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Il consiglio dei diritti genetici
di Sabina Morandi


E'nato il primo organismo transgenico che piace agli ambientalisti: si chiama Consiglio dei diritti genetici e riesce a tenere insieme, con molto più successo di quanto non accada agli ingegneri del biotech, scienziati e filosofi, produttori e distributori, religiosi e laici. Questa potrebbe essere, in sintesi, una descrizione del CDG, tenuto a battesimo alla fine del maggio scorso da Mario Capanna e Bartolomeo Sorge. Ma che cos’è il CDG e quali sono gli scopi che si prefigge?
Per prima cosa diciamo che il CDG tenta di andare incontro ai molteplici bisogni di quanti avvertono, per un motivo o per un altro, una crescente inquietudine rispetto alla “genomania” imperante, che si tratti di preoccupazioni etiche, economiche e sociali, fornendo l’apporto di quegli scienziati che tentano di conservare l’indipendenza del proprio ruolo. Per dirla più semplicemente: lungi dall’accettare la contrapposizione fra scientisti e oscurantisti, il CDG nasce proprio per colmare una carenza di scientificità, considerata una caratteristica estremamente preoccupante del prodotto biotech.
Siamo ben consci che “scientificità” è una parola grossa, anch’essa terreno di scontro e di dibattito da parecchie decine di anni, e che non basta qualche rapporto scientifico ben circostanziato per spazzare via ogni contestazione. Di fatto, sono vent’anni che i ricercatori si combattono sull’esistenza o meno del riscaldamento globale, a suon di modellizzazioni matematiche complesse e raffinate. Tuttavia, per quanto riguarda il biotech, la carenza di dati indipendenti è fenomeno così esteso da trasformare le profonde riflessioni sulla non neutralità della scienza in sottigliezze filosofiche importanti ma secondarie.
Facciamo un esempio concreto. Il transgenico alimentare, lanciato sul mercato in tutto il mondo aggirando con disinvoltura le norme nazionali, si è infilato nella nostra catena alimentare senza essere accompagnato da alcuno studio indipendente sui suoi effetti. Differentemente dai modelli sul clima, qui non ci sono modelli di impatto ambientale, o sanitario, che si contrappongono. Semplicemente: non esistono modelli scientifici indipendenti. Per autorizzare ogni prodotto l’autorità competente chiede alla casa di produzione di fornire delle valutazioni d’impatto sanitario. L’azienda affida a ricercatori lo studio ma ne mantiene la proprietà. Questo significa che può imporre di non pubblicarne i risultati, qualora la valutazione risulti dannosa per l’immagine del prodotto. Quando qualche ricercatore decide, di fronte a risultati allarmanti, di rendere pubblica la sua ricerca, in genere viene letteralmente linciato, com’è avvenuto all’inglese Pusztai che ha reso noti i risultati dei suoi test sulle patate transgeniche. E, mentre i tagli di bilancio tolgono ogni possibilità alle strutture pubbliche di finanziare studi indipendenti, continuano a spuntare commissioni governative popolate di consulenti delle industrie. Così, ogni decisione sul transgenico viene presa unicamente sulla base dei dati forniti dagli stessi produttori e l’onere della prova passa dal produttore, che un tempo avrebbe dovuto dimostrare di non vendere cibi tossici, al consumatore.
Ancora più grave è la situazione per quanto riguarda altri prodotti del biotech, come i test sul DNA utilizzati nella diagnostica prenatale. Ai rivenditori - ovvero i laboratori che offrono questi test direttamente al consumatore, senza alcun filtro medico o psicologico, come raccomandato dagli organismi internazionali - non viene chiesto di dimostrare la scientificità delle loro predizioni. Il governo, rappresentato in questo caso dalla Commissione biosicurezza e biotecnologie, semplicemente si chiama fuori dalla partita. Nelle Linee guida stilate dalla Commissione viene esplicitamente affermato che la predittività dei test non è stata dimostrata ma che, essendo una promettente occasione di sviluppo economico, non si può impedirne la diffusione. Si consiglia quindi di tirare fuori il vecchio sciroppo di serpente modello Far-West e portarlo direttamente in farmacia: nessun governo si assumerà la responsabilità di limitare un fiorente mercato mettendo dei ricercatori ad analizzarlo per capire se funziona davvero.
Sia per gli addetti che per i non addetti ai lavori è sorprendente la mole di informazioni e di domande lasciate inevase, carenze di dati che rendono di fatto impossibile, ai decisori politici come ai comuni mortali, farsi un’idea chiara su cosa stia succedendo. Figuriamoci poi portare il ragionamento su di un aspetto più alto, quello dei mutamenti culturali, delle conseguenze, economiche, sociali e filosofiche delle applicazioni del biotech. Applicazioni, non ricerca, anche perché di ricerca pura ormai se ne fa davvero poca, come ben sanno i ricercatori stessi. E forse è proprio per questo che, all’appello lanciato dal CDG, i ricercatori hanno risposto prontamente: chi perché già impegnato - in modo solitario e in genere pagando di persona - verso questa direzione, chi perché si sente schiacciato dalla corsa al brevetto e alla commercializzazione.
Il CDG si pone il compito di colmare queste lacune e, ovviamente, non si propone di farlo da solo. In realtà, nascendo dalla constatazione di un’esigenza condivisa da più parti, il Consiglio si pone il compito di connettere queste esperienze individuali frammentate, mettendole in rete. Nel frattempo, acquisendo autorevolezza in quanto organo indipendente sia dalle istituzioni che dalle imprese, il Consiglio si propone di influenzare le scelte delle istituzioni mentre, al contempo, si pone come un’organizzazione al servizio dei movimenti, con il suo centro di documentazione e i suoi propri canali di diffusione mediatica.

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