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Umiltà vo' invocando...
Che ci fa un architetto paesaggista al tavolo dei relatori in un convegno (per altro di buona levatura) promosso dal Comitato di Bioetica del Cnr in tema di moderne biotecnologie? Incuriosito, rinuncio al proposito di appartarmi per riordinare i dettagli della relazione che di lì a poco esporrò e mi concentro su quella presenza solo apparentemente fuori luogo. L'architetto paesaggista è il coordinatore di un progetto pubblico di ricerca per la produzione di piante ornamentali, i cui caratteri sono sottoposti a modificazione genetica per meglio adattarli alle necessità dell'arredo urbano di città e metropoli. Proprio così. Tralasciando quella retorica che in genere giustifica la manipolazione delle piante per conferire loro caratteristiche di resistenza ai patogeni che le affliggono, il nostro architetto corre al sodo delineando i traguardi di un florovivaismo Ogm capace di creare in laboratorio una nuova biodiversità, originalmente metropolitana, resistente agli inquinanti, limitata nello sviluppo dell'apparato radicale per diminuire gli impatti dannosi al manto stradale, contenuta nella ramificazione per prevenire frequenti manutenzioni e fastidiosi intralci alle linee elettriche. Pur con un'approssimazione scientifica davvero improponibile, il nostro architetto paesaggista ha inchiodato per tutto il tempo del proprio intervento la dotta platea di scienziati e ricercatori. Una sorta di elettroshock attraverso il quale la razionalità dell'Homo biotecnologicus ha espresso per intero la filosofia che gli è propria, il moto inarrestabile di un processo di estraneazione dalla realtà, il desiderio di proiettare il proprio futuro in un paesaggio asettico di metropoli informi, nelle quali tuttavia si riconosce e nelle quali vincola i propri confini fisici, di conoscenza e di immaginazione. Un Homo biotecnologicus incapace di desiderare un confronto con ambienti naturali, veri e reali, nei quali l'uomo possa ritrovarsi come parte di un Tutto complesso, ma meravigliosamente funzionante, e non scioccamente come Il Tutto. Di quel Tutto complesso che esprime la natura l'Homo biotecnologicus ha in realtà terrore, poiché lo costringe al confronto con la diversità, lo pone al cospetto dei propri pregiudizi, lo obbliga a capire il proprio essere in relazione inscindibile con le altre forme di vita animali e con quelle vegetali, il cui insieme notoriamente consente e regola la vita sul Pianeta.
Egli preferisce la fuga, predilige il rifugio in quella dimensione antropizzata, che ha contribuito a costruire e nella quale può riconoscere il proprio indiscutibile primato, ed è da questo suo ecosistema artificiale che idea e progetta uno sviluppo a immagine e somiglianza della propria uniformità interiore e del proprio pregiudizio estetico. A cos'altro è accostabile l'immagine all'apparenza rigogliosa, potente e inattaccabile di una pianta di mais geneticamente modificato se non all'idea di uomo-maschio bianco, con un fisico da body-building e il cervello governato da presunzioni di dominio? La larva di piralide, per sconfiggere la quale il mais è stato geneticamente manipolato, costituisce il fastidio del diverso, l'incapacità di volerne comprendere le funzioni nella catena biologica naturale: il medesimo fastidio e la stessa incapacità di comprensione espressi nei confronti di etnie non occidentali, le cui culture sono negate come parte essenziale della giovane storia dell'umanità.
Quindi, ancor prima che elemento di confronto scientifico, le moderne biotecnologie costituiscono il crocevia fra due concezioni inconciliabili della vita e del modo di essere dell'uomo sul pianeta.
Da parte nostra abbiamo imparato, e bene, a discutere del problema anche in termini scientifici; imparino ora, con altrettanta umiltà, gli scienziati e i ricercatori, a confrontarsi con le scelte che decidono dei destini dell'umanità.
Ivan Verga
Vicepresidente associazione
Verdi Ambiente e Società (Vas)