pesare in una decisione, anche quando non è disponibile una giustificazione economica.
I criteri etici che possono guidare una scelta
Un primo criterio valuta le conseguenze: proteggere un ecosistema è giusto perché evita danni e conserva benefici essenziali. È una prospettiva soprattutto strumentale, ma resta rilevante quando sono in gioco acqua, protezione dalle alluvioni o condizioni ambientali legate alla salute.
Un secondo criterio riguarda la giustizia. Chiede se benefici e costi siano distribuiti equamente fra territori, gruppi sociali e generazioni. In questa prospettiva una decisione non è adeguata soltanto perché produce un saldo economico positivo: deve anche evitare che il vantaggio di pochi trasferisca rischi e perdite ad altri.
Un terzo criterio considera il valore intrinseco e relazionale. La tutela può essere motivata dall’esistenza stessa di una specie oppure dal rapporto che una comunità mantiene con un paesaggio. Una tassonomia impiegata nell’analisi del capitale naturale distingue, con prudenza, anche valori di non uso: il valore di esistenza, quello altruistico verso altre persone della generazione presente e il valore di lascito per le generazioni future. La conservazione può dunque contare anche senza un utilizzo diretto della risorsa.
Nessuno di questi criteri deve necessariamente prevalere in ogni caso. Possono condurre alla stessa scelta per ragioni differenti: proteggere una zona umida perché riduce un rischio, perché è importante per l’identità locale, perché ospita altre forme di vita o perché deve rimanere disponibile per chi verrà dopo.
Che cosa cambia nelle decisioni di tutela
Valutare seriamente la biodiversità richiede di ampliare le domande poste prima di autorizzare una trasformazione. Oltre ai benefici immediati, bisogna individuare le funzioni ecologiche coinvolte, le persone che ne dipendono, i gruppi sui quali ricadrebbero i costi e la possibilità effettiva di recuperare ciò che viene perduto. Occorre poi considerare i significati culturali del luogo, l’interesse delle altre specie a prosperare e le alternative che resteranno alle generazioni future.
Una decisione può così apparire conveniente sul piano economico e risultare fragile sul piano sociale, perché trasferisce i costi alla collettività. Oppure può tutelare un ambiente senza un ritorno monetario immediato, ma conservare relazioni, identità e possibilità future che una cifra non saprebbe rappresentare.
Proteggere la biodiversità è quindi una scelta ecologica per le funzioni che mantiene, sociale per il modo in cui distribuisce risorse e rischi, ed etica per la responsabilità assunta verso altri viventi e generazioni future. Decidere che cosa conservare significa anche decidere quali relazioni vogliamo mantenere e quali condizioni siamo disposti a lasciare a chi non può ancora prendere parte alla scelta.
