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questione ambientale: Inceneritori o discariche? di Massimo Guerra Il dibattito sugli inceneritori di rifiuti con recupero di energia ruota essenzialmente intorno a tre temi: La prima questione prevale sulle altre, e va affrontata preliminarmente: se davvero un inceneritore di rifiuti rappresentasse una grave minaccia per la salute, infatti, qualsiasi altra considerazione verrebbe a cadere.
A sostegno delle posizioni a) e b) vengono portati gli esempi europei di collocazione di inceneritori “di ultima generazione” in aree urbane, come Amsterdam e Vienna, dove i cittadini convivono con gli impianti; alla posizione c) concorrono prevalentemente considerazioni sulla produzione di diossine. Quest’ultimo è il vero lato debole della questione nel nostro Paese, vista l’assenza di una positiva e diffusa tradizione di relazioni tra amministrazioni e cittadini che sia capillare, affidabile e comprensibile, su tutti i temi e, nel nostro caso, sui controlli ambientali e sanitari. Sui comportamenti: gli amministratori in malafede nascondono per non essere scoperti; quelli in buona fede non mostrano, perché non hanno la cultura degli strumenti di democrazia partecipativa; i cittadini (sfiduciai) forse non considerano strategiche queste attività. Prendiamo l’esempio dello “stato dell’aria” nelle città, che è comunemente registrato dagli organi quotidiani di informazione. Piuttosto che da una vera sensibilizzazione ai problemi di salute che lo stato dell’aria che respiriamo provoca, conclamati dall’aumento di affezioni all’apparato respiratorio, la conoscenza del dato sembra alimentata maggiormente dall’interesse per il rischio di blocchi della mobilità personale con l’automobile. Ma d’altronde non sembra nemmeno così diffusa la consuetudine a conoscere gli effetti delle emissioni degli impianti industriali, in ciò probabilmente giustificati(?) dal fatto che la legislazione non prevede obblighi di informazione. Eppure si tratta di una questione centrale, visto che la normativa sulle emissioni di impianti industriali (che pure producono diossine) consente valori di agenti inquinanti maggiori di quelli di un inceneritore di rifiuti. Legittimamente, si pone la domanda: perché gli inceneritori di rifiuti sono sottoposti a vincoli più stretti? Risposta conseguente: perché gli inceneritori sono pericolosi. I termini della questione non sono messi proprio così: stante il fatto che qualsiasi fonte di inquinamento dovrebbe rispettare la medesima tabella di valori limite (l’ambiente è uno, o viene aggredito o non lo è), la motivazione della severità nei confronti degli inceneritori sta tutta nella particolare tipologia del “combustibile”. Infatti, mentre nel caso di impianti industriali i processi di combustione sono alimentati, con buona approssimazione, da materiali omogenei (per merceologia e nel tempo), di cui sono note le prestazioni, nel caso degli inceneritori i materiali da bruciare (i rifiuti urbani) sono di per sé non omogenei, provenendo dai cassonetti del rifiuto indifferenziato, e dunque non è data la certezza della composizione merceologica del materiale da immettere nel forno. Il soddisfacimento di queste due condizioni può, a mio parere, rappresentare il superamento delle controversie tecniche (la composizione conosciuta dei materiali in ingresso al forno rende affidabile il processo di combustione), ma il dato tecnico non risolve comunque la questione nel suo complesso, se le amministrazioni non attivano, finanziano e attuano attività di controllo e monitoraggio preliminarmente condivise con i cittadini (che devono chiederle). Il percorso informativo dovrebbe essere determinato all’interno di un insieme quantitativo e qualitativo di azioni: un vero e proprio patto di collaborazione tra amministratori e cittadini, che insieme – con doveri e diritti precisi per entrambi – operino e collaborino per effettuare le scelte più opportune. I costi. La gestione integrata dei rifiuti (principio introdotto dal Dlgs.22/97) richiede la creazione di un sistema impiantistico di trattamento dei rifiuti, tale da avviare a discarica la minore quantità possibile di rifiuti, che comunque non contengano agenti fermentativi (la frazione organica), per ridurre in discarica la produzione di biogas e di percolato. Prima del Dlgs.22/97, lo schema di gestione era monovettoriale: il rifiuto si spostava tal quale dal cassonetto alla discarica, più o meno costruita a norma (ricordo che il Dlgs.22/97 ha limitato l’uso e l’abuso di scaricare rifiuti su qualunque terreno nudo, individuato tramite ordinanza contigibile). I costi della gestione integrata dei rifiuti derivano dal sistema che ciascuna amministrazione ha concepito: dalla piattaforma per la selezione della raccolta differenziata al trattamento secco-umido, dalla stazione di trasferenza all’impianto di compostaggio, dall’inceneritore alla discarica: insomma, dal più semplice al più articolato. È nella costruzione del sistema di gestione dei rifiuti che dovrebbero, a mio parere, confluire le analisi complessive dei cittadini, perché è dal sistema che si evincono qualità e costi degli interventi. L’inceneritore certamente richiede un forte investimento, sia per la costruzione sia per la gestione, ma rappresenta esso un’opzione percorribile ed economicamente sostenibile per diminuire il flusso di rifiuti da avviare a discarica? Nella risposta a questa domanda sta, a mio avviso, il vero nodo della questione-inceneritori: infatti, tutto ciò che non avviamo a incenerimento va a discarica. Può non piacere, ma l’alternativa prevede unicamente queste due opzioni: dato un valore uguale a 100 di ciò che rimane dalle raccolte differenziate e dagli impianti di trattamento, o inviamo tutto in discarica, oppure ne inviamo un 20-25% di ceneri e scorie da incenerimento. Nel primo caso la preferenza ricade su un ampliamento del sistema attuale delle discariche (per numero o per capacità), nel secondo si sceglie di diminuire il ricorso alla discarica. Una seria posizione ambientalista deve confrontarsi con questa realtà dei fatti e, di conseguenza, scegliere una delle due opzioni. Tertium non datur. L’incenerimento avversa le raccolte differenziate. Si tratta di un tema classico e legittimo della opposizione ambientalista alla costruzione di un inceneritore, ma la questione va ricondotta all’analisi complessiva di un piano di gestione integrata dei rifiuti, di cui la raccolta differenziata dei rifiuti è uno degli elementi. Qualsiasi piano di gestione dei rifiuti non può essere considerato adeguato, se non contiene indicazioni chiare e concrete circa le iniziative per diminuire la produzione dei rifiuti e per ottimizzare le raccolte differenziate. Da questi due elementi si dovrebbe partire per le scelte successive; la qualità merceologica dei rifiuti che si raccolgono differenziatamene influisce sulla eventuale scelta della tecnologia dell’incenerimento e sulle prestazioni gestionali dell’impianto. Provo a formulare una risposta prendendo ad esempio il caso della città di Roma. La produzione di rifiuti urbani ammonta a 1,6 milioni di tonnellate all’anno, pari a circa 4.400 tonnellate al giorno. Poniamo che si possa, grazie ad apposite iniziative comunali, raggiungere una diminuzione del 10%: saremmo a circa 4.000 tonnellate al giorno. Ipotizziamo che, tramite la raccolta differenziata, si riesca a raccogliere un ulteriore 40-45% di rifiuti: rimangono ancora 2.200 tonnellate di rifiuti. Il problema da affrontare è il seguente: che fare di questa grande quantità residua di rifiuti. O si sottopone a trattamento con separazione secco-umido (1.300 tonnellate di frazione secca da avviare a discarica e circa 700 di biostabilizzato, che va a finire sempre in discarica), oppure le 2.200 tonnellate di rifiuti vengono avviate a trattamento per la produzione di cdr, con 1.000-1.100 tonnellate da incenerire e 800-850 ancora di biostabilizzato da avviare a discarica. Nel primo caso si avrebbe la raccolta differenziata al 45% e la discarica circa al 48% (per arrivare a 100, occorre tenere conto delle perdite di processo). Nel secondo caso, la raccolta differenziata rimarrebbe al 45%, la quota incenerita si attesterebbe al 25% e la discarica accoglierebbe il 25% (biostabilizzato più ceneri e scorie). Credo che la precedente illustrazione chiarisca a sufficienza come il dibattito “inceneritore sì/inceneritore no” sia sbagliato nella sua impostazione, e che dovrebbe essere tradotto in “inceneritore o discarica, nel contesto della prevenzione della produzione e della pericolosità dei rifiuti, e della raccolta differenziata”. |
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