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Editoriale del 18 Novembre 2001


WTO: esorcismo globale


di Sabina Morandi *


Non c’è accordo più ampio di quello in cui non si decide niente. E a voler considerare i contenuti, l’accordo Doha è una scatola vuota: l’unica cosa su cui c’è stata convergenza è stato l’impegno di continuare a negoziare in futuro. Si sa, però, che la potenza dei simboli spesso ha poco a che fare con i contenuti reali. Lanciare un nuovo round significava esorcizzare Seattle: un innegabile valore d’immagine che consente a Mike Moore, direttore generale del WTO, di parlare di data storica. Se i 142 paesi membri non si fossero messi d’accordo, l’esistenza stessa dell’Organizzazione sarebbe stata messa in discussione e l’obiettivo finale dei contestatori più radicali, quelli che chiedevano senza mezzi termini la fine del WTO, sarebbe stato pericolosamente vicino. Come aveva fatto notare il predecessore di Moore, Peter Sutherland, "nel meeting di Doha potrebbe essere messa in crisi la credibilità stessa del Wto". Era questa, insomma, la posta in gioco.


FINO ALL'ULTIMO MINUTO

Un suq, ha detto il TG1. Un gigantesco children’s party dove ogni bambino vuole arraffare il suo dono, l’ha definita il Financial Times. Nelle ultime ore, l’assemblea generale del WTO sembrava tutto meno che una riunione di responsabili statisti chiamati a decidere sui destini del mondo. Con gli occhi rossi per la mancanza di sonno, ognuno rilanciava le proprie pretese cercando di venire a compromessi con le contraddizioni che stavano dietro a ciascun delegato di ciascun paese. Di fatto, come si è visto nella delegazione più potente, ovvero quella statunitense, la guerra ha accelerato una contraddizione sotterranea interna, presente già dai tempi di Seattle: quella fra un blocco di potere sostanzialmente protezionista, rappresentato da un Congresso fermamente intenzionato a difendere i propri lavoratori e le proprie industrie dagli effetti di ulteriori cicli di liberalizzazioni, e un altro blocco di potere, che si potrebbe definire espansionista, rappresentato dalle grandi transnazionali che hanno tentato, senza riuscirci, di avere un mandato molto forte, il cosiddetto fast-track una sorta di assegno in bianco per trattare a Doha.

Finora la contraddizione dei paesi ricchi, sempre esistita, poteva venire comodamente gestita attraverso la prassi della doppia morale: protezionismo con i prodotti degli altri – vedi le norme anti-dumping contro acciaio e tessili – e ultraliberismo con i prodotti propri. La doppia morale si è però inceppata di fronte all’alzata di testa dei paesi in via di sviluppo, che hanno gestito al meglio – sia come gruppo, sia per proprio conto - il potenziale fornito dal clima di "ora o mai più" che regnava a Doha. Secondo i media dell’establishment sono loro i vincitori. Dichiarazione naturalmente strumentale, ma è innegabile che, per la prima volta, si sono sentite le voci di paesi finora afasici, e che è stata loro l’importantissima vittoria riportata sull’industria farmaceutica.


LA GUERRA DEI BREVETTI SUI FARMACI

Fanno benissimo gli attivisti delle Ong a sottolineare i limiti dell’accordo, come fa Oxfam, protagonista della battaglia, che evidenzia "l’enorme lacuna presente nel testo che riguarda i paesi che non dispongono di proprie capacità produttive". Oxfam, come altre Ong, si riferiscono alla modifica dei Trips, gli accordi sulla proprietà intellettuale, che consentono la sospensione dei brevetti in caso di crisi sanitaria nazionale. Grazie a questa modifica il paese che decidesse di produrre da sé i propri farmaci – come ha fatto il Brasile per combattere la pandemia di Aids - non rischia più di incorrere nelle sanzioni economiche internazionali. Una modifica importantissima che, fino alla primavera scorsa, quando il governo sudafricano fu trascinato in tribunale per la Legge Mandela che sosteneva esattamente questa possibilità, sembrava impossibile. Una vittoria ottenuta, oltre che sulla proposizione di un progetto comune di accesso ai farmaci, ideato dal Gruppo africano, puntando anche sulla psicosi statunitense dell’antrace e sul fatto – vedi il caso – che la multinazionale che produce l’anti-antrace è tedesca.

Dall’accordo resta però fuori un aspetto importante, la lacuna appunto segnalata da Oxfam. Uno stato può produrre in proprio i farmaci generici necessari invocando quella che si chiama "licenza forzata" ma non può ricorrere alle "importazioni parallele", ovvero andare a comprare il generico da chi lo offre al prezzo più accessibile. L’accordo beneficerà quindi quei paesi in grado di produzioni proprie, Brasile, Thailandia, Egitto, India e, ovviamente, i paesi industrializzati, ma potrebbe non avere effetti su quel 25 per cento di popolazione africana infettata dall’Aids, che abita in paesi privi di possibilità produttive. In sintesi è stata conseguita un’importante vittoria, ma la lotta è ancora lunga.


AGRICOLTURA: LA PARTITA EUROPEA

La questione farmaci non è stata l’unica su cui gli ultrà liberisti hanno dovuto mollare la presa. Mentre piccole concessioni – aperture di quote di mercato, abbassamenti di tariffe doganali – venivano fatte a tutti, si stava bene attenti a non menzionare una bestia nera, la liberalizzazione dei servizi, quei GATS visti come il fumo negli occhi da buona parte dei paesi membri e da tutte le componenti della società civile. Rispunteranno, ci si può giurare, in momenti più propizi.

Ma la partita più complicata, e quella di più grande impatto politico, si è giocata sull’agricoltura. Oggi, nella maggior parte dei Paesi nord europei e negli Stati Uniti, è facile trovarsi a fare colazione con succo di arancia della Florida, acqua minerale francese, formaggio olandese, tè indiano, biscotti italiani e banane centroamericane. E’ il risultato più tangibile della globalizzazione, quello, come dire, nella bocca di tutti. Ed è anche quello che ha fatto più vittime: milioni di contadini sono stati espropriati delle loro terre, schiavizzati, deportati e perfino uccisi nell’imporre questo modello di produzione alimentare.

Sulla liberalizzazione dell’agricoltura e sulla riduzione ai sussidi, il cosiddetto gruppo Cairns, ovvero i ricchi Stati Uniti, Australia e Canada, ma anche i ben più poveri Argentina e Brasile, si sono giocati il tutto per tutto contro un’Europa protezionista e contro un gruppo di paesi in via di sviluppo, capeggiati dall’India, intenzionati a non mollare su temi quali la sicurezza alimentare, la protezione dei piccoli coltivatori e delle produzioni locali dall’invasione del cibo spazzatura delle transnazionali.

In una partita a scacchi maledettamente complicata sembra alla fine aver vinto l’Europa, ma è meglio dire la Francia, che è riuscita a portare a casa un bel risultato: quello di svuotare completamente l’accordo. In sintesi gli europei alla fine hanno accettato di firmare un documento in cui ci si impegna per l’eliminazione graduale dei sussidi pur lanciare il nuovo ciclo di negoziati, salvo però specificare che l’accordo non è vincolante per le discussioni che verranno. E’ come accettare di firmare un contratto solo se contiene la clausola: "questo contratto non impegna nessuno". Niente male come artificio retorico.


* dell'Esecutivo Nazionale di VAS



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