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Editoriale del 4 Settembre 2002


Per tutto il mondo dell'associazionismo Johannesburg è stata un passo indietro rispetto a Rio. Ma l'Africa insegna che è sbagliato piangersi addosso: anche chi è piccolo può dare fastidio 

Le Ong e il lavoro della zanzara 

da Johannesburg, Sabina Morandi 

Le dichiarazioni più dure sono quelle di Friends of Earth, associazione di ambientalisti radicali che aveva già fatto parlare di sé a Seattle. Ricardo Navarro, il portavoce, considera il Vertice sullo sviluppo sostenibile un completo fallimento: «Nessun accordo degno di questo nome è stato raggiunto sui problemi ambientali più importanti, dal cambiamento climatico alle energie rinnovabili, dalle foreste all'estinzione delle specie. L'unico risultato significativo degli attivisti è stato quello di impedire agli Stati Uniti di sottomettere gli accordi internazionali alle norme 
del Wto». 

Chee Yke Ling, del Third World Network, centro di ricerche asiatico con cui collabora anche Walden Bello, sottolinea l'importanza di questo risultato costato una dura battaglia «l'obbligo di continuità con le regole del Wto previsto dal paragrafo 17 avrebbe comportato l'invalidamento di ogni accordo stipulato al di fuori della logica del mercato. E' una vittoria importante». 

Fra le Ong e fra le organizzazioni della società civile nessuno nega che a Johannesburg c'è stato un passo indietro rispetto a Rio. 
E non si tratta soltanto degli accordi e dei documenti ufficiali, quanto dell'approccio generale al problema del degrado ambientale che, a Rio, aveva per la prima volta registrato una presa di coscienza da parte del Nord del mondo rispetto al proprio «debito ecologico» nei confronti del Sud. 

Oxfam, agguerrita Ong che ha partecipato attivamente alla vittoria del governo sudafricano contro big pharma, insiste soprattutto su questo punto: l'abbandono totale di ogni ipotesi di risarcimento 
del popolo inquinato del Sud da parte del ricco Nord: «Il Summit ha girato le spalle ai poveri della terra, a cui restano solo le briciole» ha dichiarato Andrew Hewett di Oxfam «ed è servito 
solo come grimaldello per aprire la strada ai privati. Ma non perdiamo fiducia nel multilateralismo e non escludiamo alleanze con i governi progressisti». 
Altre grandi associazioni storiche, come Greenpeace e Wwf, condividono la delusione generale ma sembrano già aver trovato una loro collocazione nel nuovo modello di partnership pubblico-
privato con cui ci si si propone di gestire lo "sviluppo sostenibile" dopo il Vertice di Johannesburg. A questo proposito è abbastanza inquietante l'iniziativa sponsorizzata dalla Unione europea e a cui a dato il suo assenso anche il Wwf per una serie di progetti dedicati all'approvvigionamenti d'acqua in Africa e nei paesi dell'ex Unione Sovietica con alcune transnazionali fra cui la 
francese Vivendi, corporation sull'orlo della bancarotta che, evidentemente, cerca di rifarsi la verginità con lo "sviluppo sostenibile". 
I canadesi dell'Etc group l'avevano detto sei mesi fa: a Johannesburg le Nazioni Unite si giocano il poco di credibilità che rimane come interlocutori credibili del movimento e della società civile.

Ovviamente nessuno si aspettava che al Vertice ufficiale venissero firmati accordi «contro la privatizzazione del vivente» o per «lo smantellamento del traffico internazionale di armi», come chiedevano le Ong, né che si procedesse alla «riforma agraria globale» come voleva il movimento dei Senza terra, ma di certo qualche segnale, seppur debole, poteva essere dato. 

Energie rinnovabili, riduzione delle emissioni inquinanti, codici di condotta vincolanti per le transnazionali sono misure tutt'altro che rivoluzionarie ma anzi perfettamente rispondenti alla logica del libero mercato. Ma, evidentemente, siamo ben oltre - o ben più indietro - i dettami del vecchio Adam Smith. Altro che concorrenza leale: qui siamo alla rapina indiscriminata, dove la lobby petrolifera, quella farmaceutica e quella degli armamenti, dettano le regole ai governi. Le Nazioni Unite in veste di Ponzio Pilato che si sono viste qui non sembrano più avere motivo di esistere se i cosiddetti "accordi" firmati lasciano piani di attuazione, controllo e soldi in mano ai privati. 

E il movimento dei movimenti? Analizzarne i percorsi e fare ipotesi sul "dopo Jòburg" è davvero complicato. Di certo si può dire che il tentativo di "cavalcare la tigre" messo in atto dal 
governo sudafricano, che ha fornito spazi e mezzi - e si è giocato il tutto per tutto sul successo del Vertice - al Global People Forum, è sostanzialmente fallito. Lo si è visto, sabato, con il flop della marcia "governativa" mentre quella dei movimenti sociali e dei senza terra sudafricani, che hanno fra l'altro tenuto il loro primo congresso nazionale, registrava una presenza senza precedenti. Lo si è visto ieri durante la conferenza stampa conclusiva che si è tenuta al Nasrec. Lì alcuni portavoce 
dell'International Steering Group sono riusciti a non farsi scappare alcuna opinione sulla riuscita del Vertice, di fatto concluso, o perché «non avevano il mandato» o perché «erano ancora in corso 
trattative». Evidente la difficoltà di esprimere un giudizio negativo, peraltro l'unico possibile considerando le richieste presentate al Summit, dopo avere tanto enfatizzato le meraviglie 
della partnership pubblico-privato di fronte a platee di attivisti il più delle volte ostili. 

Alla fine si può dire che la cooptazione governativa sia fallita senza troppo danneggiare il movimento delle Ong e delle organizzazioni della società civile visto che ognuna se n'è andata 
per la sua strada, chi con i movimenti sociali chi a caccia di delegati governativi, secondo affinità d'intenti e di obiettivi già da tempo decisi. Resta la sostanza del problema, ovvero come - e se - 
gestire la montagna di soldi che pioveranno sull'Africa. Una pioggia di denaro incontrollata e incontrollabile, come le Ong sanno bene, così come hanno ben chiaro che saranno sole quando 
cercheranno di far rispettare gli accordi stipulati con i giganti del petrolio o dell'energia. Il lavoro della formica. 

Tutto è perduto, dunque? Niente affatto. Se c'è una cosa che t'insegna l'Africa è che piangersi addosso è un lusso. I piccoli gruppi che ieri, nell'ultimo giorno del contro-vertice, hanno continuato imperterriti a lavorare lo sanno molto bene: sono in ballo e devono ballare. Qui non si lotta per vincere, qui si lotta per sopravvivere. Sembrava davvero strano, ieri, quel brulicare di gente che continuava a parlare, a scambiarsi numeri di telefono e indirizzi di posta elettronica, a darsi appuntamenti e prendere impegni mentre i potenti del pianeta se ne stavano nei ristoranti di 
Sandton City a liquidare le ultime pratiche. 

Può sembrare stupidamente testardo continuare a denunciare il comportamento delle transnazionali del farmaceutico contro le medicine naturali, come fa la tedesca Rath Foundation durante la sua ennesima conferenza, o seguitare a scambiarsi opinioni sulle strategie da attuare per «riprendersi i centri urbani» come avviene durante il seminario della sudafricana Piki-Tup, ma a volte bisogna andare avanti a testa bassa. Come quel gruppo di avvocati per l'ambiente dell'associazione Environmental Law Institute che ieri pomeriggio distribuivano copie del loro «manuale per l'autodifesa» di foreste, fiumi e comunità attraverso l'utilizzo della normativa vigente» agli avvocati dei minuscoli villaggi spersi in questo immenso continente. Ma, a tarda ora, le copie 
continuavano a passare di mano perché «Nepad o non Nepad, Summit o non Summit, bisogna dare alla gente degli strumenti per difendersi». Avvocati, pacifisti, vegetariani, comitati antisfratto e barboni sfrattati dai marciapiedi. 

E' pura e semplice demagogia credere che il lavoro ininterrotto di questa gente, la sua spontanea, generosa e fantasiosa capacità di organizzarsi conti qualcosa? 

E' stupido ottimismo a braccetto con la stupida testardaggine di cui sopra? Può darsi. 

Forse l'unica risposta a queste domande l'abbiamo trovata in uno dei mille cartelli che campeggiavano sulla porta di una delle cento sale riunioni del Nasrec: "Se pensi di essere troppo piccolo per dare fastidio, prova a dormire con una zanzara in camera". 


da Liberazione, mercoledì  4 settembre 2002

 


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