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Editoriale del 26 Febbraio 2002

Porto Alegre, mon amour

di Sabina Morandi, del Comitato Esecutivo di VAS

Le foto di Porto Alegre



Incredibile. E' questa forse la parola che ci si scambiava più spesso incontrandosi per i corridoi della grande università cattolica che ospitava il Forum o in una delle altre numerosissime sale messe a disposizione dal municipio, dal governo, dagli imprenditori e via dicendo.
Incredibile. La babele delle lingue, prima di tutto, e la babele degli approcci politico-culturali: tradizioni diversissime - chiese, sindacati, comunisti, indios, ambientalisti… - che sono riuscite, davvero non si sa come, a lavorare gomito a gomito, in parallelo ma senza mai contraddirsi, e a sfornare proposte concrete, funzionali, logiche, come se davvero la logica del buon senso, della trasparenza e della giustizia si fossero ritrovate, miracolosamente, tutte dalla stessa parte. Miracolosamente, vista la mole degli argomenti, dei settori, delle questioni, messe in gioco.

Qui si e' discusso di nanotecnologie, di agricoltura e di socialismo. Si sono sfornati piani di pace come fosse niente, per mettere a posto ogni conflitto. Sono stati discussi progetti per la collettivizzazione e la razionalizzazione dell'acqua, del petrolio, del pesce. Si sono fatti in conti in tasca ai militari e ai fabbricanti di armi per vedere dove andare a prendere i soldi necessari a stare tutti un po' meglio. Sono stati presentati nuovi modi di amministrare le città e perfino le nazioni intere, e piani per scambi commerciali meno criminali. Incredibile. Per quasi una settimana un fiume di gente in moto perpetuo si è riversata nei corridoi, nelle sale delle conferenze, nelle aule e fra le centiania di bancarelle, tavoli, e pannelli esposti nei corridoi delle palazzine e nei giardini dell'università. Si è mossa in un flusso compatto e costante - mettendosi in fila per tutto: conferenze, seminari e officinias" cosi' come per le scale mobili e perfino per l'ascensore. Poi si è ballato e cantato in lingue sconosciute. Poi si sono raccolti gli incoraggiamenti della gente, per strada, negli autobus e nel taxi: "Mi raccomando fate un buon lavoro: il mondo così com'è fa davvero schifo!".

Oggi il documento finale del Social Forum ha cominciato a girare. Raggiungerà gli angoli più sperduti del pianeta volando nelle valige dei delegati o sparato nei byte della rete. Ma quale stupore nel constatare che i documenti meno diffusi, quelli meno "politici" - si fa per dire - che riguardano appunto le proposte concrete, miracolosamente non contraddicono di una virgola quello che hanno votato i gruppi rappresentati nel comitato organizzatore. Ma Porto Alegre non è stata solo concretezza, anzi. E' stata un'incredibile mistura di concretezza e ambizione sconfinata che non vuole limitarsi a smascherare i rapporti di forza e di potere, di corruzione e di violenza che si celano dietro alle patinate notizie del quieto vivere. L'ambizione si spinge addirittura a proporre soluzioni - sulla salute mentale, sul riciclaggio, sulla bonifica delle zone inquinate, sull'educazione infantile, sull'abbattimento delle barriere architettoniche... - con una presunzione troppo esaltante per essere colpevole ma, soprattutto troppo efficiente per essere ingenua. Qui si sono prodotte soluzioni - una montagna di soluzioni - con cui i padroni del mondo dovranno fare i conti. Anche se continueranno a ignorare - meglio dire nascondere - il movimento nei loro media, nessuno potrà più dire "...e come altro si può fare?" senza sbattere contro un monolitico "COSI"" documentato, accessoriato e radicato nelle comunità. Lo sanno bene quelli delle istituzioni globali che quando hanno bisogno di materiale serio - ogni tanto bisogna pure giustificare la propria esistenza - e' da queste parti che vengono a pescare, e non certo fra gli scandalosi piani fatti in serie del Fondo Monetario o della Banca Mondiale.
Un altro clima è possibile

Sulla concretezza di cui è difficile avere il polso, in quanto i contenuti del Forum sono stati tassativamente ignorati perfino dai media "amici", si potrebbero scrivere trattati interi. Un esempio valga per tutti. Fra gli innumerevoli eventi che hanno preceduto o accompagnato il Forum Sociale Mondiale vero e proprio ci sono stati gli incontri preparatori per il Summit sull'ambiente che si terrà a Johannesburg che dovrà rendere conto di cosa si è fatto nei dieci anni dopo lo storico incontro di Rio. E il fatto che sia stato ignorato il Forum Preparatorio Rio + 10, che ha riunito i leader e le associazioni dell'ambientalismo mondiale, è tanto più grave quanto le proposte che da lì sono uscite sono estremamente autorevoli. Basti pensare che uno dei partecipanti, che ha stilato la proposta brasiliana sulla riduzione dei gas serra, può vantare frequentazioni assidue praticamente con tutti i più importanti organismi internazionali che si occupano di riscaldamento globale, inclusi IPCC, UNFCCC, UESCO, FAO, Banca Mondiale e numerose organizzazioni non governative.
Emilio La Rovere, infatti, è una vera e propria autorità in materia, ed è in qualità di consulente del governo brasiliano per la riforma energetica che ha lavorato alla proposta sulla quale il Brasile spera di aggregare il consenso degli altri paesi in via di sviluppo. In primo luogo si propone che, nei parametri per valutare i finanziamenti di qualsiasi progetto internazionale venga immediatamente introdotto il criterio di "sostenibilità ambientale". Gli indicatori di sostenibilità, oltre che di ambiente, dovranno occuparsi anche di bilancia dei pagamenti, ovvero dovranno bocciare tutti quei progetti destinati ad aumentare le importazioni e, di conseguenza, a vincolare ancora di più i paesi del Terzo mondo alla dipendenza tecnologica dalle multinazionali del nord. Meno tecnologia, o comunque gestibile all'interno, e più lavoro. E anche la tecnologia, per la quale La Rovere non disdegna investimenti privati, deve essere attentamente valutata in prospettiva di un aumento dell'autonomia locale.

Per quanto riguarda le emissioni inquinanti in particolare, la proposta brasiliana riguarda il conteggio cumulativo delle emissioni di CO2. In sostanza per calcolare quanto un paese deve investire in riconversione, si fa una somma delle emissioni inquinanti di quel paese, per esempio dal 1950 in poi. In questo modo, ovviamente, i paesi industrializzati pagherebbero il loro "debito" di inquinatori nei confronti del resto del mondo. Se la proposta brasiliana venisse adottata da tutti i G77 gli Usa sarebbero costretti, se non proprio a firmarla, certamente a offrire misure concrete invece di limitarsi a stracciare gli accordi esistenti o a proporre ridicoli palliativi.

Ovviamente, rispetto alla prospettiva della riduzione volontaria delle emissioni incoraggiata da incentivi fiscali proposta a metà febbraio da Bush, il quadro cambia completamente. Si porta qui in primo piano il concetto di "giustizia climatica" su cui si basano buona parte delle proposte ambientaliste provenienti da Porto Alegre, che è un'innovazione anche rispetto al Protocollo di Kyoto. Perché, infatti, i paesi in via di sviluppo - emergenti o meno - dovrebbero limitare le emissioni o investire nella riconversione al pari dei paesi industrializzati quando sono indubbiamente questi ultimi ad avere contribuito maggiormente all'effetto serra? Il concetto di "risarcimento" è un punto centrale, e non solo per motivi morali: occorre un segnale forte perché i paesi in via di sviluppo accettino di trattare con un paese come gli Stati Uniti che, con il 4,6 per cento della popolazione mondiale è responsabile del 25 per cento delle emissioni inquinanti.

Altro giro di seminari, altre proposte. In questo caso si tratta dei due giorni di studio curati dall'International Forum on globalization, il centro studi internazionale che riunisce le menti migliori del movimento globale. "Non c'è settore dell'attività economica globale che faccia più danni sociali, ambientali e politici dell'attuale sistema energetico, dalla produzione ai residui. Eppure, paradossalmente, non c'è forse nessuna area che così sia suscettibile di una rapida conversione e che disponga di tante eccellenti alternative ". Così era scritto nel documento diffuso dall'International Forum e firmato da Walden Bello e Martin Khor, fra gli altri.

Attualmente la produzione energetica della maggior parte del mondo, ma specialmente nei paesi industrializzati occidentali, si basa su combustibili fossili come petrolio, carbone e gas naturale, con l'aggiunta, in alcuni luoghi, di grandi centrali idroelettriche e nucleari. E, naturalmente, la produzione in questo settore è caratterizzata da un grado estremamente altro di concentrazione nelle mani di poche corporation. Eppure la tecnologia necessaria per deconcentrare e localizzare la produzione di energia, sarebbe già disponibile sia attraverso l'aumento dell'efficienza energetica che utilizzando fonti alternative come fotovoltaico, biomassa, geotermia, impianti idroelettrici di piccola scala, energia eolica e altre fonti rinnovabili. A questo si aggiungono le tecnologie che possono essere impiegate per riconvertire all'idrogeno automobili, camion, aeroplani, navi e altri mezzi di trasporto, tecnologie già in produzione come dimostrano le iniziative di grandi case automobilistiche come BMW, Mazda, Ford, Hona e Toyota, solo per citarne alcune. La lentezza, ma meglio dire l'inerzia mostrata dai governi più ricchi del mondo ad avviarsi verso questo tipo di riconversione non è quindi di natura tecnologica, tecnologia - strettamente controllata - che l'International Forum sposa e rilancia.
Ma il problema, ovviamente, non si esaurisce nelle possibilità tecnolgiche. Gli astratti discorsi sulla scienza buona e sulla scienza cattiva sono rimasti una prerogativa tristemente - e provincialmente - italiana. Basti il fatto che quasi nessuno di quelli che, a Porto Alegre, ha discettato di ambiente, aveva meno di una laurea in qualche disciplina scientifica. "Che domanda stupida!" replica un ricercatore a un giornalista nostrano "E' come chiedere se un coltello ferisce: dipende da chi lo impugna". Semplice buon senso, una volta strappato il velo.

E' chiaro a tutti quindi, dalle parti di Porto Alegre, che il discorso sulla scienza, sulla tecnologia e sull'ambiente non ha alcun senso se non si affronta la questione della concentrazione del potere, ovvero del controllo sociale - dei governi, delle comunità, delle persone - sugli strumenti della scienza e del governo del pianeta. "Che la proposta Bush sul clima sia confezionata appositamente per non dare fastidio agli interessi delle corporation statunitensi è lapalissiano" dichiara Walden Bello. "D'altronde, alla luce dell'Erongate, è facile rintracciare i percorsi della politica energetica statunitense - e, quindi, planetaria - dove una banda di manager ha distribuito soldi a destra e a manca per farsi confezionare le strategie energetiche nazionali sui propri interessi. Ciò che forse colpisce di più, in questo disinvolto gioco d'azzardo, è la totale mancanza di sensibilità "globale" da parte degli artefici della globalizzazione".

Ma, come ha sottolineato Claudio Langone, assessore all'ambiente del Rio Grande do sul, la diretta influenza delle corporation sui politici è un arma a doppio taglio: "sappiamo benissimo quali sono le 50 corporation americane che influenzano direttamente la politica energetica e ambientale globale dell'amministrazione Bush. Se siamo riusciti a organizzare un forum internazionale di questa portata possiamo benissimo provare a organizzare un boicottaggio globale".
Si tratta solo di organizzare un movimento di consumo consapevole a livello globale per dare fastidio ai padroni del clima e fare paura ai loro stipendiati che siedono nei parlamenti del pianeta. Questo, più o meno, lo spirito di Porto Alegre.


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