| |
In
questa fase in cui ancora non sono stati chiariti i rischi legati all’uso
degli organismi transgenici per scopi alimentari di una cosa siamo certi:
nessuno li vuole! Gran parte degli agricoltori non li vuole coltivare;
gran parte dei consumatori (oltre l’80% secondo gli ultimi sondaggi)
non li vuole consumare; numerose imprese agro-industriali non li vogliono
trasformare; numerose catene della grande distribuzione non li vogliono
vendere.
Come mai questo atteggiamento di chiusura? Alcuni affermano per disinformazione,
in quanto ci sarebbe stato un vero e proprio boicottaggio di questi
prodotti da parte degli “ambientalisti”. Se così
fosse, occorrerebbe levarsi tanto di cappello di fronte a questi ambientalisti,
che con pochissimi mezzi economici e con scarse argomentazioni sono
riusciti a condizionare le abitudini alimentari di gran parte dei cittadini
europei. Ma la verità è un’altra: è chiaro
che queste categorie si sono rese conto che non otterranno alcun vantaggio
economico dall’uso degli attuali organismi transgenici.
In particolare, per l’agricoltore e per l’agricoltura del
nostro Paese, gli OGM:
l non possono determinare un maggior reddito, in quanto l’agricoltore
non è in grado di “dominare” il prezzo dei prodotti
che immette sul mercato, per cui ad una contrazione dei costi di produzione
corrisponde nel lungo periodo una diminuzione dei prezzi dei prodotti
(solo coloro che per primi adotteranno questa tecnologia otterranno,
e solo per alcuni anni, benefici economici);
l diminuiranno il reddito reale dell’agricoltore, in quanto, a
fronte di una caduta dei prezzi dei prodotti agricoli transgenici, i
prezzi dei prodotti non agricoli che l’agricoltore acquista sul
mercato rimangono, nella migliore delle ipotesi, costanti (occorrono
più tonnellate di grano per acquistare un’automobile, un
televisore ecc.);
l diminuiranno ulteriormente il reddito netto dell’agricoltore,
in quanto la produzione degli OGM necessita di un minor apporto dei
fattori della produzione di cui egli dispone in azienda (manodopera,
terra) ed una maggior utilizzazione dei fattori che egli è costretto
ad acquistare sul mercato;
l diminuiranno le sue capacità imprenditoriali e le opportunità
di reddito, in quanto gli OGM saranno brevettati, per cui la produzione
si presterà ad essere attuata “su contratto” (per
conto del costitutore della pianta transgenica, che fornirà all’agricoltore
il seme e curerà poi la commercializzazione del prodotto ottenuto)
ed i maggiori guadagni saranno quasi esclusivamente a favore dell’impresa
integrante e, quindi, del costitutore. Fenomeni di questo tipo si sono
avuti negli ultimi anni nel settore frutticolo.
Per l’agricoltura nazionale gli attuali organismi transgenici:
l determineranno una perdita di immagine dei prodotti agricoli ottenuti
nel nostro Paese, considerato da tutti un Paese nel quale la qualità
degli alimenti è al livello di eccellenza. In questo contesto,
a parte i problemi qualitativi che vi potrebbero essere in merito alla
relazione tra materia prima di base (transgenica) e prodotto tipico
ottenuto dalla sua trasformazione, i nostri prodotti tipici sicuramente
risulteranno svantaggiati, perché si andranno a collocare ad
un livello qualitativo che nell’immaginario collettivo è
ritenuto più basso;
l determineranno una delocalizzazione produttiva, in quanto la possibilità
di ottenere “nuovi individui” appositamente progettati e
realizzati per poter resistere a condizioni pedoclimatiche avverse (caldo,
freddo, terreni acidi o basici ecc.), pone poi il problema dell’eventuale
spostamento della produzione da quelle che attualmente sono le tradizionali
aree di coltivazione. Tale nuova localizzazione potrebbe avvenire sia
allo scopo, più che legittimo, di aumentare il grado di autoapprovvigionamento
di una determinata regione del pianeta, sia, meno legittimamente, per
incentivare la produzione in aree dove è possibile reperire a
più basso costo i fattori produttivi necessari, per poi vendere
sui tradizionali mercati i beni ottenuti. In quest’ultimo caso,
si determinerebbero problemi legati alla disoccupazione e all’esodo
rurale, nei territori in cui quella particolare coltivazione venisse
abbandonata. Ci si chiede infatti cosa ne sarebbe degli agricoltori
che attualmente ricavano un reddito da queste coltivazioni, una volta
che fosse possibile ottenerle, sicuramente a minori costi, anche in
altre aree del pianeta; cosa ne sarebbe del paesaggio rurale, allorché
la diminuita possibilità di coltivazione di certi prodotti ne
determinasse la scomparsa dal territorio; quali interventi occorrerebbe
mettere in atto per contenere il dissesto idrogeologico, che spesso
deriva dall’abbandono di queste coltivazioni;
l conseguenza diretta delle precedenti affermazioni è la diminuzione
delle esportazioni e l’aumento delle importazioni, con effetti
negativi sulle imprese agricole che non saranno più in grado
di competere sul mercato mondiale, in quanto si troveranno a dover contrastare
con gli stessi prodotti offerti a prezzi decisamente più bassi.
In previsione di una globalizzazione dei mercati, la nostra agricoltura
non potrà certo competere sul mercato mondiale sulla base dei
bassi costi di produzione, ma potrà essere competitiva soltanto
sulla base di elevati standard qualitativi.
In conclusione possiamo affermare che le problematiche relative all’introduzione
di coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di
portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare,
come per le altre innovazioni tecnologiche, se da un lato il tipo di
sviluppo attuato in agricoltura in questi ultimi anni, improntato soprattutto
all’esasperata ricerca del massimo profitto, ha consentito di
massimizzare la produttività dei fattori della produzione, dall’altro
non è sempre stato in grado di garantire sia un’equa ripartizione
delle produzioni tra le diverse aree del pianeta, sia modalità
di produzione compatibili con l’esigenza di salvaguardare l’ambiente
e lo sviluppo sostenibile del territorio rurale.
Certamente la nostra agricoltura, che da sempre è basata su presupposti
di tipicità e di qualità, non ha bisogno dell’attuale
biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere
possibilità applicative decisamente migliori.
In definitiva, con troppa fretta si cerca di applicare una tecnologia
fortemente innovativa, che potrebbe avere ripercussioni significative
sulla salute umana ed animale, sull’ambiente, sulla sicurezza
alimentare e sullo sviluppo delle generazioni future. Una tecnologia
che non ha subito il vaglio di adeguate sperimentazioni basate sul “principio
di precauzione” e che, determinando incertezza ed irreversibilità,
potrebbe condizionare le possibilità di sviluppo delle generazioni
future. Pertanto, compito dell’attuale generazione è quello
di potenziare la ricerca in merito, al fine di verificare gli impatti
che tale tecnologia può avere sull’uomo e sull’ambiente,
posticipandone lo sfruttamento economico fino a quando le incertezze
applicative non saranno definitivamente chiarite.
Torna su
|
Download
Pdf
|