2.
Evoluzione normativa e tecnologia dei processi di incenerimento dei
rifiuti
Per
quanto concerne l’evoluzione normativa mi limito a cenni relativi ai
limiti delle emissioni degli impianti di incenerimento sulla base delle
direttive europee che si sono succedute negli ultimi 12 anni ( da ultimo
la DIRETTIVA 2000/76/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 4
dicembre 2000 sull'incenerimento dei rifiuti) e ai relativi recepimenti
nella normativa nazionale. Nella tabella 11 che segue si riassume tale
evoluzione verso limiti più restrittivi.
Nelle
tabelle successive (12 e 13) si torna ancora più indietro nel tempo,
dagli inceneritori degli anni ’60 a quelli della normativa nazionale
(tedesca) contenente dei limiti sostanzialmente identici a quelli poi
definiti dalla normativa europea.
Inoltre,
nella tabella 14 più avanti, si riportano le stime relative ai fattori
di emissione (quantità della emissione di una sostanza per tonnellata di
rifiuto incenerito, tenendo conto della quantità di fumi emessi sempre
per tonn di rifiuto incenerito), ovvero quello che viene ritenuto il
trend futuro di tali emissioni andando oltre al rispetto dei limiti
normativi, con verso l’applicazione della migliore tecnologia
disponibile (senza "eccessivi costi").
Tabella
11. Evoluzione normativa dei limiti alle emissioni degli impianti di
incenerimento rifiuti
|
Contaminante |
Limiti DPR
203/88 (Linee Guida DM 12.07.1990) |
Limiti CRIAL
1992 |
Limiti DM
19.11.97 (nuovi
inceneritori) giornaliero |
Limiti DM
19.11.97 (nuovi
inceneritori) orario |
Direttiva UE
2000/76 del 4.12.2000 giornaliero |
Direttiva UE
2000/76 del 4.12.2000 su mezz’ora |
|
Polveri mg/mc |
30 |
25 |
10 |
30 |
10 |
30 |
|
Cadmio mg/mc |
0,2 |
0,1 |
0,05
(un'ora) |
|
0,05
(mezz’ora) |
0,1 (8 ore) |
|
Mercurio mg/mc |
0,2 |
0,1 |
0,05
(un'ora) |
|
0,05
(mezz’ora) |
0,1 (8 ore) |
|
Piombo mg/mc |
5 |
3 |
|
|
|
|
|
Metalli totali mg/mc |
5 |
5 |
0,5 (un'ora)
(*) |
|
0,5
(mezz’ora) (*) |
0,1
(mezz’ora) (*) |
|
Fluoro (HF) mg/mc |
2 |
n.p. |
1 |
4 |
1 |
4 |
|
HF + HBr mg/mc |
v.sopra |
3 |
|
|
|
|
|
Cloro (HCl) mg/mc |
50 |
30 |
20 |
40 |
10 |
60 |
|
Cianuri mg/mc |
1 |
0,5 |
|
|
|
|
|
Fosforo mg/mc |
n.p. |
5 |
|
|
|
|
|
SO2 mg/mc |
300 |
300 |
100 |
200 |
50 |
200 |
|
NOx mg/mc |
500 |
n.p. |
200 |
400 |
200 |
400 |
|
PCDD+PCDF g/mc |
4 |
10 |
0,0001 (otto
ore **) |
|
|
0,0001 (otto
ore **) |
|
TCDD+TCDF nanog/mc |
n.p. |
50 |
|
|
|
|
|
PCB+PCT+PCTg/mc |
500 |
100 |
|
|
|
|
|
IPA mg/mc |
0,05 |
0,05 |
0,01 (otto
ore) |
|
|
|
|
Ossido di carbonio mg/mc |
100 |
n.p. |
50 |
100 |
50 |
100 |
|
COT mg/mc |
20 |
10 |
10 |
20 |
10 |
20 |
(*)
Somma di Piombo, Antimonio, Arsenico, Cromo, Cobalto, Rame, Manganese,
Nichel, Vanadio, Stagno.
(**)
Espresso in TCDD equivalenti


Fonte:
Otto Hutzinger, Heidelore Fiedler, "20 anni di incenerimento di rifiuti
: problemi e soluzioni" in L’incenerimento dei rifiuti ", Atti del
Convegno nazionale, Bologna 16-17 marzo 1995, Maggioli Editore, 1996,
pp. 17-32.
Tabella
14. Stima dei fattori di emissione da impianti di incenerimento
|
Contaminante |
Fattori di
emissione (grammi per tonnellata di rifiuto) |
|
|
|
Emissioni risultanti dalla applicazione dei limiti
esistenti per nuovi impianti |
Emissioni raggiungibili con l’applicazione della B.A.T. |
|
Polveri |
60 |
30 |
|
Acido cloridrico |
120 |
60 |
|
Ossidi di azoto |
1.200 |
420 |
|
Ossidi di zolfo |
600 |
300 |
|
Monossido di carbonio |
300 |
200 |
|
Carbonio organico totale |
60 |
40 |
|
Metalli |
3 |
1,5 |
|
Mercurio |
0,30 |
0,30 |
|
Idrocarburi policiclici aromati |
0,060 |
0,030 |
|
Tcddeq |
600 nanog |
600 nanog |
Fonte : Conferenza Nazionale Energia e Ambiente, Roma, 25-28 novembre
1998; "Compatibilità ambientale, controlli e caratterizzazioni nella
valorizzazione energetica dei rifiuti urbani" .
Nel
proporre i dati della tabella 14, gli estensori, hanno ritenuto "dimostrato"
pur evidenziando che "un esame esaustivo e di validità generale rispetto
alle correlazioni tra emissioni ed immissioni, e quindi alle ricadute
ed ai potenziali carichi nell’area di interesse, risulta estremamente
arduo e forse anche poco pertinente a causa delle specificità, tra cui
quelle metereologiche, dei singoli siti". In ogni caso gli estensori si
avventurano, nonostante tali premesse a definire "indicativamente" che
· i
fattori di riduzione delle concentrazioni in aria del suolo alla
distanza di maggiore ricaduta (500-1.000 metri) comportano "una generale
compatibilità con i limiti e gli obiettivi fissati rispetto alla
qualità dell’aria" ;
Gli
autori, pur con tutte le premesse sopra ricordate, concludono a favore
dell’utilizzo energetico dei rifiuti.
Senza
voler presentare una valutazione complessiva di quanto sopra riportato,
si rimanda :
· per
quanto concerne le incertezze evidenziati dagli stessi autori circa le "problematiche
locali" da tenere presenti (ovvero l’esigenza di una idonea e rigorosa
valutazione di impatto ambientale relativa anche alla problematica
delle emissioni),
Tabella
15. Confronto tra emissioni annue di un inceneritore per CDR e
"automobili equivalenti annue" (per i parametri confrontabili)
|
Contaminante |
Stima
emissione annua inceneritore da 400 t/g (8.000 ore di
funzionamento) kg/anno |
Fattori di
emissione di una automobile con le caratteristiche indicate per km
percorso in ciclo urbano g/km |
Numero
equivalente di automobili "annue" ovvero numero di auto circolanti con
percorrenza uguale a 10.000 km/anno in ciclo urbano |
|
Ossido di carbonio |
53.333 |
14,8200 |
359,9 |
|
Polveri |
10.667 |
0,0511 (*) |
20.874,8 |
|
Acido cloridrico |
21.334 |
Non pertinente |
// |
|
Acido fluoridrico |
1.067 |
Non pertinente |
// |
|
Anidride Solforosa |
106.666 |
Non
disponibile |
// |
|
Ossidi di azoto |
213.333 |
0,5540 |
38.507,9 |
|
Sostanze organiche volatili (COT) |
10.667 |
2,3659 (**) |
450,9 |
|
Metalli pesanti |
533 |
Non
confrontabile (***) |
// |
|
Cadmio+Tallio |
53 |
Non pertinente |
// |
|
Mercurio |
53 |
Non pertinente |
// |
|
Idrocarburi policiclici aromatici |
11 |
Non
confrontabile |
// |
|
TCDD equivalenti (I-TEQ) |
107 mg (****) |
1,5 pg/km |
71.333.333 |
Note alla Tabella
Non
pertinente = parametro caratteristico dell’incenerimento di rifiuti ma
non presente nelle emissioni di gas di scarico.
Non
confrontabile = parametri con diverso significato tra emissioni
dell’inceneritore e delle automobili.
(*)
Tale valore è riferito alle PM10 emesse da auto diesel immatricolate
dopo il 1997 (ecodiesel 94/12/EEC).
(**)Il
dato per le auto è riferito a Carbonio Organico Volatile Non Metanico
(COVNM) per cui è solo parzialmente confrontabile con il Carbonio
Organico Totale, parametro di emissione per gli inceneritori.
(***)
Nel caso delle auto catalizzate le emissioni di metalli sono connesse
ai metalli utilizzati nei catalizzatori (in particolare palladio) per i
quali non vi sono ancora degli affidabili fattori di emissione, in ogni
caso è arduo confrontare la tossicità di questo metallo con quella dei
numerosi metalli emessi da un inceneritore.
(****)
ovvero 107.000.000.000 picogrammi/anno. Il fattore EPA utilizzato è
quello più elevato riferito alle auto catalizzate. Vi sono stime
precedenti (riferite ad auto non catalizzate) in cui il fattore di
emissione di PCDD+PCDF espresse come I-TEQ arriva fino a 20 picog/km
percorso, quindi con di due ordini di grandezza superiori a quello
utilizzato nella presente tabella.
In
estrema sintesi il "dente batte" particolarmente sui microinquinanti di
maggiore tossicità quale emissione caratteristica ed elevata nonostante
l’abbassamento dei limiti normativi degli impianti di incenerimento.
Questa
osservazione risulta per esempio - in due passaggi tra i "considerando"della
recente direttiva sull’incenerimento dei rifiuti :
"Pertanto,ai
fini di un elevato livello di protezione ambientale e della salute
umana,è necessario predisporre e mantenere condizioni di
funzionamento,requisiti tecnici e valori limite di emissione rigorosi
per gli impianti di incenerimento e i coincenerimento dei rifiuti nella
Comunità. I valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o a limitare
per quanto praticabile gli effetti dannosi per l'ambiente e i relativi
rischi per la salute umana..."
e,
più avanti
"
Il rispetto dei valori limite di emissione previsti dalla presente
direttiva dovrebbe essere considerato come una condizione necessaria ma
non sufficiente a garantire il rispetto dei requisiti della direttiva
96/61/CE. Per assicurare tale rispetto può essere necessario revedere
valori limite di emissione più severi per le sostanze inquinanti
contemplate dalla presente direttiva, valori di emissione relativi ad
altre sostanze e altre componenti ambientali,e altre condizioni
opportune."
(la
direttiva 96/61 è quella relativa alla prevenzione integrata
dell’inquinamento, recepita solo parzialmente in Italia nel 1999).
Per
quanto concerne l’evoluzione tecnologica degli impianti di
incenerimento (delle caldaie e dei sistemi di abbattimento fumi), metto
all’attenzione le note che seguono.
a. I
"vecchi" inceneritori le caldaie
La
tecnologia delle caldaie per l’incenerimento dei rifiuti deriva da
quelle delle centrali termoelettriche a carbone (primo inceneritore per
rifiuti : 1890 circa, Londra) e, precisamente, dalle caldaie a griglia
fissa.
Nella
immagine viene presentato lo schema di una tipica caldaia a griglia :
il rifiuto entra dallo spintore (da sinistra) e finisce sulla griglia,
l’accensione del combustibile avviene con il combustibile ausiliario e
il mantenimento della combustione avviene con l’invio di aria di
combustione dal di sotto del "letto" di rifiuti, i rifiuti bruciano nel
percorso lungo la griglia fino a che, in fondo a destra, vengono
estratti gli incombusti (scorie pesanti).
Nella
figura i fumi vengono inviati in una camera di postcombustione ove, ad
opera della fiamma prodotta dalla immissione di combustibile ausiliario
(metano, gasolio, olio o altro) avviene una ulteriore ossidazione dei
composti trascinati dai fumi. Evidenzio che gli inceneritori degli anni
‘60-70 (e fino agli obblighi indicati da un provvedimento italiano del
1984) non avevano la camera di postcombustione (come sicuramente
l’inceneritore di Pisa che è entrato in funzione nel 1980). Di
conseguenza la figura mostra già un inceneritore "moderno".
Figura 2. Schema di caldaia di un inceneritore a griglia

L’obbligo
di installazione della camera di postcombustione è conseguito dalla "scoperta"
delle emissioni di PCDD e PCDF dagli inceneritori di rifiuti urbani,
nel 1977. Si è ritenuto che tale dispositivo riducesse la formazione
delle stesse e di altri composti tossici le norme più recenti non
obbligano più l’installazione di tale dispositivo.
a. I
sistemi di abbattimento fumi inceneritori di "prima" generazione
Nella
figura viene mostrato una tipica configurazione di un sistema di
abbattimento fumi di "prima" generazione (anni ’60 ’70).
E’
costituito da un "reattore" in cui i fumi venivano messi a contatto con
una soluzione - o polveri -basica (es. calce, di recente viene
utilizzata la soda solvay bicarbonato di sodio), con l’effetto di
ridurre, per reazione di neutralizzazione, la presenza di sostanze acide
(composti dello zolfo e acido cloridrico), dopo questo trattamento i
fumi vengono fatti passare in un elettrofiltro o in un filtro a maniche
per l’abbattimento delle polveri (nel caso dell’elettrofiltro per
effetto del campo elettrico che viene creato che fa "scaricare" le
polveri caricate lungo la parete del dispositivo per essere poi raccolte
e smaltite; nel caso dei filtri a manica l’abbattimento è di tipo
fisico ovvero connesso con la grandezza delle particelle di polvere
rispetto alle dimensioni dei fori del filtro stesso, il filtro viene
"scosso" meccanicamente per scaricare le polveri fermate dai filtri).
Questi sistemi non permettono un abbattimento fino ai limiti attuali
soprattutto dei microinquinanti (ad esempio le PCDD e i PCDF, ma anche
i metalli più volatili come il mercurio - non sono sostanzialmente
trattenuti da tali sistemi).
Figura
3. Schema di un sistema di abbattimento fumi per inceneritori di "prima
generazione"

b. Le
caldaie di nuova generazione
Limitandomi
alla evoluzione impiantistica delle caldaie a griglia (sono recenti le
applicazioni di nuove tipologie di impianti come i letti fluidi, i "pirolizzatori",
i "gassificatori", le "torce al plasma" e proposte simili che
rappresentano l’applicazione di tecnologie applicate ad altre modalità
di combustione anch’esse derivate dalla combustione del carbone o di
altri combustibili fossili) nella figura seguente si mostra un impianto
"moderno" di questo genere.

Figura 4. Schema di un impianto a griglia "moderno"
In
questo caso un impianto a griglia del tipo mobile (parte di sinistra) è
stato abbinato a un forno rotante (in mezzo) : il rifiuto che entra
nella bocca in alto viene traslato sulle griglie mobili e
contestualmente combusto con l’immissione di aria dal basso, verso il
basso vengono raccolte le ceneri leggere, le scorie rimaste al termine
del passaggio sulla griglia mobile finiscono nel forno rotante dove
avviene sia una postcombustione dei fumi che una riduzione degli
incombusti nelle scorie stesse riducendone la tossicità (le più recenti
normative impongono dei limiti nella frazione incombusta delle scorie
pesanti) i fumi escono dal forno rotante e in parte vengono ricircolati
(vedi canale posto sopra il forno rotante) cioè rientrano nella camera
di combustione primaria mischiandosi all’aria comburente proveniente
dall’esterno. Questo ricircolo (di norma intorno al 20% dei fumi uscenti
in questo caso dal forno rotante, mentre il rimanente 80 % dei fumi
viene inviato ai sistemi di abbattimento) ha l’effetto di ridurre sia i
consumi energetici necessari al mantenimento delle temperature
necessarie per una combustione "ottimale" sia la quantità complessiva
dei volumi di fumi da trattare.
c. Evoluzione
dei sistemi di abbattimento fumi
Nella
figura sottostante viene mostrata una delle molteplici configurazioni
"pluristadio" di abbattimento fumi, in questo caso prevede anche un
recupero parziale dei reagenti chimici utilizzati per l’abbattimento dei
fumi :
i
fumi provenienti dalla caldaia vengono prima trattati in un
elettrofiltro (abbattimento polveri di maggiori dimensioni) quindi
vengono inviati in un reattore "semisecco" a contatto con una sostanza
basica (gesso recuperato, vedi più avanti) per una prima riduzione
delle sostanze acide presenti, i fumi passano quindi in un filtro a
maniche per l’abbattimento delle polveri più fini, quindi in un
"venturi" per la saturazione e dei gas e la solubilizzazione
dell’anidride solforosa (che viene poi fatta reagire con la calce nella
torre a spruzzo, producendo del gesso solfato - che viene poi utilizzato
per il primo abbattimento sopra indicato), infine i fumi passano in una
unità di conversione catalitica che riduce le emissioni di ossidi di
azoto e diossine.
Figura
5a. Schema di un recente impianto di abbattimento fumi a stadi multipli

Un’altra
configurazione possibile è quella che segue.
Figura
5b. Schema di un recente impianto di abbattimento fumi a stadi multipli

In questa configurazione vi è un sistema di denitrificazione (per la
riduzione degli ossidi di azoto ridotto ad azoto molecolare) non
catalitica mediante l’iniezione di ammoniaca (o urea) direttamente in
caldaia, i fumi vengono poi fatti passare in un elettrofiltro (riduzione
polveri di maggiori dimensioni), una riduzione della temperatura in
tempi accelerati (per limitare le condizioni favorevoli alla formazione
di microinquinanti organici), al lavaggio (con o senza reattivi basici)
per la riduzione delle sostanze acide, alla iniezione di carbone per la
riduzione dei microinquinanti (in particolare diossine e metalli
pesanti) che vengono poi intercettate (parzialmente) sul filtro a
maniche finale (anche per le polveri di dimensioni minori).
Come
evidenziato, ci si è limitati a indicare, relativamente alla
"evoluzione" delle caldaie ai sistemi a griglia (che sono quelli
utilizzati da più tempo, più di un secolo) senza parlare dei nuovi
impianti di tipo "alternativo" alle caldaie a griglia, mentre per quanto
concerne la parte relativa all’abbattimento dei fumi le indicazioni qui
contenute valgono per ogni tipo di caldaia.
Si
accenna, da ultimo, al fatto che "a latere" di tali modifiche
impiantistiche si sono sviluppati sistemi di selezione dei rifiuti in
entrata agli impianti, per ridurre i rifiuti contenenti elementi
potenzialmente pericolosi, e di trattamento delle scorie e delle ceneri
(dal loro inglobamento in matrici cementizie a sistemi di
sinterizzazione e/o vetrificazione) con l’obiettivo di ridurne la
tossicità e rendere meno problematiche le successive fasi di smaltimento
dei residui solidi.
3.
Tossicità e cumulabilità dei tossici nell'ambiente e nell'uomo in
relazione anche alle emissioni dagli impianti di incenerimento di rifiuti
Come
già accennato, va posta la massima attenzione sul significato e le
conseguenze di una esposizione ai microinquinanti emessi dagli
inceneritori. Va anche ricordato che i limiti di esposizione a tossici
(nell'ambiente interno ed esterno le fabbriche) non sono un risultato
puramente "scientifico", ma rappresentano il compromesso di un dato
momento realizzato fra Industria e mondo del lavoro sulla base dei
rapporti di forza esistenti nella società, con la mediazione delle
istituzioni politiche e sanitarie per tutelare la salute e l'ambiente.
In altri termini, non possiedono alcuna validità oggettiva, non possono,
nè vogliono, garantire l'assenza di effetti su tutti gli individui
esposti nel breve e medio termine a tali contaminanti.
Tra
i contaminanti sicuramente presenti nelle emissioni di un inceneritore
compaiono, in particolare, una serie di sostanze per le quali è stata
dimostrata la cancerogenicità per l'uomo; ricordiamo le principali
secondo la classificazione della IARC:
1)
sostanze cancerogene di gruppo 1 (sicuramente cancerogene: evidenza
sufficiente per l'uomo): Arsenico e composti, Cromo esavalente,
Fuliggini, Nichel e composti;
2)
sostanze cancerogene di gruppo 2A (probabilmente cancerogene: evidenze
limitate per l'uomo, evidenza sufficiente per l'animale):
Benzoantracene, Benzopirene, Berillio e composti, Cadmio e composti,
Dibenzoantracene;
3)
sostanze cancerogene di gruppo 2B (possibile cancerogeno per l'uomo:
evidenze limitate per l'uomo): Benzofluorantrene, Bifenili
polibromurati, Clorofenoli, Dibenzopirene, Esaclorobenzene, Piombo e
composti, 2,3,7,8 Tetraclorodibenzodiossina (TCDD); per quest'ultima di
seguito entriamo nel dettaglio.
Come
già accennato, le intrinseche proprietà tossiche delle diossine e dei
furani, se possibile, sono ancor più insidiose per la salute umana a
causa del fatto che questi composti, così come molti altri clororganici,
non sono biodegradabili e si accumulano nei tessuti degli organismi
viventi.
Data
la loro maggiore solubilità negli oli e nei grassi, piuttosto che
nell'acqua, essi tendono a spostarsi dall'ambiente verso i tessuti
grassi e negli organi bersaglio come il fegato e a bioaccumularsi negli
organismi viventi.
Per
esempio, la 2,3,7,8 - tetraclorodibenzo - p - diossina (2,3,7,8 - TCDD)
si accumula nei pesci in concentrazioni di 159.000 volte maggiori di
quelle riscontrate nell'ambiente acquatico circostante. Questo rapporto
è definito il "fattore di bioaccumulazione".
Esso
è stimato maggiore di 10.000 volte per sostanze tossiche quali
policlorobifenili (PCB), esaclorobenzene, octaclorostirene,
dibenzofurani policlorurati (PCDF).
Lo
stesso vale per il DDT, mentre l'esaclorobutadiene si bioaccumula
secondo un fattore maggiore di 17.000.
Gli
esseri umani occupano una posizione ai vertici della catena alimentare,
risultando così i più esposti all'accumulo dei composti clororganici.
Questi, sebbene nella loro maggioranza possano resistere a qualsiasi
tipo di escrezione ed alterazione biochimica naturale, possono essere
eliminati dal corpo umano tramite il sangue, il liquido seminale e il
latte materno.
I
composti clororganici sono quindi trasferiti da una generazione
all'altra, in dosi probabilmente maggiori. I feti ricevono significative
quantità di sostanze clororganiche attraverso la placenta.
Una
volta nati, essi ne ricevono dosi maggiori anche con il latte materno,
perchè queste sostanze tossiche si sono accumulate nel corpo della madre
seguendo differenti fattori di biomagnificazione.
Valga
per tutti il caso delle popolazioni Inuit, gli Esquimesi che popolano
la regione artica del Quebec, in Canada.
Elevati
livelli di sostanze clororganiche sono stati riscontrati nei loro
tessuti e nel latte materno, in quanto essi si cibano principalmente di
pesci e mammiferi marini, occupando il vertice di una catena alimentare
molto semplice e diretta.
I
composti clororganici e, in primis, le diossine, i furani e i
policlorobi(tri)fenili sono riconosciuti come estremamente tossici, a
causa di numerosi effetti dannosi per la salute umana e di numerose
specie animali, che non hanno la possibilità di difendersi da sostanze
che sono estranee alla natura. Tra gli effetti più ricorrenti si
riscontrano disturbi delle funzioni riproduttive e una diminuita
fertilità; difetti alla nascita, danni embrionali. Alcuni clororganici
come, ad esempio, le diossine, i furani e i PCB possono distruggere il
sistema immunitario e inoltre sono cancerogeni, mutageni e teratogeni.
Praticamente tutti, in dosi anche minime, danneggiano il fegato, i reni
(le diossine anche il sistema cardiocircolatorio) e il sistema nervoso.
Gli
esseri umani risultano tra i più indifesi all'esposizione delle
sostanze organiche clorurate, in quanto come tutti i mammiferi, essi
hanno un ciclo di vita abbastanza lungo e non possono sviluppare
efficaci sistemi di difesa in poche generazioni. Pertanto è facilmente
comprensibile il fatto che, per esempio, negli Stati Uniti d'America e
in Canada, sono stati identificati 177 composti clororganici nei tessuti
grassi, nel latte materno, nello sperma e nel sangue umano. Tra i più
ricorrenti composti ritrovati, si segnalano i policlorodibenzofurani,
l'esaclorobenzene e i policlorobi(tri)fenili. L'estrema tossicità delle
diossine e dei furani nei confronti dell'uomo, della donna e degli
animali è stata ben dimostrata da autorevoli ricercatori, da Agenzie e
Organismi internazionali, e sul punto non ci dilunghiamo oltre.
Indagini
mediche hanno inoltre evidenziato elevati quantitativi di diossine nel
sangue dei lavoratori addetti agli inceneritori (Vedi Schechter, A.J. et
al "Dioxin Levels in Blood of Municipal Incinerator Workers", Med. Sci.
Res., 1991).
Non
va comunque taciuto, che in un rapporto compilato dall'USEPA si
ribadisce la pericolosità della 2,3,7,8-TCDD. In esso si afferma che
l'esposizione alla diossina e ai suoi composti può essere associata
all'insorgere di diversi tumori, quali linfoma maligno, sarcoma dei
tessuti molli, cancro alla tiroide e ai polmoni. D'altra parte che la
2,3,7,8-TCDD sia un cancerogeno multiplo non è una novità, vista la sua
potente e persistente azione di agonismo e antagonismo nei confronti
degli ormoni.
Il
rapporto conclude contrastando quanto sostenuto dalle industrie e dai
governi, tra cui quello italiano, e cioè che in realtà la diossina non è
pericolosa per l'uomo e che gli effetti micidiali osservati su animali
da laboratorio non sono validi per calcolare il rischio corso dagli
esseri umani.
Al
contrario, secondo l'USEPA: "Sebbene i dati esistenti relativi agli
esseri umani siano limitati, i modelli osservati sugli animali appaiono
generalmente appropriati anche in funzione della stima del rischio per
l'uomo" (USEPA Office of Health and Environmental Assessment, 1992).
Cerco
di dare alcune indicazioni in merito alle valutazioni e alle misure
proposte da organismi internazionali per alcuni microinquinanti presenti
anchenelle emissioni degli inceneritori.
I
microinquinanti organici persistenti (POPs) sono costituiti da un
gruppo di sostanze costituito principalmente dalle PCCD e PCDF, dai PCB,
dall’esaclorobenzene e da diversi pesticidi organoclorurati.
L’attenzione dei ricercatori, delle istituzioni sanitarie e dei governi
(UNEP 1995) si è interessa, negli ultimi anni, su tali sostanze per le
caratteristiche tossicologiche di queste sostanza, attive anche a
microdosi, per la loro bassa degradibilità ambientale e, quindi,
cumulabilità nell’ambiente e negli organismi, nonchè per l’accertata
ubicuità di tali sostanze oramai distribuite su tutto il pianeta anche
in luoghi lontanissimi dalle fonti quasi esclusivamente i paesi
industrializzati - che le immettono nell’ambiente e per gli effetti
sanitari emergenti dovuti all’esposizione a queste sostanze.
Tra
i POPs figurano sostanze come già detto - che sono emesse anche dagli
impianti di incenerimento, tra cui ricordiamo le PCDD/F e i PCBs.
Le
istituzioni sanitarie hanno introdotto dei "limiti" di riferimento per
tentare di "pesare" gli effetti dell’esposizione umana a queste
sostanze.
Questi
limiti (TDI o ADI) sono costituiti da "livelli giornalieri accettabili"
ovvero da livelli di esposizione che, durante la vita media di un
individuo, non dovrebbero comportare sulla base delle conoscenze
scientifiche un rischio "apprezzabile".
Questi
limiti si basano sul "Lowest observable effect level" (LOAEL) ovvero il
livello di esposizione al di sotto del quale non si sono riscontrati
effetti negativi sugli animali da laboratorio. Di norma i LOAEL
ottenuti sugli animali sono estrapolati nell’uomo riducendoli di due
ordini grandezze (1/100) .
L’OMS,
con questo sistema, ha definito nel 1990 - un TDI per la sommatoria
delle PCDD, dei PCDF e dei PCB "dioxin-like" pari a 10 picogr TEQ per kg
di peso corporeo al giorno (esposizione cronica su 70 anni di vita
media) (vedi WHO Environmental Health Criteria 88, Polychlorinated
Dibenzo-para-dioxins and Dibenzofurans, IPCS WHO 1989 e WHO Consultation
on tolerable daily intake from food of PCDDs and PCDFs : Summary report
, WHO regional office for Europe, EUR/ICP/RCS O30S), nel 2000 l’OMS ha
rivisto tale limite e ha proposto due valori 1 pg TEF/kg/giorno come
valore "obiettivo" e 4 pg TEF/kg/giorno come limite massimo (v. WHO "WHO
experts re-evaluate kealth risk of dioxins", WHO/45, 3 giugno 1998; WHO "Assessment
of the health risk of dioxins : re-evaluation of the Tolerable Daily
Intake (TDI), WHO Consultation, 25-29 maggio 1998, Ginevra). Nella
revisione in corso si intende portare il valore a 1 pg TEF/kg/giorno
come limite al di sotto del quale non si sono riscontrati effetti sullo
sviluppo neurologico e del sistema endocrino, in altri termini ridurre
i correnti livelli medi di esposizione che nei paesi industrializzati
sono stimati tra i 2 e i 6 picog TEQ giornalieri per kg di peso
corporeo.
Per
comprendere, fino in fondo, l'estrema tossicità delle diossine, basti
dire che considerando la dose massima giornaliera inizialmente ammessa
dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (10 picogr TEQ kg/giorno), la
dose annua "tollerabile" per un individuo di 60 Kg di peso sarebbe di
soli 219 nanogrammi (ng) e cioè circa 0,22 microgrammi (µg).
Un
solo grammo di diossina rappresenterebbe pertanto la dose annua per
4.500.000 persone ! In questo contesto si può ben comprendere il
significato che rivestono i milligrammi e i grammi di diossine e furani
originati ed emessi nell'ambiente da un impianto di incenerimento per
R.S.U. o per rifiuti speciali (R.S.) o per rifiuti tossico-nocivi
(R.T.N.) e pericolosi.
Questi
limiti sono stati sottoposti a osservazioni critiche, le principali
evidenziano che la definizione stessa di un limite non equivale a un "rischio
zero" riferito in particolare agli effetti cancerogeni di tali
sostanze, ovvero, in altri termini, che non ci sono delle dosi senza
effetto per sostanze che hanno la caratteristica di essere dei
"distruttori endocrini" e/o di possedere un potere cancerogeno, mutageno
e/o teratogeno.
Inoltre
è stato evidenziato che questi limiti non possono essere considerati "protettivi"
per la salute individuale e pubblica in quanto considerano l’effetto
tossicologico di una sostanza alla volta, ma non valutano la realtà
dell’esposizione umana e ambientale ad un insieme di sostanze con
caratteristiche tossicologiche più o meno simili, comprensive degli
effetti sinergici o cumulativi delle stesse. Un’ultima critica è stata
avanzata in merito al fatto che non tengono conto della particolare
reattività degli individui nella fase della crescita (neonati) che hanno
forme di difesa dalle aggressioni esterne diverse e meno efficaci degli
individui adulti.
L’EPA
ha proposto delle soglie di esposizione individuale, sempre rimanendo
alle diossine e per le diverse vie espositive (inalazione, ingestione,
contatto dermico), pari a 0,01 pg TEF/kg/giorno (EPA 1994, Health
assessment document for 2,3,7,8-tetrachlorodibenzo-p-dioxin (TCDD) and
related compounds. Volume II of III, EPA 600/BP-92/001c), questo valore,
secondo questa Agenzia, terrebbe conto anche degli effetti cancerogeni.
Va ricordato però che tali soglie sviluppate dall’EPA a partire dalla
fine degli anni ’60 per motivi amministrativi - appaiono anch’esse
arbitrarie in quanto questo limite definirebbe una soglia di "accettabilità"
al rischio cancerogeno. L’EPA individua tale soglia nella
concentrazione di esposizione di una data sostanza equivalente ad un
rischio aggiuntivo di patologie neoplastiche pari o inferiore a 1 caso
ogni milione di abitanti (1 * 10 6), quale parametro di rischio
accettabile per la popolazione generale esposta cronicamente per tutta
la vita a quella sostanza cancerogena.
Infatti
l’EPA individua altre "soglie" : un rischio tollerabile per la
popolazione lavorativa tra 1 caso aggiuntivo ogni 100.000 esposti e 1
caso aggiuntivo ogni 10.000 esposti, range di rischio che viene
contestualmente giudicato come socialmente inaccettabile, mentre una
valutazione di esposizione da cui risulterebbe un rischio aggiuntivo
superiore a 1 caso ogni 10.000 esposti viene indicato come socialmente
inaccettabile.
Un
esempio di applicazione di tale principio viene mostrato nella tabelle
che segue e relativa alla proposta di un impianto di incenerimento ad
Arcola (La Spezia).
Per
quanto concerne le PCDD e i PCDF l’estensore dello "studio di
compatibilità " dell’impianto ha dichiarato di aver estrapolato un
limite di qualità dell’aria dalle indicazioni dell’EPA, pari a 0,039
picogr/mc, corrispondente ad un rischio di incremento di tumori
inferiore a 1 su 1.000.000, cioè "accettabile".
Dal
raffronto di tale soglia con quella stimabile dalla ricaduta
dell’emissione del progetto di inceneritore, sulla base delle emissioni
previste e delle caratteristiche meteo-climatiche della zona,
l’estensore ritenne dimostrata l’assenza di rischio l’accettabilità del
rischio nel caso di specie. L’estensore dello studio dovette però
rivedere il proprio modello di ricaduta riverificando le valutazioni
inerenti la ricaduta dei contaminanti, ma si dimenticò di farlo anche
per i microinquinanti. Nella tabella sono mostrati per estrapolazione
dei dati dell’estensore dello studio e applicando il medesimo modello i
risultati di tale stima che evidenzia il superamento dei "limiti"
ricavati dall’estensore dello studio per le PCDD/PCDF, e non solo.
Tabella 16. Raffronto tra le "concentrazioni massime ammissibili" di
alcuni microinquinanti e le concentrazioni stimate in atmosfera
all’altezza del suolo nello Studio e nelle Integrazioni CIR (La Spezia)
|
Contaminante |
Concentrazioni massime ammissibili (*) |
Concentrazioni in aria all’altezza del suolo, Studio di
impatto ambientale (*) nanogr/mc |
Concentrazione in aria all’altezza del suolo,
Integrazione all’impatto ambientale (**) nanogr/mc |
||
|
|
nanogr/Nmc |
Camino da 80 m |
Camino da 40 m |
Camino da 80 m |
Camino da 40 m |
|
Mercurio |
200 |
0,5 |
1 |
40 |
119-60 |
|
Cobalto |
690 |
5 |
10 |
// |
// |
|
Manganese |
33 |
5 |
10 |
// |
// |
|
Diossine (Teq) |
0,039
picogr/mc |
0,0011
picogr/mc |
0,0022
picogr/mc |
1 picogr/mc |
0,08 picogr/mc |
|
Cadmio |
0,93 |
0,5 |
1 |
40 |
119-60 |
|
Cromo |
0,14 |
0,05 |
0,1 |
// |
// |
Fonti:
(*)
pag 174 dello Studio di compatibilità CIR
(**)elaborazione
dell’autore (per diossine e mercurio) sulla base delle tabelle
riportate a pag. 12 e 13 delle Integrazioni allo studio di compatibilità
CIR.
Si
evidenzia che la "concentrazione massima ammissibile" in atmosfera,
indicata nello studio relativo all’impianto di Arcola, equivale a
quella indicata dalla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale
dell'Istituto Superiore di Sanità nel 1988 (pari a 0,04 picogr/mc),
concentrazione che viene considerata come "livello d'azione" finalizzato
a mantenere l'esposizione umana al di sotto di 1 picogr/kg/giorno
(nello Studio viene presentato un "fattore di pendenza" per la 2,3,7,8
TCDD pari a 15 picogr/kg/giorno).
Tabella
17. Limiti tecnici di riferimento previsti per la bonifica del terreno
contaminato di Seveso e limiti massimi "fissati" per i diversi comparti
ambientali per le PCDD e per i PCDF.
|
Matrice ambientale |
Limiti massimi "fissati" ai fini della bonifica del
territorio di Seveso, definiti dalla Regione Lombardia |
Limiti tecnici previsti per la bonifica del territorio
contaminato di Seveso (CCTN) (*) |
Livelli "d'azione" (CCTN) (**) |
|
|
2,3,7,8 TCDD (a) |
2,3,7,8 TCDD (a) |
PCDD+PCDF (b) |
|
aria ambiente esterno |
n.p. |
n.p. |
0,00004 nanogr/m3 |
|
aria ambiente di lavoro |
n.p. |
n.p. |
0,00012 nanogr/m3 |
|
acqua potabile |
n.p. |
n.p. |
0,00005 nanogr/litro |
|
acque reflue industriali |
n.p. |
n.p. |
0,00050 nanogr/litro |
|
terreno coltivabile |
750 nanogr/m2 |
750 nanogr/m2 |
0,010 nanogr/gr |
|
terreno non coltivabile |
5.000 nanogr/m2 |
5.000 nanogr/m2 |
0.050 nanogr/gr |
|
pareti esterne |
750 nanogr/m2 |
|
75 nanogr/m2 |
|
pareti interne |
10 nanogr/m2 |
10 nanogr/m2 (c) |
25 nanogr/m2 |
Note:
a)
Limiti riferiti alla sola 2,3,7,8 Tetraclorodiossina, il più tossico
tra le TCDD.
b)
Limiti riferiti alla somma delle PCDD e delle PCDF espresse come
TCDDequivalenti (TE).
c)
Sono previsti anche limiti cumulativi per le PCDD e i PCDF pari a 1.000
nanogr/m2 per ambienti interni e macchine.
(*)
Parere della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale sui limiti
tecnici di riferimento da adottare per le PCDD e le PCDF, seduta del
12.11.1985.
(**)
Parere della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale sui PCDD e
le PCDF, seduta del 12.02.1988.
Va
anche ricordato che per quanto concerne le PCDD e i PCDF è stata
introdotta la cosiddetta scala TEF (tetraclorodibenzidiossine
equivalenti) finalizzata a "pesare" la tossicità di un gruppo di isomeri
di tali sostanze, ponendo pari a 1 la 2,3,7,8 TCDD (la cosiddetta
diossina di Seveso), e gli altri isomeri pari a frazioni (da 0,5 a
0,0001 per PCDD e PCDF).
Questo
sistema di valutazione delle concentrazioni delle numerose sostanze
indicate come PCDD e PCDF è stato anch’esso sottoposto a critica,
evidenziando che tale sistema sia una semplificazione della situazione
reale e può non essere sufficientemente accurato nella descrizione degli
effetti tossicologici.
Anche
questo sistema applicato negli anni ’80 da diversi paesi e istituzioni
ambientali e sanitarie - è stato sottoposto a numerose rivisitazioni che
hanno, nel tempo, da un lato ridotto le differenze tra la 2,3,7,8 TCDD e
gli altri isomeri e dall’altro ridotto il numero delle scale di
riferimento (attualmente ridotte principalmente a 3 : quella dell’EPA,
quella dell’OMS e quella dell’Unione Europea) per quali permangono
ancora delle differenze. Ad esempio la 1,2,37,8 PentaCDD ha un fattore
equivalente di tossicità pari a 0,5 nella scala Europea mentre in quella
dell’OMS è pari a 1; le Octa CDD e le Octa CDF nella scala europea sono
pari a 0,001 mentre in quella OMS sono pari a 0,0001. Ciò porta a valori
diversi, per la stessa concentrazione di isomeri delle TCDD e delle
PCDD, di TEF.
Inoltre,
nel caso dell’Europa, non esistono ancora delle scale di TEF per i PCB
(mentre sono stati proposti dall’OMS) per cui in Europa i PCB non
vengono semplicemente considerati ( e sono stati addirittura eliminati
tra i parametri per i quali vige l’obbligo di misurazione per le
emissioni dagli inceneritori) mentre l’OMS li comprende (con fattori che
variano da 0,1 a 0,00001 a seconda delle diverse sostanze classificate
come PCB) e li "conta" nella proposizione di limiti di esposizione.
Come
abbiamo già detto, la maggiore fonte espositiva per l’uomo per i POPs,
e dunque anche per le PCDD e i PCDF, è rappresentata dalla catena
alimentare, infatti, anche a parità - o a vicine - concentrazioni nelle
diverse matrici ambientali di POPs, sono stati verificati significative
differenze nella esposizione ovvero nei tessuti umani in funzione delle
caratteristiche della dieta locale.
Rimanendo
a PCDD, PCDF e PCB, avendo queste sostanze una spiccata caratteristica
di lipofilità (sono insolubili nell’acqua ma si sciolgono nei grassi),
si è riscontrata una maggiore esposizione nelle popolazioni nella cui
dieta hanno un peso maggiore cibi con maggiore contenuto di grasso
(latte, pesci, carni).
Non
esistono dei limiti riconosciuti internazionalmente concernenti la
presenza di tali sostanze negli alimenti, ma alcuni paesi hanno fissato
dei limiti per determinati alimenti e/o per i suoli agricoli.
Tabella
18. Limiti fissati in alcuni paesi europei inerenti le concentrazioni
massime nella sostanza grassa del latte di PCDD/PCDF
|
Stato |
Concentrazione (pg ITEQ /g di sostanza grassa nel latte) |
Note |
|
Belgio |
5 |
|
|
Germania |
< 0,9 3,0 |
obiettivo di lungo termine valore di intervento di primo livello : obbligo di
miscelazione del latte contaminato con altro provenienti da fattorie e
misure di contenimento delle fonti valore di intervento di secondo livello : divieto di
commercializzazione del latte |
|
Olanda |
6 |
Limite massimo da non superare |
|
Gran Bretagna |
16,6 |
comprensivo di PCBs |
|
Austria |
35 |
Indicato dal Ministero della Sanità, l’Agenzia per
l’ambiente raccomanda il non superamento del limite olandese |
|
Francia |
1,0 > 5,0 |
Obiettivo di riferimento Divieto di immissione sul mercato |
Oltre
ai limiti sopra indicati, per rimanere all’Europa, la Germania ha
fissato in 10 pg ITEQ/g di peso asciutto (equivalente a 1 pg ITEQ/g su
peso tal quale) quale limite per alcuni vegetali; inoltre, nel caso dei
suoli, un superamento del limite di 40 pg ITEQ/g di sostanza secca,
implica la definizione di pratiche agricole e la coltivazione di piante
con caratteristiche biologiche tali da ridurre l’accumulabilità nei
vegetali.
In
Italia come vedremo anche più avanti un suolo a destinazione
residenziale con una concentrazione superiore a 10 pg ITEQ/g (10
nanogr/kg) di sostanza secca è da considerarsi come sito contaminato dal
DM 471/99.
Rammento
da ultimo i limiti fissati dall’Unione Europea dopo la contaminazione
di alimenti animali in Belgio nel 1999 da PCBs e diossine pari a 0,2 pg
ITEQ/g di sostanza grassa per le carni fresche di pollo e maiale ed i
prodotti da loro derivati. Infine rammento il limite, sempre dell’Unione
Europea, fissato a 0,5 pg ITEQ /g riferiti alla polpa di limone
utilizzata come mangime per animali (bovini) che aveva provocato una
emergenza sanitaria in alcuni paesi (in particolare la Germania) a causa
della importazione di mangime contaminato dal Brasile.
A
fronte di questi limiti diversificati, qual’è la situazione attuale nei
paesi ove sono state condotte delle indagini ?
Tabella
19 Sommario degli studi relativi alla esposizione a PCDD/PCDF e PCBs
che hanno evidenziato il superamento di limiti internazionali
|
Paese/Alimento |
Superamento di limiti |
|
Dieta complessiva |
Superamento del TDI dell’OMS per diossine, furani
e PCB |
|
Dieta complessiva |
Superamento del TDI per PCB |
|
Dieta complessiva |
Superamento ADI OMS/FAO
per aldrin e dieldrin Superamento ADI OMS/FAO per toxaphene |
|
Pesci di acqua dolce |
Superamento MRL OMS/FAO
per eptacloro e eptacloro epossido Superamento MRL OMS/FAO per PCB e chlordane |
|
Carne |
Superamento MRL OMS/FAO per DDT |
|
Latte e derivati |
Superamento MRL OMS/FAO
per eptacloro e eptacloro epossido |
In
aggiunta a quanto riportato nella tabella 19 è da segnalare che, nel
1997, un’indagine del Ministero dell’Agricoltura francese (Direction
générale de l’alimentation "Resultats du plan de surveillance de la
contamination des produits laitiers per les dioxines", 28 mai 1997) ha
evidenziato tassi allarmanti di diossina riscontrati nel latte prodotto
in 34 dei 95 Dipartimenti del Paese. In tre Dipartimenti del Nord
l’area a maggiore vocazione lattiera il tasso riscontrato è superiore a
3 picogrammi per grammo di grassi dei prodotti lattiero-caseari
analizzati, rispetto ad un valore di riferimento che non dovrebbe
superare 1 picogrammo, mentre a 5 picogrammi scatta la proibizione del
consumo. La diossina dispersa nell’atmosfera appare dovuta all’attività
degli inceneritori.
Lo
studio in oggetto ha verificato che 40 prodotti analizzati (20
formaggi, 8 di burro, 12 di prodotti freschi) erano tutti contaminati da
diossine. Il calcolo della razione giornaliera riferita in particolare a
neonati ha evidenziato un superamento dei limiti individuali fissati
dal Ministero della Sanità (ovvero 1 picogrammo di diossina per
chilogrammo di peso corporeo al giorno): infatti un bambino di 10 anni
del peso di 30 kg, stando a tale limite, non deve ingerire più di 30
picog/kg al giorno, mentre ipotizzando una razione giornaliera di 500 ml
di latte, due porzioni di burro da 10 g, due yogurt da 150 ml e due
porzioni di formaggio da 30 g si troverebbe a ingerire tra 156 e 92 pg
di TCDDeq al giorno (corrispondenti ai prodotti a maggiore
contaminazione e a quelli a contaminazione media). A tale esposizione,
continua questo studio, va aggiunta quella derivante da altri alimenti a
base di grassi animali in cui si è accertata la maggiore contaminazione
da diossine; tale apporto supplementare è in grado di raddoppiare
l’esposizione sempre per un bambino di 10 anni - quello derivante dai
prodotti lattiero-caseari.
Le
prefetture hanno vietato a sedici aziende agricole la vendita del latte
prodotto e sono stati chiusi gli inceneritori di Halluin, Wasquehal e
Sequedin (zona di Lille) assieme a quello di Maubeuge, nel nord del
paese, dove si è accertato il superamento di 1.000 volte il vigente
limite previsto dalle direttive dell’Unione Europea sulle diossine.
Tant’è che la Francia sta riconsiderando la sua politica di smaltimento
dei rifiuti urbani da decenni basata sull’incenerimento e sta
sottoponendo gli impianti di incenerimento, fino a ieri vantati come
sicuri e non inquinanti, a verifiche approfondite.
Analoghe
verifiche sono in corso in Belgio per l’impianto di Anversa come per
quelli di Weurt e Lathum in Olanda. In Olanda, è utile ricordarlo, nel
1989 l’inceneritore di Rotterdam fu spento e la produzione di latte del
circondario fu distrutta per diversi anni per l’elevata presenza di
diossine. In alcuni casi si sono verificate contaminazioni tra 11 e 14
nanog/l in TCDDeq a fronte di un limite massimo fissato in Olanda a 0,1
nanog/l; questo inquinante ha interessato anche in aziende di
agricoltura biologica considerate erroneamente - al di fuori dell’area "a
rischio".
Come
già accennato la maggiore fonte espositiva (valutata in un range tra il
70 % e il 95 % a seconda delle condizioni socio-territoriali locali) ai
microinquinanti clorurati è dovuta alla alimentazione per gli effetti di
cumulabilità nella catena alimentare sopra ricordati. Per quanto
concerne la presenza di questi tossici nell’aria le fonti sono concordi
nell’evidenziare valori più elevati in prossimità di fonti di
esposizione (inceneritori, impianti industriali correlati con
l’emissioni di tali inquinanti, arterie di elevato traffico stradale)
rispetto a zone considerate non disturbate e che subiscono "solo" gli
effetti del trasporto su lunga distanza degli inquinanti atmosferici; i
valori riscontrati in studi nei paesi industriali hanno dei range molto
variabili, da 5 picogr/mc (caso di un inceneritore tedesco) a valori di
mille volte inferiori.
L’indicazione
della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale, come livello di
azione, è pari ad una concentrazione di 0,04 picog/mc.
In
Italia sono pochissimi gli studi in proposito, tra questi citiamo un
recente studio svolto tra il 1995 e il 1996 in diverse zone della città
di Milano è stata stimata una media di 0,0208 picog/mc nell’atmosfera di
TCDDeq (come somma di PCB, PCDD e PCDF per il PCB è stato valutato un
apporto pari al 10 %) con una distribuzione dei numerosi isomeri delle
PCDD e dei PCDF "molto simile a quello delle emissioni dei forni di
incenerimento dei rifiuti solidi urbani (nell’arco di 10 km dalle zone
indagate sono attivi 3 impianti di questo genere ndr) e di processi
metallurgici" (R. Fanelli, E. Davoli in AAVV "Il benzene e altri
composti aromatici: monitoraggio e rischi per l’uomo", Fondazione
Lombardia per l’Ambiente, 1998, pp.133÷151).
Studi
precedenti sulla base di 18 analisi dell’aria urbana di Firenze e di 10
analisi dell’aria urbana di Roma hanno evidenziato concentrazioni di
PCDD e PCDF : per Firenze, tra un minimo di 0,072 picog/mc in Teq e un
massimo di 0,2 picog/mc in Teq, e per Roma, tra 0,048 e 0,277 picog/mc
di Teq, con una concentrazione media per le due città stimata in 0,062
picog/mc.
(Berlincioni
et al. 1995, 1993, 1992, Turrio-Baldassarri et al. 1994; riportati in
"Compilation of EU Dioxin Exposure and Health Data - Task 2,
Environmental levels", European Commission DG Environment, ottobre 1999,
pag. 8, e "Annex Task 2", pag. 52).
Che
tale questione sia tuttora all’ordine del giorno è confermato dal
Seminario "Dioxins in the air", organizzato dall’Agenzie per l’ambiente
del Belgio, con il patrocinio della Commissione UE, che si terrà a
Bruges dal 19 al 20 novembre 2001.
Da
ultimo va ricordato che nelle prossimità di un impianto di
incenerimento o di altre grosse fonti di combustione (o anche aeroporti,
nei coni di atterraggio e decollo) si possono verificare sia consistenti
incrementi nelle concentrazioni in aria all’altezza del suolo di
contaminanti "tradizionali" (ossidi di azoto, ossidi di zolfo in
particolare) che di altri microinquinanti (idrocarburi policiclici
aromatici) tali anche da incrementare il numero dei superamenti della
soglia di attenzione previsti dalla normativa vigente (tale evenienza
sarebbe preventivabile anche nel caso di alcuni metalli pesanti, se per
questi esistessero dei limiti di qualità dell’aria). Si rimanda a
quanto già detto, in via generale, alla problematica relativa alla
cumulabilità degli impatti in un determinato territorio soggetto alla
realizzazione di nuove opere con impatti elevati.