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STAMPATO SU CARTA SENZA CLORO

GOOD MORNING SEATTLE

"Voglio che chiunque considera questa una cattiva proposta venga a vedere - disse Clinton commentando, nel 1997, la convocazione dei negoziati sulla liberalizzazione dei commerci di beni e servizi. Al Millennium Round di Seattle ci sono effettivamente andati, a decine di migliaia. Dai metalmeccanici statunitensi alle organizzazioni contadine del Sud e del Nord del mondo, dai movimenti ambientalisti a quelli dei consumatori (che rivendicano di essere considerati in primo luogo dei cittadini), dagli attivisti per i diritti civili agli animatori della nuova e grande battaglia planetaria per i diritti genetici e la sicurezza alimentare. In una mescolanza di razze e culture, tutte le rimostranze nei confronti di una globalizzazione mercantile del pianeta, proposta a discapito degli individui, dell'ambiente e dei più fondamentali diritti civili, si sono incontrate nei volti e nelle voci degli oltre sessantamila manifestanti di Seattle. Così che la città, sede della Microsoft e dell'industria aerospaziale statunitense, invece di celebrare i fasti di quell'Organizzazione mondiale del commercio che si dice custode del libero mercato, ma che nei fatti opera per il consolidamento di ferrei monopoli industriali e commerciali, si è offerta come palcoscenico di una società civile globalizzata e del suo rifiuto di concepire che gli affari del mondo debbano per forza coincidere con il mondo degli affari. Il commento, a denti stretti, dell'Economist è di rara efficacia nel proporre gli elementi essenziali che hanno reso possibili gli accadimenti di Seattle: "Le Organizzazioni non governative discese a Seattle sono state un modello di tutto ciò che i negoziatori commerciali non sono stati. Erano ben organizzate, hanno saputo dar vita a coalizioni inedite, si sono date un programma preciso, sono state maestre nell'uso dei media". Ma soprattutto avevano dei volti, erano insomma umanità e non ammuffiti burocrati senz'anima che, all'insaputa delle genti del pianeta, si arrogano il diritto di decidere dei destini di tutti. E in effetti, ancor prima del clamoroso fallimento dei negoziati ufficiali, la sensazione che il Millennium Round si sarebbe invece proposto come il Millennium Bug dell'Organizzazione mondiale del commercio traspariva dalle espressioni di stupore e smarrimento dell'establishment politico ed economico. Lo scollamento del ceto politico, anche internazionale, dalla comunità dei governati e l'astrazione di chi si nutre della virtualità dei mercati finanziari, ha raggiunto un livello tale che i Decisori, giunti a Seattle, neppure lontanamente immaginavano che da anni, in ciascuno dei propri paesi, fosse in corso, lontano dai clamori della cronaca, il lavoro di migliaia di Organizzazioni non governative, di associazioni ambientaliste, dei consumatori e dei diritti civili e che, fra di esse, si fosse stabilito un dialogo globale capace di far viaggiare per via informatica linguaggi e progetti comuni anche fra soggetti portatori di interessi per lungo tempo inconciliabili. Allo stupore dei Decisori si associa lo sbigottimento nei commenti dei giornali finanziari occidentali, che ripetutamente vanno interrogandosi su come poter affrontare un movimento che è globale ma ha sedi di decisione informali; che non ha un leader ma è efficace nell'organizzazione e nella proposta.

Nulla è più come prima di Seattle, proprio perché Seattle è dovunque e anche nel più sperduto dei luoghi, per dirlo con le parole di Jacques Decornoy, è noto che "...l'attuale processo di Globalizzazione è fondato sul trasferimento dei poteri nazionali non nelle mani di istanze normative sovranazionali, ma in quelle di potenze economiche private, i cui interessi mondiali, necessariamente a breve termine, non possono che entrare in conflitto con le necessità di uno sviluppo duraturo, ripartito secondo criteri di equità, deciso per via democratica, accettabile dal punto di vista ecologico...".

Seattle è dovunque poiché nelle immagini di quei giorni si è coralmente identificato quel nuovo modo di pensare la riappropriazione del proprio futuro che donne e uomini in carne e ossa progettano e sperimentano in ogni angolo del pianeta, anche nella nostra sperduta provincia italiana. A mettere in rete il nostro paese è senza dubbio il conflitto esploso sui temi delle tecnologie genetiche che, facendosi largo fra estremismi infantili e banalizzazioni perbenistiche, ha fatto emergere l'importante incontro tra la vocazione sociale dell'ambientalismo, che vive il territorio e non i salotti, che propone progetti e non marketing, che sperimenta cultura e non slogan, con il nuovo corso, per molti versi entusiasmante, intrapreso dalla principale organizzazione professionale degli agricoltori: la Coldiretti. Con la curiosità tipica di chi è stato capace di affrontare in mare aperto la burrasca di questi nostri tempi, ci siamo incontrati senza la fatica di dover essere diffidenti, ma con la voglia di sintonizzare i linguaggi, con il desiderio di assumere le differenze come ricchezza e non come ostacolo al dialogo. Ed è in quest'incontro fra tensioni etiche comuni e individui, che hanno imparato a stimarsi e che hanno appreso la possibilità di cooperare in lealtà, che è oggi possibile in Italia il comune cammino per un'agricoltura fondata sulla diversità delle produzioni, sul diritto di rifiutare il neocolonialismo delle monocolture ingegnerizzate, per la salvaguardia della propria integrità geografica e del proprio paesaggio rurale.

La difesa della biodiversità e quindi della sicurezza alimentare, la ricchezza delle sementi messa in pericolo da quelle geneticamente manipolate costituiscono l'essenza di un comune modo di pensare, che considera la terra molto di più che un fattore produttivo e gli agricoltori molto di più che comuni operatori commerciali, ma guardiani dell'ambiente - della macchia, dell'assetto idrico, delle terrazze di collina, delle case rurali- e custodi del paesaggio. Dopo Seattle ora tutto è possibile, compreso il fatto che i Decisori governativi convengano di assumere questi come i contenuti di una politica che, per essere degna di questo nome, deve saper governare i processi e le tensioni della società. Non si poteva immaginare preludio migliore. Good morning Seattle!
 

Ivan Verga
Vicepresidente associazione
Verdi Ambiente e Società (Vas)