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LA GUERRA E LA SFIDA ECOPACIFISTA 


Di fronte al bombardamento di analisi e notizie che in questi giorni sta colpendo l’opinione pubblica, ci sembra giusto partire da un fatto oggettivo ed incontestabile. Dopo oltre dieci anni di embargo internazionale, causa d’indicibili sofferenze e privazioni, la popolazione irachena si è vista giungere dal cielo, dalla terra e dal mare non medicinali e beni essenziali per la vita, ma una massa infernale di fuoco e di bombe.
Rispetto all’assoluta necessità, alla speranza ed alla possibilità effettiva di essere aiutato, rispettato, riportato con la sua dignità nel contesto della collaborazione e della solidarietà internazionale, il popolo iracheno si è visto sottoposto ad una brutale aggressione, ipocritamente definita guerra preventiva, non autorizzata o avallata da chi rappresenta ancora la comunità internazionale, e quindi palesemente illegittima ed ingiustificabile.

( continua )

Quest’aggressione bellica era stata da lungo tempo predeterminata. Non avrebbe potuto fermarla il censimento metro per metro del territorio iracheno, anche se avesse accertato l’assoluta inesistenza di armi di distruzione di massa o la loro precedente distruzione, come è apparso evidente dal rifiuto americano della proposta francese d’impiegare i caschi blu dell’ONU per garantire il lavoro degli ispettori, né sarebbe bastata la stessa uscita di Saddam Hussein dalla scena politica. 
L’aggressione anglo-americana risulta peraltro pretestuosa ed ipocrita, non essendo avvenuta nel contesto di manifestazioni del popolo iracheno per liberarsi dalla “dittatura” del Raìs, né per il suo deferimento da parte dell’Iraq ad una Corte di Giustizia Internazionale. Al contrario, è bene sottolinearlo, Saddam Hussein non è stato mai deferito ad un Tribunale Internazionale per crimini contro l’umanità o di guerra, quando – allora funzionale alla politica mediorientale degli Stati Uniti - impiegava armi di distruzione di massa nella guerra contro l’Iran.
L’attuale aggressione aveva infatti, ed ha evidentemente, l’obiettivo del pieno controllo politico di quel territorio la sua posizione strategica, e quindi il pieno controllo economico degli immensi giacimenti petroliferi, in nome della globalizzazione del modello americano e dell’affermazione del New World Order.
L’inaudita violenza ed arroganza dell’Amministrazione USA - e dei governi che se ne sono dimostrati vassalli - si sta rivelando come il tragico preannuncio del futuro prossimo per l’Umanità e per il Pianeta. Proprio per questo motivo, ha scosso profondamente la coscienza di milioni e milioni di persone, che ha trovato il più alto riferimento morale nel Papa e che si è espressa ovunque in migliaia di manifestazioni popolari.
D’altra parte, sarebbe inutile nasconderlo, in questo rinato Movimento per la Pace è apparsa finora debole e poco incisiva la presenza delle associazioni nazionali ed internazionali di protezione ambientale, come se pace e salvaguardia dell’ambiente non fossero intimamente connesse, in quanto esigenze comuni ed universali per garantire la sopravvivenza dell’Umanità e dello stesso Pianeta.
La tragedia in atto in Iraq (ma anche in tanti altri Paesi dimenticati del mondo) rappresenta un richiamo a tutti noi che apparteniamo all’arcipelago ambientalista, per inaugurare una nuova stagione di analisi e di impegno.
Quello che serve, infatti, è un ambientalismo che non dimentichi le infinite battaglie quotidiane per abusi, scempi, saccheggi del territorio ma, al tempo stesso, non si rassegni davanti all’immane potere di chi sta mettendo in pericolo il nostro mondo. 
Come avviene sul fronte delle nostre quotidiane battaglia ambientaliste, quindi, dobbiamo operare perché prevalga il diritto e siano severamente punite la violenza e l’illegalità.
Di fronte ai massacri della popolazione civile - ma anche di militari indotti alla violenza e portati al macello - alla progressiva distruzione dell’ambiente urbano e naturale ed alla sistematica violazione dei diritti umani e delle convenzioni umanitarie, è indispensabile che la Corte Penale Internazionale intervenga ed agisca severamente. E’ stata questa la ragione dell’esposto che, come associazione di protezione ambientale, abbiamo già predisposto - e che proponiamo ad altri soggetti - per denunciare George W. Bush e Tony Blair al Tribunale dell’Aja, per crimini di guerra e contro i diritti dell’uomo.
Occorre anche – e come VAS ci abbiamo provato - un’iniziativa forte per far tutelare dall’UNESCO come un bene comune dell’umanità, per quanto sia ancora possibile, l’incommensurabile patrimonio culturale dell’Iraq, minacciato dai nuovi invasori della Mesopotamia. I luoghi che ogni giorno sentiamo nominare come bersaglio di missili e bombe, non dimentichiamolo, sono stati la culla della civiltà mediorientale ma anche di quella occidentale. 
La preoccupante assenza di cultura e di civiltà esibita da rozzi personaggi, che calpestano il diritto internazionale e le loro stesse radici democratiche, sta determinando un’immane catastrofe umana sociale ed ambientale, contro cui tutto il mondo deve esprimere fermamente la propria indignazione.
Infine, per quanto riguarda il fin troppo chiaro movente dell’accaparramento delle risorse petrolifere mondiali, dobbiamo essere consapevoli che finché prevarrà un modello di sviluppo che assorbe troppa energia e, più in generale, divora troppe risorse naturali, i Paesi egemoni - a partire dagli Stati Uniti – continueranno a sviluppare azioni di ogni tipo per assicurarsene il possesso, in ogni modo e ad ogni costo. 
Quanto più le risorse energetiche si riducono sul nostro Pianeta, lo sappiamo bene e ne abbiamo oggi le prove, tanto più diventa pressante la necessità di assicurarsele ed aumenta il rischio che si ricorra senza scrupoli alle più infami strategie per assumerne e controllarne il possesso.
La strada intrapresa da un decennio in Iraq è stata, e resta, quella di affamare la popolazione per depredarle la risorsa-petrolio. OIL FOR FOOD è stato denominato – e sarà di nuovo chiamato - il programma di aiuti umanitari all’Iraq programmato per il dopo guerra, ma solo dopo che questa guerra criminale avrà versato tanto, troppo, BLOOD FOR OIL…!
Allo sfacciato dominio del mondo da parte dell’economia del business, del consumo sfrenato ed irreversibile di risorse che sono comuni, dello spreco assurdo e della distruzione dell’ambiente naturale, la nostra alternativa come ecopacifisti deve saper contrapporre un modello di sviluppo sostenibile, durevole ed ecosolidale. Uno sviluppo capace di dare risposta a tutti e non ai soli paesi egemoni; per oggi ma anche per le future generazioni. Uno sviluppo il cui simbolo, che sventola da tutti i balconi, è proprio l’arcobaleno, segno antico del patto di solidarietà tra gli uomini e tra questi e la natura, 
Uno sviluppo diverso, che al modello dominante della globalizzazione e delle monoculture della mente sappia contrapporre il valore fondamentale della biodiversità, nel rispetto delle identità e dei valori di ciascuno ed a tutela delle diverse forme di vita che costituiscono la ricchezza stessa della natura.
Il nostro ecopacifismo rappresenta anche un’alternativa al “complesso militare-industriale”, vero motore dell’attuale sviluppo distorto ed iniquo e delle guerre neo-imperialiste. Una proposta complessiva che ponga il disarmo e la difesa civile nonviolenta come obiettivi irrinunciabili di un movimento per la pace che dovrebbe vederci non solo sempre più partecipi, ma protagonisti di concrete forme di obiezione di coscienza, di disobbedienza civile, di boicottaggio commerciale, le armi di una vera guerra alla guerra.
E’ questa, dunque, la sfida vera che questo tragico momento ci pone ed alla quale tutti – a partire dalla nostra identità ambientalista - siamo chiamati a rispondere. Prima che sia troppo tardi.

ANTONIO D’ACUNTO
Coordinatore Regionale per la Campania

ERMES FERRARO
Coordinatore Circolo Napoli – Referente campagne ecopacifiste

 


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