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Editoriale del 24 Ottobre 2001


Essere ambientalisti oggi

di Fabrizio Giovenale *


Essere ambientalisti significa per noi soprattutto aver preso coscienza del contrasto fra i limiti fisici del nostro mondo e la continua crescita – di numero e di consumi - di noi esseri umani. Vedere la Terra, per capirci, come un recipiente e la nostra specie come il liquido che l’è andato riempiendo sempre più velocemente fino a traboccare (dai 260 milioni di esseri umani ai tempi di Gesù Cristo al miliardo raggiunto due secoli fa ai sei miliardi e passa di oggi). Un liquido, per di più, che si fa via via più corrosivo logorando il recipiente stesso e riducendone la capienza: vedi l’ozono, l’effetto-serra e il resto.

Per questo – come ambientalisti e non solo – abbiamo seguitato a prendercela con l’Economia Globale (le Multinazionali, il Fondo Monetario, il WTO, la World Bank, la regia statunitense di tutto il marchingegno) per gli sfruttamenti spietati del mondo povero, della nostra Terra e delle sue risorse. E ci siamo posti il problema di come contrastarlo, il Sistema, controbatterlo, indebolirlo. E delle alternative, dei modi possibili per rimettere in sintonia la nostra specie col nostro mondo.

Oggi però, con il crollo delle Due Torri, il quadro è molto cambiato. Prima ce ne faremo una ragione, meglio sarà.

E’ cambiato perché mentre "prima" le motivazioni dell’economia stavano al primo posto e alla violenza - alle bombe - era riservata soltanto una funzione di riserva e di appoggio, con l’11 settembre la violenza ha occupato il centro della ribalta: sotto l’aspetto scellerato della strage terrorista e sotto quello della ritorsione, della vendetta. Per effetto di quell’evento l’Economia Globale sta perdendo colpi. E tuttavia le preoccupazioni al riguardo passano – per ora – in secondo piano rispetto ai venti di guerra e alle smanie di distruzione.

Così la competizione per la supremazia mondiale sta assumendo l’aspetto barbaro di una gara fra assassini. Brutalmente detto, infatti, le stragi di Manhattan e del Pentagono hanno assunto il significato di un preciso messaggio a chi si era arrogato nel mondo il "diritto di uccidere": "guardate che c’è chi è capace di battervi sul vostro stesso terreno". Tanto da far sembrare che sia stato soprattutto l’attentato a quel monopolio ad esser avvertito dal governo USA come offesa, e a scatenare per reazione le bombe sull’Afghanistan senza riguardi per la popolazione innocente.

...Come se si avesse urgenza di riportarsi allo stesso livello di spietatezza e crudeltà gratuita dell’ avversario. Lo ha confermato il bombardamento "dimostrativo" su obiettivi iracheni del 13 ottobre. Che ha fatto assai meno scalpore (forse anche perché in Iraq non ci sono torri alte 400 metri da far crollare), ma che è sembrato rispondere a una logica simile.

Situazione che non è stata migliorata, ovviamente, dall’ipocrita scelta del tipo bastone-e-carota di far piovere insieme dal cielo strumenti di morte e razioni alimentari, come riaffermazione del diritto del ricco tanto di sfamare il povero che di ammazzarlo. "Ti tiro una bomba e ti do un pezzo di pane": insieme alla minaccia l’umiliazione, l’offesa di trattarli da mendicanti. Che ha portato alle reazioni "di dignità" di rifiutare gli aiuti, di dar fuoco alle casse di viveri... Così assurdità chiama assurdità, infamia chiama infamia...

Il che giustifica la nostra doppia presa di distanza e il doppio rifiuto. D’altra parte però come ambientalisti - nella misura in cui i cambiamenti che quella giornata ha portato nella situazione politica-economica mondiale vanno in direzioni favorevoli alle nostre tesi – faremmo male a non tenerne conto.

I punti che seguono, quindi, tentano di dare qualche prima risposta in chiave ambientalista alla domanda: "in che e come ciò che è avvenuto e sta avvenendo nel mondo può influire sugli orientamenti globali? e tradursi in linee di azione?".

1° - Le bombe al posto degli alberi

Come ambientalisti abbiamo un motivo in più per deprecare la piega che hanno preso gli eventi. E’ che gli ordigni di guerra – oltre che agli esseri umani – fanno male all’ambiente. Al territorio. Lo contaminano. Lo avvelenano. Rendono proibitiva la vita dei superstiti.

Può sembrare un’ingenuità (secondo me non lo è), ma la prima cosa che le immagini dei territori afgani ci fanno venire in mente è che avrebbero bisogno soprattutto che ci si ripiantassero alberi. Che si facesse ogni sforzo per arginarne la desertificazione. E a questo non servono certamente né le mine anti-uomo di cui quei terreni sono seminati da vent’anni, né i nuovi crateri aperti dai missili, né i proiettili perforanti all’uranio.

Ogni bomba che esplode è una speranza in meno per la vita futura su queste terre.

2° - Il governo del mondo

Ancora: come ambientalisti riteniamo che tra gli obiettivi di chiunque abbia a cuore come noi le sorti dell’umanità sia giusto mettere al primo posto la questione internazionale. "Rifondazione del patto costituente delle Nazioni Unite" (L. Ferraioli, "Manifesto"). Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità. Forze di polizia internazionali.

Contrastare cioè la pretesa USA di erigersi a gendarmi del mondo: tanto "in linea di principio" che per l’incapacità che hanno dimostrato di saper guardare al di là dei loro diretti interessi. Collegarsi invece con quanti in altri paesi condividono l’esigenza di più giustizia. Operare insieme per il futuro della casa comune. Sostenere questa linea all’interno del Movimento Anti-Global.

3° - Più Stato, sì, ma per i nostri fini

Tutti d’accordo che - rispetto alla direttiva-guida dell’Economia Globale "più mercato e meno Stato" - l’11 settembre ha determinato un capovolgimento netto. E’ necessario "più Stato", adesso, per la caccia ai terroristi e per le azioni di guerra, per sostenere le Compagnie aeree in crisi, evitare il panico in Borsa, incoraggiare i consumi e via via.

Come ambientalisti ci può star bene. Sappiamo i guasti dell’economia di mercato a dimensione mondiale, e avvertiamo fortemente il bisogno di un ritorno al primato della politica. Ma lo Stato che vogliamo noi è un’altra cosa.

Non si può tradurre soltanto in "più esercito, più polizia e più giustizia penale", che significano tra l’altro meno democrazia e meno libertà per i cittadini. Dobbiamo lavorare perché più Stato significhi sì controllo sull’economia, ma significhi anche più impegno per il risanamento dell’ambiente, significhi "riabilitazione dello Stato sociale" (A.M. Merlo, "Manifesto"), e significhi soprattutto non meno libertà ma più libertà, non ritorno a sistemi autoritari ma più democrazia: in tutte le sue espressioni e a tutti i livelli.

4° - L’ambiente e le libertà

La caccia ai terroristi ha già scatenato la tendenza a ridurre gli spazi di libertà. Per tutti, ma soprattutto a danno delle sinistre: e già i tentativi di demonizzarle si vanno moltiplicando.

Appare meno probabile, tuttavia, che vengano limitate altrettanto le libertà di parola e di denuncia sulle questioni ambientali: perché di solito non si presentano come "direttamente" politiche (anche se di fatto lo sono), e perché hanno la cattiva abitudine di imporsi da sé all’attenzione, di quando in quando, sotto forma di frane alluvioni e quant’altro.

Nella misura in cui situazioni simili venissero a concretizzarsi, potrebbe nascere per noi ambientalisti la possibilità di offrire alle componenti del Movimento NoGlobal - l’uso dei maggiori spazi di libertà di cui ci trovassimo a disporre rispetto a loro...

5° - Economia Globale in crisi e rilanci possibili dei cicli economici locali

Paure, controlli, costi maggiori, difficoltà dei trasporti aerei dopo l’11 settembre pongono e porranno ancora a lungo, probabilmente, ostacoli al funzionamento di un’Economia Globale fondata in così gran parte sugli spostamenti di merci e lavorazioni da un paese all’altro descritti da Naomi Klein in "NoLogo".

Tra le linee di azione ambientaliste, d’altra parte, c’è da tempo il rilancio dei cicli economici locali di produzioni e consumi: per risparmiare energia nei trasporti di merci e relativi inquinamenti, per ripristinare le colture più adatte ai caratteri dei diversi luoghi, perché ciascun paese possa recuperare margini di autonomia e sottrarsi il più possibile alla dipendenza dalle Multinazionali, per indebolire così il Sistema e ridurre le sue capacità di far danno.

Gran parte del Movimento nato a Seattle – dai Sem Terra a Josè Bovè – è su queste posizioni.

La crisi del trasporto aereo, con gli ostacoli che ne potranno conseguire per gli spostamenti di merci, rende la situazione più favorevole a questa scelta. Si offre così a tutti noi e al Movimento una occasione importante – da non lasciarsi sfuggire - per appoggiare le scelte economiche luogo- per-luogo. Che appare come il solo modo "pacifico" di portare al Sistema un attacco in grado di trasformarlo in profondità.

6° - "Eco-compatibilità" dei cicli locali

Come ambientalisti siamo interessati a che - soprattutto nei paesi i cui territori hanno subito degrado e danni per gli effetti del Sistema Globale (disboscamenti, inaridimenti, inquinamenti etc.) - si torni il più possibile a metodi di coltivazione e colture congeniali alla natura dei luoghi. E che ciò sia fatto, naturalmente, in armonia con le diverse situazioni - idrogeologiche, vegetazionali, ambientali in genere - mettendo in atto le operazioni necessarie per il ripristino di condizioni favorevoli: rimboschimenti, regolazione delle acque etc..

7° - Agricoltura, produzioni e commercio locali:obiettivi da perseguire

Sempre nel quadro delle compatibilità ambientali, nel combattere l’ Economia Globale – è necessario porsi l’obiettivo di dare appoggio, a livello locale, alle attività agricolo-zootecniche, manifatturiere, artigiane, di servizio, commerciali e quant’altro. Anche in termini di occupazione e qualità del lavoro.

8° - Pace e non-violenza: la scelta della laicità

Da tutto quel che sta accadendo risulta con chiarezza che, nella presente situazione del mondo, l’essere pacifista è destinata ad essere sempre più una scelta di militanza attiva. Basata su di un’"etica nutrita di razionalità", intesa come senso di responsabilità verso il futuro della specie.

Questo per ricordare che - in una fase storica in cui quanto di peggio avviene e minaccia di avvenire nel mondo somiglia tanto alle vecchie guerre di religione - gli ambientalisti faranno bene ad appellarsi soprattutto all’oggettività scientifica e alla razionalità. A presentarsi dichiaratamente come portatori di scelte laiche.

In quest’ottica il diritto alla vita di tutti gli esseri umani (il "non uccidere") va considerato - al di là del comandamento biblico tanto disatteso e contraddetto - come un portato del nostro specifico processo evolutivo. Del ruolo che il pensiero umano – di qualunque essere umano - può essere chiamato ad assumere come "mezzo scelto dalla materia cosmica per acquistare coscienza di sé", secondo le parole di Italo Calvino.

9° - Scelta pacifista e "disobbedienza civile"

E’ chiaro d’altra parte che la nostra scelta di non-violenza non dovrà significare in nessun modo rinuncia: né all’opposizione politica né alle azioni di denuncia e protesta né – se del caso – alla disobbedienza civile.

A proposito della quale sarà bene aver chiara la distinzione fra le sue manifestazioni "alla Gandhi" (resistenza passiva, boicottaggi, rifiuto di certi acquisti) e le azioni sul modello di Greenpeace, o di Josè Bovè (ostruzioni, occupazioni, sabotaggi). Non-violente le une e le altre, ma le seconde spinte talvolta oltre gli stretti limiti della legalità. E quindi adatte a situazioni diverse: alle pacifiche iniziative collettive le prime, all’azione di gruppi ristretti in situazioni estreme le seconde.

Nel "fare della non-violenza una disciplina di vita" – per ricorrere ancora alle parole di Gandhi – di distinzioni simili sarà bene tener conto. Anche "per non passare dalla parte del torto".


* Forum Ambientalista, giornalista

L’articolo di Fabrizio Giovenale, come si suole dire mette i piedi nel piatto.
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