Editoriale del 22 Settembre 2001
Disordine globale
di Sabina Morandi, del Comitato Esecutivo di
VAS
Ecco, ci siamo.
"L'avevamo detto" suona sempre malissimo. Ma di fronte alle immagini dei
grattacieli che bruciano è proprio la difficoltà di coniugare l'averlo detto con la
realtà dei fatti a traumatizzare chi da tempo esercitava la sua critica, e la sua lotta,
contro gli aspetti impazziti del disordine globale. Una condizione che ricorda il trauma
dell'ambientalismo di fronte al reattore di Chernobyl.
L'avevamo detto significa, anche, continuiamo a dirlo. Il disordine globale prodotto e
teorizzato da un modello fondamentalista di liberismo che vede nel lasciar fare l'unica
politica possibile e del profitto immediato l'unica unità di tempo, si è manifestato a
tutti i livelli. A livello macroscopico, nel lasciare che i conflitti si protraessero fino
alla disperazione - nel vero senso della parola: nessuna speranza per il futuro - di una
fetta consistente della popolazione globale. A livello microscopico, nell'incapacità di
imporre alle agenzie aeree dei minimi standard di sicurezza.
Il Novecento - scriveva Hannah Arendt - ha inventato i profughi. Negli ultimi dieci anni
il modello dominante si è specializzato in questa produzione. Centinaia di milioni di
esseri umani senza più patria, senza più habitat naturale e senza più alcuna
prospettiva per il futuro. Utili, anzi, necessari all'abbassamento degli standard
lavorativi in Occidente e al funzionamento, nel Terzo Mondo, di quella specie di lager che
sono le fabbriche delle zone per l'esportazione.
Ma, e l'incendio delle torri ce l'ha dimostrato in tutto il suo orrore, la critica al
modello del disordine globale non aveva solo motivazioni etiche o politiche, così come
l'ambientalismo non si è mai occupato semplicemente di difendere qualche specie
dall'estinzione. La fine delle nazioni, pronosticata e auspicata da molti fautori del
neo-liberismo, sembra avere molti risultati imprevisti. Lo sanno bene i cittadini dei
numerosi paesi africani le cui strutture statali sono state sostituite da transnazionali
specializzate in servizi la cui espansione, non dimentichiamolo, verrà discussa a giorni
dal nuovo ciclo di negoziati del WTO.
Inutile dire che l'escalation militare non farà che aggiungere disordine al disordine
riproponendo, dello Stato, l'unico aspetto di cui avremmo fatto volentieri a meno: quello
delle armi, della militarizzazione delle città e della repressione del dissenso politico
globale. A perderci, sono sempre gli stessi. Non a caso, uno dei primi effetti
dell'economia di guerra sull'agenda politica statunitense è stato quello di spazzare via
alcuni provvedimenti che il Congresso era riuscito a strappare al presidente. In cambio
dei pochi spiccioli per le sue guerre stellari Bush era stato costretto a mettere in
cantiere delle pensioni sociali minime, una sorta di "carta dei diritti dei
pazienti" che avrebbe posto le basi per un sistema di assistenza sanitaria e, dulcis
in fundo, alcune "carbon tax" sulle energie più sporche per controbilanciare il
suo boicottaggio al protocollo di Kyoto. Tutti provvedimenti spazzati via nell'arco di una
mattinata.
Sul piano internazionale si vedono rapidamente ricomposti tutta una serie di conflitti che
contrapponevano l'Europa agli Stati Uniti, non ultima la questione degli Ogm e gli accordi
sulle tariffe preferenziali ai paesi poveri che avevano determinato la cosiddetta
"guerra delle banane". L'Europa, anche se con timidezza e cautela, era riuscita
a conservare una propria specificità sia attraverso accordi tariffari sui beni alimentari
- che, di fatto, avevano lasciato aperto un canale commerciale alternativo alle grandi
corporations dell'agrochimica - sia una sua specificità normativa, con una legislazione
sui brevetti biotecnologici che teneva aperti spazi di trattativa in vista del prossimo
WTO. Con l'avvicinamento in chiave bellica delle due sponde dell'Atlantico, e di fronte
all'immane tragedia, queste questioni diventano dei meri dettagli anche se, per centinaia
di milioni di contadini del pianeta, possono tradursi in una tragedia dalle dimensioni
ancora più vaste, anche se lontana dalle telecamere.
L'alternativa alla guerra, così come al disordine globale crescente, era già stata
abbozzata alla fine della guerra: le istituzioni di Bretton Woods erano, e restano, le
fondamenta su cui edificare una governance mondiale democratica e condivisa. Non è un
caso che - pure in un confronto talvolta aspro - sono queste le uniche istituzioni che le
Ong e i militanti del movimento globale riconoscono e che vorrebbero rafforzate: Onu, Oms,
Fao, Oil, solo per citarne alcune. Perfino della Banca Mondiale, malgrado i suoi scheletri
nell'armadio, si propone una riforma - come recita il nome della Ong internazionale
Campagna per la riforma della Banca Mondiale - e non certo la soppressione.
Naturalmente, cosa che sfugge alla maggior parte dei giornalisti, le istituzioni delle
Nazioni Unite sono ben distinte da quei club per ricchi - come G8, WTO e simili - che si
attribuiscono il governo del mondo senza alcuna legittimità. Ma, tanto per fare un
esempio molto vicino, è chiarissimo che le centinaia di Ong e di gruppi di agricoltori
provenienti dai disastrati paesi del Sud del mondo che verranno a Roma per il Vertice
sull'alimentazione, considerano la FAO l'unico interlocutore istituzionale degno di questo
nome.
Il sistema Bretton Woods da solo non basta. Molto probabilmente sono necessarie profonde e
radicali riforme per aumentarne la rappresentatività democratica e per rendere le
istituzioni delle Nazioni Unite effettivamente in grado di governare. Ma è ormai chiaro
che occorre invertire la tendenza degli ultimi dieci anni che è stata quella di svuotare
le istituzioni internazionali della loro autorità e perfino della loro tenuta economica.
Con risultati disastrosi oltre ogni previsione.