VAS

Mai dire Mais

 

IL CIBO E IL MONDO
come i problemi dei nostri alimenti
si legano alla salute della nostra Terra

 di Fabrizio Giovenale


"Mangiasano" è il primo passo

Stare bene in salute piace a tutti. E a tutti piace mangiar bene. Anche perché il cibo non parla soltanto al palato e allo stomaco ma alla fantasia: voglia di riscoprire sapori antichi, di provarne di nuovi, cambiamenti, avventure... perché no?

Mettiamola così: ci piace sentirci vivi. Coi sensi e con la mente. Perciò per noi mangiare non è soltanto sopravvivere e tenerci in forze. E’ stare nella natura. E’ (può essere) esercizio raffinato dei sensi  (piacere) e dell’intelletto (cultura)...

E’ anche pensando a questo che vi mettiamo in guardia contro i modi di produrre, conservare, far viaggiare e commerciare alimenti che non diano tutte le garanzie. Che vi chiediamo di farvi parte diligente, di collaborare a questa nostra campagna. Ciascuno nel proprio interesse naturalmente, ma anche nell’interesse di tutti.

D’accordo fin qui? E allora muoviamone un altro, di passo. E diciamo che se pure facessimo nel modo migliore tutto quel che va fatto per mangiare più sano ma intanto seguitassimo a fare altre cose che invece ci portano danno (come per esempio bruciare carburanti senza vera necessità facendo aumentare l’effetto-serra), ci daremmo la zappa sui piedi. Non ha gran senso, infatti, starci a preoccupar tanto del cibo se poi seguitiamo a respirare aria avvelenata, gas cancerogeni, a farci intossicare in tutti gli altri modi che sappiamo senza reagire. A partire magari proprio dai guasti legati ai cibi, alla loro origine, ai passaggi attraverso i quali arrivano sulla nostra tavola. 

Questo anche perché se è vero che quel che fa male a noi fa male all’ambiente (veleni chimici, alterazioni genetiche e quant’altro) è anche vero il contrario. Quel che fa male alla nostra Terra fa male a noi. Anche quando a prima vista non sembra, anche se non ce ne rendiamo conto... Per capirci: se per rifornire oggi i McDonald’s di carne per i loro hamburger si trasformano in pascoli le foreste pluviali sudamericane portando quei terreni a inaridirsi in pochi anni, ci rimettiamo tutti. Per tutto il futuro dell’umanità.

Perciò faremo bene a prendere questa campagna per gli alimenti come occasione per mettere in collegamento fra loro nel modo giusto i diversi aspetti della questione ambientale: dei rapporti fra la nostra specie e la nostra Terra. E perciò vi proponiamo la breve riflessione che segue.

Le misure della Terra

Chiaro che c’è una domanda a monte: “ma perché ce ne dovremmo preoccupare tanto, di queste faccende?”. Per cercare le risposte ci conviene partire – rispetto a questioni concrete come quella del cibo – dall’altro capo del gomitolo. Dai temi più generali.

...A partire magari proprio dalle misure del nostro pianeta: dai 510 milioni di chilometri quadrati della sua superficie totale, dai 150 milioni di chilometri quadri di terre emerse di cui cento milioni abitabili esclusi deserti e ghiacciai. Un pianeta sul quale - dopo tremila millenni di evoluzione, con la comparsa e la scomparsa di innumerevoli forme di vita - è apparsa da ultima questa nostra specie che per affermarsi ha sviluppato, a differenza delle altre, non zanne artigli e muscoli ma cervello. Capacità di pensare. Cosicché invece di adattarci noialtri “evolutivamente” ai diversi ambienti e climi siamo venuti adattando il mondo pezzo-a-pezzo ai nostri bisogni “rimodellandolo” come più ci faceva comodo. Senza preoccuparci granché di mantenerlo in buono stato nel suo complesso.  

E siamo aumentati di numero. Lentamente prima, poi sempre più in fretta. Eravamo sui 260 milioni ai tempi di Gesù Cristo, siamo arrivati ai 280 milioni l’Anno Mille, a 500 milioni attorno al 1600, a un miliardo circa due secoli dopo, a un miliardo e 668 milioni  al 1900. Poi l’impennata nel corso del Ventesimo Secolo fino alla quasi-quadruplicazione con i sei miliardi raggiunti nell’estate 1999. E se pure da tempo la parte più ricca del mondo fa meno figli, e se negli ultimi vent’anni c’è stato un rallentamento anche altrove, il numero delle presenze umane sulla Terra seguita a crescere.

 Aumentano ancora più in fretta, e di molto, i nostri consumi di risorse terrestri. Qui da noi a metà del secolo scorso si consumavano ancora dai 30 ai 50 litri d’acqua al giorno a persona, oggi più di dieci volte tanto, e le minacce di scarsità d’acqua nel mondo si vanno moltiplicando come sappiamo. Senza dire dei consumi di risorse energetiche da due secoli in qua: dalla legna dei boschi al carbone delle miniere, al petrolio e al metano pompati dalle viscere della Terra. E poi i treni, le auto, i reticoli stradali sempre più fitti, gli aerei, gli aeroporti, i grattacieli, le megalopoli, le montagne di rifiuti riversate dappertutto, il mondo intero ridotto a una gran pattumiera.

La conclusione dovrebbe venire da sé. La nostra Terra che è sempre quella e noi che aumentiamo continuamente di numero, la maltrattiamo sempre più, ne sfruttiamo sempre più le risorse... Chiaro che non può funzionare.

Il vaso che trabocca

Proviamo a figurarcelo come un recipiente, questo nostro mondo. Un bicchiere. E la nostra specie come il liquido che lo va riempiendo a velocità crescente. Un liquido corrosivo, per giunta, che nel riempirlo lo deteriora.

Per tante migliaia d’anni è rimasto quasi-vuoto, il bicchiere. Poi da mille anni o giù di lì il livello del liquido ha cominciato a salire: prima lentamente – la ventesima, la decima, la quinta, la quarta parte – poi sempre più in fretta fino a raggiungere l’orlo, a superarlo, a traboccare di fuori. E il liquido s’è andato facendo sempre più corrosivo: fino a intaccare gli orli del recipiente e a ridurne la capienza stessa. Come i guasti all’ozonosfera, l’effetto-serra, gli inquinamenti, la rarefazione dei pesci nei mari e tutto il resto stanno dimostrando anche troppo. 

A questo punto c’è da rispondere a un’altra obiezione: “ma dove sta scritto che il bicchiere è già colmo? che questa Terra non ne può sostenere molti di più, di esseri umani?”. C’è chi fa ancora previsioni di venti miliardi e passa entro questo secolo, chi giura e spergiura che con le biotecnologie di cibo ce ne sarà ancora per chissà quanti  per chissà quanto tempo.

E allora conviene cambiar paragone. Parlare non più di un bicchiere ma di una serie di bicchierini comunicanti (come i contenitori-per-cubetti-di-ghiaccio nel freezer, per capirci). Così sarà più facile per esempio avere conferma del fatto che il bicchierino del cibo-per-tenerci-in-vita non è ancora colmo. E cioè che il problema alimentare non è né il più urgente né l’unico. C’è chi ne ha troppo e chi poco e chi quasi-niente di cibo, d’accordo, ma nel complesso ce n’è ancora d’avanzo anche senza ricorrere alle biotech, si tratta solo di ripartirlo con più giustizia. Se poi ci decidessimo a mangiar noi direttamente almeno una parte dei cereali che diamo da mangiare al bestiame di cui poi mangiamo la carne, ce ne sarebbe ancora di più. Mentre invece...

Il “bicchierino degli inquinamenti”: quello è già traboccato di brutto. Tanto da metterci nei guai che sappiamo per l’ozono e le mutazioni climatiche da effetto-serra e da mettere in forse già adesso, lui da solo, il nostro futuro.

Quel che è sicuro in tutti i casi è che un bicchiere di ricambio non c’è. Lo slogan ecologista “questa Terra è l’unica che abbiamo” dice le cose come stanno. Se comincia ad andarci stretta (come il vestito dell’anno scorso a un ragazzo nell’età dello sviluppo) cambiarla con una di taglia più larga non si può. Dovremo in un modo o nell’altro vedere di restringerci noi.

E se le cose stanno così è ora di domandarci se ha senso – come paese e come persone - insistere a darci come obiettivo la crescita economica senza limiti. Tutti a strapparci i capelli se il Pil (prodotto interno lordo) non cresce abbastanza, o dio-non-voglia diminuisce... Quando cominceremo a capire che è ora di darci un taglio? Che c’è da badare a usarle con parsimonia, invece, le risorse terrestri? Che “al compito di combattere la miseria nel mondo bisognerà arrivare a dedicarci” (hanno scritto D.H. e D.L Meadows e J. Randers) “con una economia materiale umana in contrazione? Occuparci molto di più delle qualità e dare assai meno importanza alle quantità? “Vogliamo continuare a prenderci in giro, oppure cominciare a pensare a che cosa e quanto dobbiamo rinunciare, cosa e  quanto e come dobbiamo modificare del nostro modo di vivere per la sopravvivenza del genere umano sul pianeta Terra?” (questo l’ha scritto Pierino Pennesi del circolo PRC di Allumiere in una nota per “Liberazione”, e mi sembra che renda l’idea).

Vedete che allora questo nostro preoccuparci degli alimenti non potrà significare soltanto pensare alla nostra salute, e nemmeno soltanto darci da fare perché ce ne siano abbastanza per tutti (non possiamo certo aspettarci niente di buono finché una così gran parte dell’umanità è alle prese con la denutrizione e la fame). Dovrà significare anche, più in generale, non alterare le condizioni della nostra Terra al punto di ridurre ancora la sua capacità di darci da vivere.  

Come dire: sta bene smetterla di avvelenare le acque con gli agrochimici, sta bene smetterla coi rischi di diffusioni transgeniche incontrollate nel mondo vegetale. Ma non basta. Dovremo anche fare in modo che i cicli di produzione-e-consumo degli alimenti si svolgano col minimo di guasti all’ambiente  sotto tutti gli aspetti. Per esempio...

Se le merci   viaggiano troppo

“Più di metà del commercio mondiale scambia beni identici, che ognuno avrebbe a disposizione anche sul posto. Gli Stati Uniti importano biscotti danesi e la Danimarca biscotti statunitensi. Invece di costruire Jumbo jet e bruciare migliaia di tonnellate di petrolio per scambiarsi biscotti, non sarebbe meglio se si scambiassero le ricette?” 
Herman Daly

Proviamo a domandarci, quando sediamo a tavola con un piatto davanti, quanti mila chilometri ha percorso il cibo che c’è in quel piatto, quanto petrolio è stato bruciato per farcelo arrivare, di quanto ha fatto aumentare l’effetto-serra. E poi vediamo di tirarne le conseguenze.

Si sa che l’incidenza dei costi di trasporto sui prezzi delle merci – alimentari e no – è così bassa che può convenire andarsele a comprare magari all’altro capo del mondo piuttosto che prodursele vicino a casa. Oggi questa è la regola: tutti vanno spostando produzioni e lavorazioni qua e là. Soprattutto per pagare di meno la manodopera, è vero, ma anche in ossequio al principio che, in genere, complicare le cose fa guadagnare quattrini. Anche per questo il Sistema - Multinazionali, Fondo Monetario (FMI), Organizzazione del Commercio (WTO), Banca Mondiale, interventi armati USA “di supporto” -  basa la sua prosperità   su questo gran viavai delle merci. Detto in un altro modo: tanto meglio funziona, il Sistema, e tanti più soldi incassa  quanto più consuma energia, sperpera risorse e fa guasti al mondo.  

Ne deriva evidentemente che - se è vero che la prima causa dell’effetto-serra sta nell’anidride carbonica in più scaricata nell’atmosfera, e che questa viene per la maggior parte dal petrolio bruciato, e che un terzo e più di tutto il petrolio se ne va nei trasporti - un meccanismo tanto basato  sugli spostamenti di lavorazioni e di merci da un capo all’altro del mondo è quanto di peggio si possa immaginare. Secondo Herman Daly della metà di quei trasporti si potrebbe fare benissimo a meno. Vorrebbe dire risparmiare la sesta parte di tutto il petrolio.

Vedete che per il problema-alimenti la conseguenza è chiara. Più viaggiano, più ci arrivano da lontano peggio è per la salute della Terra e nostra. Più sceglieremo invece di mangiar cose prodotte nei nostri dintorni   più concorreremo a ridurre inquinamenti, congestioni e quant’altro.

Il cibo di casa nostra

Dunque per chi ragiona da ambientalista è proprio questo - dell’inquinare meno consumando meno energia nei trasporti - il primo motivo per contrastare i meccanismi del commercio mondiale. E per  contrapporre ad essi un modello opposto: di consumi ravvicinati il più possibile ai luoghi di produzione, così da ridurre ai minimi termini gli spostamenti di merci.

E cioè semplificare le cose invece di complicarle. Sostituendo sempre più largamente ai cicli dell’Economia Globale gestita dalle Multinazionali  il ricorso a cicli economici locali.  Paese per paese e zona per zona.   

Chiaro che di motivi a favore di questa scelta - del “produrre-e-consumare localmente” - ce ne sono tanti altri. Da quelli legati alle condizioni naturali dei luoghi (flora, fauna, clima, disponibilità d’acqua etc.) ai costumi, alle tradizioni, alle identità dei diversi popoli,  alle loro volontà di recupero di autonomia politica ed economica nei confronti degli sfruttamenti e delle prepotenze altrui (vedi i “piani di aggiustamento strutturale” imposti ai più poveri dal Fondo Monetario Internazionale).

Contro l’eterodirezione dei comportamenti, contro i lavaggi di cervelli, contro le uniformizzazioni dei modelli di vita indotte dal Sistema a colpi di grancassa  pubblicitaria. 

Motivi che sono quelli portati avanti - da Seattle a Porto Alegre - dai Movimenti di contestazione all’Economia Globale; in particolare dalle comunità contadine – le Navdanya indiane di Vandana Shiva i Sem Terra, la Via Campesina del Chiapas, la Confederation Paysanne di Josè Bovè – che si battono fianco a fianco non solo per riconquistare e difendere il ruolo tradizionale di guardiani dell’ambiente e di addetti alla conservazione della vivibilità della Terra, non solo nella grande vertenza per la cancellazione del debito, ma specificamente contro le imposizioni degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) e in genere a difesa della genuinità dei cibi.

Vedete come questa nostra campagna si colloca automaticamente all’interno della grande vertenza per quel “mondo diverso possibile” che è la parola d’ordine dei NoGlobal.

Cicli locali: diversità e qualità

In concreto per noi questo può voler dire mettercela tutta – non solo come consumatori ma come persone che fanno parte in un modo o nell’altro del mondo del lavoro – per rilanciare le attività legate alle produzioni alimentari nostrane e al loro consumo “sul posto”. E al tempo stesso rifiutarci come cittadini di subire ancora l’imposizione di gusti e abitudini da parte del Sistema Globale. Per esempio attraverso il boicottaggio di certi suoi prodotti. No a McDonald’s e Coca-Cola, per capirci, no ai brevetti biotech e ai semi Terminator, ai vitelli gonfiati con gli esterogeni, agli allevamenti in batteria. Sì invece all’ agricoltura biologica, alle colture diversificate, ai liberi allevamenti di bestiame al pascolo.

Chiaro che una scelta così significherebbe anche rifiutare le mistificazioni falso-liberiste del WTO che contrabbandano i protezionismi imposti dai più forti sulle proprie merci. Rifiutare la prepotenze del FMI. Rifiutare di vederci trattati in tutto il mondo come polli da batteria imbeccati con gli stessi becchimi-standard prodotti e distribuiti da Monsanto &c.. E ricominciare invece a produrre paese per paese, luogo per luogo, i cibi e le altre utilità (tessuti, legno etc.) che ciascuna terra può dare a chi ci vive sopra.

...Senza lasciarci frastornare tanto – anche questo va detto – dai problemi dei prezzi. Tenendo anzi ben presente quanti dei fattori che concorrono a formarli – sovvenzioni governative, tasse, dazi d’importazione, spese per la pubblicità, per l’”immagine” e quant’altro – hanno poco o niente a che fare coi costi reali. E anche quanto cose simili hanno a che fare con l’utilità generale: per l’ambiente e per le nostre vite.

Per noi in Italia metterci  su questa strada potrebbe voler dire parecchie cose. Rimboschire, ripiantar siepi e alberate nei campi, irrigare con più razionalità e parsimonia, dare magari meno retta all’Unione Europea per cose come le quote-latte o le coltivazioni di girasoli. Adottare in forme moderne le tecniche agricole più vicine alla natura. Tenere vive le nostre produzioni pregiate, certo, ma coltivare sulle nostre terre più che si può anche il da-mangiare per tutti i giorni. Curare le attività di trasformazione corrispondenti. Non sembra anche a voi che siano queste le Grandi Opere di cui c’è veramente bisogno? e non quelle megalomani-sfasciatutto che la sciagurata coppia Berlusconi-Lunardi si accinge a scaraventare su questo povero nostro  paese?

E non basta. Un orientamento così potrebbe voler dire, ad esempio, scegliere di far la spesa tutti i giorni al mercatino e ai negozi vicino-casa dove si arriva comodamente a piedi invece di andare una volta alla settimana - in auto, necessariamente - al supermercato. Il che significherebbe anche muoverci verso scelte di riorganizzazione urbana.  E’ evidente infatti che tanto più riusciremo ad avvicinare fra loro abitazioni, negozi, servizi e luoghi di lavoro tanto meno avremo bisogno di usare mezzi a motore, sia privati che pubblici. Con meno carburante bruciato, meno gas di serra sparati nell’atmosfera, meno smog, aria più respirabile, meno rumore, meno congestione, meno pericoli, meno stress, vita più serena, più “a misura d’uomo”.

Questo tenevamo a dirvi. Che in realtà affiancarci in questa nostra campagna significa schierarsi. Schierarsi a favore della vivibilità della Terra, oltre che di una distribuzione più giusta dei suoi frutti. E cioè scegliere di stare, per le nostre vite, dalla parte della qualità. Anche per ciò la nostra riflessione s’era aperta parlando del cibo come piacere, cultura, fantasia...

f.g.