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| Intervista
con Antonio Onorati Moratoria transgenica planetaria |
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Dal
10 al 13 giugno 2002 si è riunito il Vertice della
FAO, chiamato a verificare ed elaborare strategie per combattere la fame
nel mondo. Cosa è cambiato rispetto all’ultimo appuntamento
di cinque anni fa? Per cominciare va detto che al World Food Summit del 1996 a Roma, i governi mondiali si impegnarono a ridurre della metà il numero dei sofferenti la fame entro l’anno 2015. Già allora noi, “società civile”, sostenemmo il nostro disaccordo in un documento intitolato “Cibo per tutti o profitti per pochi”. Gli esiti della revisione di quel Piano d’azione mi sembrano ancora peggiori. Si insiste oggi sulla stessa ricetta di allora, il mercato che dovrebbe garantire la “sicurezza alimentare”, ed in più si fa qualche apertura ai possibili impieghi utili delle tecnologie genetiche in agricoltura. Niente a che vedere con il fatto che l’insicurezza alimentare non diminuisce perché la povertà ed il divario tra minoranze ricche, poderose e dominanti da una parte, maggioranze private dei diritti fondamentali dall’altra, continuano ad aumentare. Inoltre, le decisioni imposte al summit dai governi assenti - USA ed Europa - continuano a sostenere scelte di politica agricola basate sull’illusione che “il mercato mondiale e le sue logiche” potranno apportare un qualche miglioramento all’insicurezza alimentare che regna nel pianeta. Oggi l’insicurezza alimentare si affaccia con forza anche nella parte ricca dei consumi alimentari: questa è una delle novità scottanti rispetto al 1996. Il Forum per la sovranità alimentare delle ONG/OSC ha - nel contempo - testimoniato l’emergere di una forza propositiva dalle campagne, da quelle più povere della Terra. Non solo la visibilità, anche mediatica, del “movimento contadino” che si oppone alle attuali regole del gioco, ma anche le mille alternative che questo stesso movimento, sviluppando la sua resistenza, ha elaborato nell’ultimo decennio, e con maggiore coscienza proprio negli ultimi cinque anni. Questo abbiamo visto al Forum. A che punto è la discussione sulle risorse genetiche? Qual è la posizione della FAO sull’utilizzo degli OGM in campo agro-alimentare e sulle biotecnologie in generale? Per quello che concerne le organizzazioni della società civile, le risorse genetiche sono state al cuore del programma di attività del Forum per la sovranità alimentare che si è svolto in parallelo al Vertice FAO: un lungo seminario per rafforzare la battaglia planetaria contro la privatizzazione delle risorse genetiche, ed un’altra iniziativa, estremamente partecipata, per chiedere con forza alla FAO di svolgere il suo ruolo di garante contro la biocontaminazione, la biopirateria e la monopolizzazione delle risorse genetiche per l’agricoltura e l’alimentazione. Per capire qual è la posizione della FAO occorre scorrere una montagna di documenti, spesso contraddittori tra loro ed al loro interno. Ma procediamo con ordine. In un vecchio documento del 1999 (ref: COAG/99/7) della Commissione agricoltura della FAO, si sostiene che le biotecnologie offrono soluzioni potenziali per molti dei problemi che riguardano l’agricoltura, grazie a una riduzione nell’uso di prodotti chimici e acqua. Ma evidentemente non tutti i governi erano allineati su questa posizione pro-OGM, visto che nel documento finale votato alcuni di essi espressero preoccupazioni al riguardo. Quando poi si passa al nocciolo duro della questione tecnologie genetiche, i diritti di proprietà intellettuale, cioè i brevetti, il documento sottolinea che questi rappresentano un punto critico per l’industria biotecnologica e che la mancanza della protezione brevettuale in un Paese può limitare l’accesso alle biotecnologie sviluppate altrove, bloccando investimenti interni. La FAO come istituzione ha i seguenti compiti: “in accordo col suo mandato e le tre più importanti aree del suo programma, cioè offrire consigli sulla politica alimentare e agricola; promuovere lo scambio di informazioni; fornire assistenza tecnica ai suoi membri, anche in relazione alla disponibilità di mezzi e risorse, la FAO cerca di realizzare un impatto pienamente positivo delle biotecnologie e di minimizzare i possibili effetti negativi. Si propone che la FAO si concentri sulle aree suddette, con funzioni di facilitazione di concerto con gli enti appropriati”. Però i governi criticano la FAO-istituzione perché allo stato attuale il suo impegno “non rispecchia la crescente importanza delle biotecnologie”. Segue il solito ricatto dei soldi: “Se la FAO intende consolidare il suo impegno e rispondere alle attese dei suoi membri, saranno essenziali una revisione dei finanziamenti e la creazione di un ampio senso critico”. Il che potrebbe tradursi in: “Se vuoi continuare a tenere un profilo così basso sarà bene che rivediamo i tuoi conti”, cioè “Se vuoi più soldi dovrai occuparti di più di biotecnologie e della loro crescente importanza”. Per quanto riguarda le biotecnologie, un’espressione della visione più interna della FAO risulta da un intervento di Louise Fresco (vice-direttore generale, Dipartimento per l’agricoltura della FAO) nella conferenza “Crop and forest biotechnology for the future” (Falkenberg, Svezia, 16-18 settembre 2001), in cui sostiene: “La FAO riconosce il formidabile potenziale di queste nuove tecnologie ma è anche cosciente dei problemi che ne derivano. Dobbiamo agire con precauzione, con una piena conoscenza di tutti i fattori in gioco. Dobbiamo soprattutto valutare gli OGM in termini d’impatto su sicurezza alimentare, povertà, biosicurezza e sostenibilità dell’agricoltura. Le piante geneticamente modificate non possono essere considerate a sé stanti, come meri prodotti tecnici”. Qualche passaggio più avanti, Fresco sottolinea: “La FAO conclude che le colture geneticamente modificate in circolazione sono ancora troppo scarse in termini di produzione e caratteri e non rispondono ancora ai bisogni specifici dei Paesi in via di sviluppo”. Molti però si chiedono se la FAO, sotto la spinta delle lobby delle multinazionali, non stia spostando risorse proprio nel settore delle tecnologie genetiche come priorità strategica per la creazione di varietà e per un intervento nella sicurezza alimentare: “Le prospettive di benefici degli OGM hanno già modificato la direzione degli investimenti in materia di ricerca e sviluppo, nei settori pubblico e privato ... Non bisogna sottostimare i costi a lungo termine che queste strategie potrebbero avere per l’ambiente. La messa a punto di piante transgeniche richiede investimenti massicci, ed esige di ritorno rendimenti massicci … Allo stesso tempo, c’è un uso crescente dei diritti di proprietà intellettuale “duri” sulle sementi e il materiale vegetale e sugli strumenti di ingegno genetico, il che modifica le relazioni tra i settori pubblico e privato, a scapito del primo”, sostiene Fresco, mettendo sull’avviso i governi membri della FAO dal rischio di demolizione dell’autonomia della ricerca pubblica attraverso una riduzione di fondi e l’imposizione di priorità mutuate dal vincolo con il settore privato. E finalmente presenta le raccomandazioni che possiamo considerare, a giusto titolo, la sintesi delle preoccupazioni dei più alti responsabili FAO, con l’intenzione, comunque di restare “neutrali”, anche a causa della condizionalità dei finanziamenti per le attività dell’istituzione: “Gli specialisti non devono lasciarsi accecare unicamente dal prestigio delle scienze molecolari di punta. I governi non devono permettere che questo prestigio, o la prospettiva di benefici importanti per il settore privato, storni gli investimenti per la ricerca da altri campi tradizionali come la gestione delle acque e del suolo o l’ecologia, e per la ricerca nel settore pubblico. Allo stesso tempo, la scienza migliore si sviluppa in un clima di libertà intellettuale dove lo Stato ha poca ingerenza”. Voglio anche ricordare che esiste un gruppo di lavoro interdipartimentale interno alla FAO che serve proprio ad approfondire il tema delle biotecnologie tra i differenti dipartimenti, favorendo così una possibile visione sistematica della questione. Va invece monitorato con cura il lavoro di “collaborazione” che spesso è proposto alla FAO su questo tema da soggetti sia pubblici che privati. Sovente queste iniziative comuni non sono pensate per discutere le differenti posizioni in presenza della FAO, che così può rendersi conto del dibattito esistente in singole società o Paesi, ma - al contrario - sono un modo per fare una sorta di fuoco di sbarramento e spingere la FAO a pronunciarsi, mettendone in discussione l’operato e “spiegandole” quali posizioni deve prendere sul tema delle biotecnologie. Metodo questo ben conosciuto e praticato dalle lobby industriali per “farsi coprire” dalle istituzioni multilaterali. Ritiene
che le posizioni della FAO in materia di OGM possano considerarsi svincolate
da logiche di mercato? È
possibile costruire intorno a questi Vertici internazionali un processo
consensuale, che preveda il coinvolgimento in tutte le fasi di rappresentanza
delle realtà sociali organizzate? Per concludere,
la questione che ci sta più a cuore: la possibilità che
la dinamica democratica che lei descrive scaturisca in una Moratoria
planetaria sugli OGM. |