| Editoriale del 3
Novembre 2001 IL DECENNIO PERDUTO di Mikhail GORBACIOV E ora: che fare? Lazione militare contro lAfganistan si sta allungando, le speranze di un rapido successo non si sono avverate. Peggio, sempre più insistentemente si sente parlare di unestensione dellazione militare nello spazio e nel tempo. L11 settembre ha modificato tutte le coordinate della nostra vita, ma sembra che questa constatazione, che tutti ripetono, non venga seguita da una riflessione adeguata. Non abbiamo in realtà ancora ben valutato ciò che è accaduto e perché. Io penso che l11 settembre abbia rappresentato la fine dellideologia del mondo unipolare, il punto di svolta oltre il quale la "globalizzazione unilaterale" non potrà più procedere. Credo che quella data costituisca anche la tragica sepoltura della filosofia del post Guerra Fredda così comè venuta sviluppandosi dalla fine dellUnione Sovietica in avanti. Il 1991-2001 potremmo definirlo un "decennio perduto". Ricordo che alla vigilia dellinizio di quella fase effimera della storia chiamata post-Guerra Fredda furono legate molte speranze e molte idee innovatrici. Si parlava allora della necessità di creare un nuovo sistema di relazioni internazionali che fosse allaltezza della "perestrojka del mondo intero". I mutamenti del quadro europeo rappresentavano la conferma che quella era la direzione di marcia. La nascita dellEuropa non era forse il migliore esempio? Lunificazione della Germania non aveva aperto una pagina nuova nella storia europea? Cera stata la Conferenza di Vienna per la riduzione delle forze armate e degli armamenti convenzionali. Cera stata la Conferenza di Parigi, che aveva posto le basi per una nuova sicurezza del vecchio continente e del mondo. Era stata evidenziata la necessità di una riforma della Nato e del Patto di Varsavia. Era stata posta allordine del giorno leliminazione delle armi nucleari, e poi di quelle chimiche e batteriologiche. Dopo la fine dellURSS questi processi positivi furono interrotti. Subentrò in molti circoli occidentali leuforia della vittoria, tanto più gradita quanto meno prevista. Si perdette tempo prezioso nelle infinite celebrazioni del trionfo sul comunismo. E si perdette di vista la complessità del mondo, i suoi problemi, le sue gravissime contraddizioni. Si dimenticò la povertà e larretratezza, ci si preoccupò di ricavare il massimo vantaggio dagli squilibri esistenti invece che cercare di ridurli, di controllarli. Ci si dimenticò della necessità di costruire un nuovo ordine mondiale, più giusto di quello che ci si era lasciato alle spalle. Così, nel decennio che è appena finito, si è accesa una miccia, che l11 settembre ha portato il fuoco allesplosivo. Quel giorno è stato anche, in un certo senso, il prezzo terribile di un decennio perduto. Adesso il mondo si è svegliato allimprovviso, in un incubo. Troppo impegnati a festeggiare le vertiginose impennate delle Borse, i politici non capirono, le banche non controllarono, i servizi segreti non si accorsero che il terrorismo stava accuratamente preparando la propria offensiva letale. Nel silenzio e nella distrazione generali, o addirittura con taciti consensi, lAfghanistan dei taleban si era trasformato in un nido terroristico capace di alimentare tutti i terrorismi del mondo. Ora tutti condannano, tutti esecrano il massacro di New York e di Washington, tutti invocano giustizia. E, probabilmente, lazione militare era, a questo punto, inevitabile. Ma ciò che preoccupa è il fatto che, con lavvio delle operazioni belliche, si stanno perdendo di vista i problemi fondamentali con i quali i terroristi si stanno coprendo. La fase bellica non può essere protratta indefinitamente. Devessere chiaro che più essa si prolunga, maggiori saranno le difficoltà di tenere assieme una "grande alleanza" che comprenda anche la maggioranza dei regimi arabi moderati. In queste settimane di bombardamenti sullAfghanistan già è emerso con inquietante evidenza il rischio di destabilizzazione cui è sottoposto il fragile regime del Pakistan. E un Pakistan che implode può significare la fine dellequilibrio del terrore tra Islamabad e New Delhi. In altri termini potremmo trovarci sullorlo di una guerra tra paesi che dispongono di armi nucleari. La limpidezza della lotta contro il terrorismo non può inoltre essere offuscata da calcoli politici e geopolitici il cui scopo è di accontentare questo o quel leader regionale, questo o quellinteresse particolare. Meno che mai sarebbe legittimo paludarsi della lotta contro il terrorismo per moltiplicare il controllo di Stati e territori stranieri e per estendere aree dinfluenza. Indipendentemente dalle operazioni militari bisogna affrontare subito un esame realistico della situazione mondiale, che abbia allordine del giorno la governabilità del pianeta, la creazione di istituzioni sovrannazionali adeguate, la riforma di quelle esistenti, con il più ampio consenso di civiltà e culture e non solo nellinteresse dei più forti, comè avvenuto fino a ieri. Ho letto che in un solo giorno, a Peshawar in Pakistan, estremisti islamici hanno potuto raccogliere oltre 500 impegni di giovani potenziali kamikaze per la Jihad contro il Satana occidentale. Quanti potranno diventare questi kamikaze? Se lOccidente sbaglierà i suoi calcoli e le sue mosse, il rischio reale, concreto, è che si moltiplichino fino al punto da rendere impossibile una difesa, poiché non cè modo di difendersi - se non trasformando le nostre società in caserme e trincee - da uomini e giovani che pensano di non avere nulla da perdere e decidono non di vincere ma di morire per annientare il vincitore. Sia questa parte del compito - indubbiamente la più lunga, e complessa, e difficile - sia quella concernente la caccia ai terroristi, cioè gli aspetti militari e giuridici, debbono essere posti sotto il controllo del Consiglio di Sicurezza dellOnu. LOnu è lunico organismo in grado di garantire il consenso, anche formale, della grande maggioranza dei paesi e dei popoli del pianeta. Dobbiamo essere guidati, in questo momento difficile, dal realismo e dalla lungimiranza. Non si può ridurre la lotta contro il terrorismo alle azioni militari, dimenticando gli acutissimi problemi sociali di una grande maggioranza del mondo. Questa sarebbe la via sicura verso una sconfitta. * Presidente di Green Cross International Articolo pubblicato sabato 3 Novembre
2001 dal quotidiano La Stampa. |