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Editoriale dell'11 Marzo 2002

Esiste un'alternativa alla Tobin Tax?

di Enrico Caperdoni

Esaminando gli squilibri della finanza internazionale un fatto salta evidente all’occhio: il crescente tributo che i paesi del pianeta devono dare agli USA per evitare che si sviluppino crisi economiche internazionali. Come è noto infatti l’economia americana è la più indebitata del mondo. I suoi debiti hanno ormai raggiunto cifre impressionanti, che aumentano al ritmo di 400-500 miliardi di dollari all’anno (più di un milione di miliardi di lire) per il disavanzo della loro bilancia dei pagamenti correnti.

Gli accordi di Bretton Woods del 1944, prevedevano che lo sviluppo economico dei vari paesi avvenisse in modo equilibrato, rispettando il requisito fondamentale dell’equilibrio delle rispettive bilance dei pagamenti. Coloro che denunciano un passivo corrente dovevano mettere in moto misure correttive (riduzioni dei salari e dei profitti, pareggio dei conti pubblici, liquidazione del loro patrimonio ecc.) atti a ridare equilibrio ai loro conti esteri.

Questi potevano anche venire pareggiati con l’acquisizione di prestiti, che però per essere efficace, presupponeva le altre misure atte a rendere più competitiva l’economia dei paesi in passivo.

Tali prescrizioni erano valide per tutti i paesi, con la sola eccezione degli USA.

Perché quegli accordi potessero funzionare, infatti, sarebbe stato necessario creare una moneta internazionale (Keynes chi l’aveva proposta l’aveva chiamata "bancor") la cui circolazione avrebbe dovuto essere regolata da istituzioni sopranazionali: l’ONU attraverso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

Questi organismi avrebbero dovuto creare la moneta necessaria per finanziare il naturale sviluppo dell’economia mondiale, evitando crisi deflazionistiche (infatti se aumentano le merci in circolazione, a parità di moneta, i loro prezzi non possono che diminuire).

Una simile soluzione fu scartata e venne invece accettata quella che poneva il dollaro al centro del sistema monetario internazionale.

Tale scelta imposta dagli USA, potenza dominante in campo politico, economico e militare, venne facilitata con un escamotage: l’aggancio del dollaro all’oro con l’obbligo degli USA di convertire i dollari in oro al prezzo di 35 dollari l’oncia. Essendo la produzione di oro limitata rispetto alla creazione di dollari il prezzo stabilito avrebbe potuto essere mantenuto solo aumentando continuamente il prezzo dell’oro. Ciò infatti è avvenuto. A questo punto però la convertibilità del dollaro a 35 dollari l’oncia non poteva tenere, tanto più che si sviluppavano mercati fuori degli USA che trattavano direttamente la moneta americana. Nel 1971 Nixon sancì così la fine della convertibilità sanzionando formalmente il passaggio dal "gold standard" al "dollar standard". La moneta americana viene dunque utilizzata come strumento di riserva e come mezzo di pagamento internazionale.

Gli USA sono quindi l’unico paese che può permettersi di vivere al di sopra delle sue possibilità in quanto i disavanzi della bilancia dei pagamenti americana possono venire coperti dalla stampa di nuovi dollari.

Non solo, tale paese può anche acquistare imprese ed aziende estere nello stesso modo. E necessario rilevare che il passivo della bilancia dei pagamenti americana viene compensato dall’attivo del movimento dei capitali. In altri termini i capitali dei paesi con bilancia dei pagamenti attiva finanziano gli investimenti che gli americani fanno nel loro paese e altrove contribuendo così direttamente allo sviluppo economico degli USA e riducendo il tasso di risparmio di quel paese necessario per finanziare i suoi investimenti evitando così un aumento delle imprese dei cittadini americani.

In altri termini gli USA vengono finanziati dal resto del mondo per mantenere un livello di vita superiore alle loro possibilità.

Questo finanziamento è andato via via crescendo e ha raggiunto come si è visto la ragguardevole cifra di un milione di miliardi. Ma cosa accadrebbe se i paesi che prestano i loro capitali agli USA li rimpatriassero? Probabilmente si verificherebbe una svalutazione del dollaro con un aumento dell’inflazione statunitense, le esportazioni di beni e servizi americani invaderebbero i mercati, causando una riduzione dell’attività economica degli altri paesi, sia pure le mancate esportazioni verso gli USA sia per la maggiore penetrazione dei prodotti americani nei loro mercati. Naturalmente l’inflazione negli Stati Uniti sarebbe proporzionale alla quantità e qualità dei beni importati e ridurrebbe in parte i differenziali di cambio determinati dalla nuova situazione. I tassi di interesse potrebbero aumentare con ripercussioni sulle altre economie accentuando così le tendenze deflazionistiche. Infine come tutti i paesi in disavanzo dovrebbero risanare i propri conti contenendo i consumi privati e pubblici e vendendo parte del patrimonio federale. Se questa è la situazione sarebbe necessario incominciare a pensare come porvi un qualche rimedio, perché i disavanzi statunitensi potrebbero anche aumentare rendendo la situazione economica internazionale ancor più squilibrata e incontrollabile.

Certo non si può pensare di risolvere tutto con la semplice svalutazione del dollaro, perché, come si è visto le conseguenze potrebbero essere devastanti.

Bisognerebbe quindi riprendere in considerazione il famoso "bancor" proposto da Keynes e che negli anni ’70 ha trovato un equivalente nei diritti speciali di prelievo emessi dal FMI e distribuiti ai paesi ad esso aderenti in relazione alle rispettive quote di partecipazione.

Ma l’emissione di tale moneta non ebbe molta fortuna in quanto l’ONU non dava certo sufficienti garanzie di solvibilità, mentre il sistema americano offriva queste garanzie, oltre che su piano economico anche su quello politico e militare. Pertanto i paesi creditori, incoraggiati dagli USA non accettarono i diritti speciali di prelievo per il pagamento delle loro eccedenze e preferirono il dollaro.

Questo insieme di problemi ha portato all’attuale situazione in cui i costi da pagare per fuoriuscire dalla sovranità del dollaro sarebbero elevatissimi e sopportabili solo se programmati nel lungo periodo.

La risoluzione del problema potrebbe quindi essere trovata nel potenziamento delle attuali istituzioni internazionali che permetta loro di creare una moneta affidabile e distribuirla agli stati in base a indici di reddito, povertà e simili contribuendo in questo modo allo sviluppo dei paesi poveri, unificando l’economia internazionale e dando uno sbocco adeguato ai problemi della globalizzazione. Le imprese multinazionali infatti si muovono a livello planetario, mentre la politica fa ancora riferimento agli stati.

Esiste quindi una discrasia tra economia e politica che deve essere colmata.

In campo economico come in quello politico e militare si ripropone pertanto il problema di un’autorità sopranazionale che sia riconosciuta da tutti i paesi e abbia un potere tale da rendere credibili i suoi impegni.

In mancanza di questa autorità è evidente che l’economia e la liquidità internazionale vengano regolate da chi ha la forza di farlo, appunto gli Stati Uniti e le multinazionali ad essi collegate.

Anche dopo l’11 settembre non sembra che la situazione possa cambiare. Perché ciò avvenga sarebbe necessario, come si è detto, che prendesse corpo un organismo internazionale con un forte potere politico.

L’ONU come assemblea rappresentativa di stati non può aver questo potere. Non è infatti credibile attribuire lo stesso potere alla Cina, agli USA, a Panama e al Guatemala. Pertanto la determinazione dei criteri che devono presiedere alla formazione della rappresentanza internazionale diventa cruciale.


h   o   m   e