Due popolazioni della stessa specie possono essere esposte alla medesima pressione ambientale e reagire in modo diverso. Se nella prima gli individui sono geneticamente molto simili, una malattia o un cambiamento delle condizioni climatiche potrebbe colpirli in maniera relativamente uniforme. Se la seconda contiene più varianti genetiche, aumenta invece la possibilità che alcuni individui possiedano caratteristiche favorevoli nelle nuove condizioni. Non è una garanzia di sopravvivenza, ma un insieme più ampio di risposte possibili.
La diversità che esiste all’interno di una specie
La biodiversità genetica indica la variabilità dell’informazione genetica tra gli individui della stessa specie. È distinta dalla diversità specifica, cioè dalla presenza di specie differenti, e dalla diversità ecosistemica, che riguarda ambienti e interazioni ecologiche. Questi tre livelli sono collegati, ma non sono intercambiabili.
Per questo non basta contare quante specie vivono in un territorio. Anche una specie ancora diffusa può aver perso una parte della propria diversità genetica se rimangono poche popolazioni molto simili tra loro. Allo stesso modo, il numero di varietà coltivate è un indicatore utile soltanto se quelle varietà conservano differenze genetiche effettive: nomi diversi non corrispondono automaticamente a patrimoni genetici diversi.
La variabilità può essere distribuita sia tra popolazioni sia al loro interno. Popolazioni della stessa specie, rimaste a lungo in ambienti differenti o sottoposte a diverse pratiche di selezione, possono quindi rappresentare risorse non equivalenti. Proteggere soltanto una popolazione non conserva necessariamente tutte le opzioni presenti nella specie.
Come la variabilità alimenta l’adattamento
Una pressione ambientale non ha lo stesso effetto su ogni variante genetica. Alcune differenze possono risultare irrilevanti; altre possono influire sulla risposta a un patogeno, alla disponibilità d’acqua, alle temperature o ad altre condizioni. Gli individui portatori delle varianti più favorevoli in quel contesto hanno maggiori possibilità di sopravvivere e riprodursi. Nel corso delle generazioni, quelle varianti possono diventare più frequenti nella popolazione.
La selezione agisce dunque sulle differenze disponibili. Se una popolazione conserva più varianti, è più probabile che almeno alcune siano utili di fronte a una nuova pressione. Una popolazione geneticamente uniforme potrebbe comunque possedere una caratteristica adatta e superare il cambiamento; potrebbe però anche essere vulnerabile nel suo complesso. La diversità riduce questa dipendenza da un’unica risposta biologica.
Il vantaggio non consiste nell’avere la massima variabilità in astratto. Conta quali varianti sono presenti e come interagiscono con l’ambiente. Una caratteristica favorevole in condizioni di siccità, per esempio, non è necessariamente vantaggiosa in un ambiente diverso. Per questo non esiste una soglia universale oltre la quale una popolazione possa essere definita resiliente, né la diversità permette di prevedere quale variante funzionerà in ogni scenario futuro.
Il suo valore è soprattutto probabilistico: amplia il materiale sul quale può operare la selezione naturale. Mantenere popolazioni differenti significa evitare che le possibilità di adattamento dipendano da un patrimonio genetico troppo ristretto.
Perché conta nella selezione agricola
Lo stesso principio vale per la selezione artificiale. Il miglioramento delle colture non parte da caratteristiche progettate dal nulla, ma dalla variabilità disponibile nelle piante. Le linee guida della FAO riconoscono nella diversità genetica una base sia dell’adattamento sia della selezione orientata al miglioramento produttivo.
Varietà e popolazioni diverse possono mettere a disposizione caratteristiche utili per esigenze differenti. Gli agricoltori e i programmi di selezione possono cercare piante adeguate alle condizioni ecologiche locali, alle pratiche produttive o agli usi culturali. Conservare questa scelta è importante anche quando alcune varietà non risultano oggi le più produttive: il loro interesse può emergere se cambiano il clima, i patogeni, le tecniche colturali o gli obiettivi della produzione.
Ciò non significa che una coltura geneticamente più diversificata produca sempre rese superiori. La resa dipende da numerosi fattori e una varietà uniforme può essere molto efficiente nelle condizioni per cui è stata selezionata. Il rischio nasce quando il successo presente porta ad abbandonare altre popolazioni e quindi a restringere il materiale disponibile per la selezione futura.
Una logica analoga riguarda gli animali allevati. Conservare differenze tra razze, linee e popolazioni mantiene un ventaglio più ampio di caratteristiche utilizzabili nella selezione. Anche qui la diversità non assicura da sola un determinato risultato, ma impedisce che le scelte future siano limitate alle poche varianti rimaste.
Resilienza dei sistemi alimentari e conservazione
La produzione alimentare dipende dalla biodiversità nel suo insieme e dai servizi ecosistemici. La diversità genetica ne costituisce una componente specifica: riguarda il materiale biologico su cui possono agire adattamento e miglioramento, mentre la diversità di specie e ambienti sostiene altre funzioni del sistema. Conservare un solo livello non compensa automaticamente la perdita degli altri.
Una strategia coerente non si limita quindi a evitare la scomparsa formale di una specie coltivata o allevata. Deve considerare anche la pluralità delle sue popolazioni, comprese quelle associate a condizioni ambientali e pratiche locali differenti. Mantenere varietà in uso, popolazioni riproduttive diverse e risorse accessibili alla selezione serve a non eliminare caratteristiche che potrebbero acquistare valore in seguito.
Il criterio decisivo non è soltanto l’utilità immediata. Malattie emergenti, cambiamenti climatici e nuovi obiettivi produttivi possono modificare rapidamente quali caratteristiche siano desiderabili. Conservare la biodiversità genetica significa allora mantenere aperte opzioni evolutive e produttive che, una volta perdute, non possono essere recuperate semplicemente scegliendo un’altra popolazione con lo stesso nome di specie.
Riferimenti
- Università di Parma, “I tre livelli della biodiversità”.
- FAO, linee guida volontarie per l’integrazione della diversità genetica.
- FAO, “Biodiversity”.
- FAO, “Biodiversity to nurture people – Harvesting nature’s diversity”.
