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Afghanistan:
tra carestia e Ogm

di Emanuela Lorenzetti



Dopo gli oltre venti anni di guerre che hanno devastato economia, sistema sanitario e scolastico, cioè la vita in tutte le sue forme ed espressioni, oggi le stime parlano di un Paese, l’Afghanistan, in cui oltre cinque milioni di persone sono esposti al rischio di carestia. Praticamente circa il venti per cento dell’intera popolazione.
Come tutti ormai tristemente sappiamo, negli ultimi anni la guerra come prima causa, e poi la siccità e l’orrenda povertà, hanno obbligato 3,5 milioni di afgani ad abbandonare le proprie case per raggiungere Pakistan e Iran; per chi è invece rimasto, si calcola che circa 7,5 milioni di afgani dipendano, per la sopravvivenza, interamente dagli aiuti alimentari internazionali.
È evidente che, come affermato dall’organizzazione della Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), la pace e la stabilità economica in Afghanistan sono strettamente connesse, ora più che mai, al ripristino di un’agricoltura produttiva. La popolazione rurale deve tornare ai suoi campi per riprendere a produrre cibo, anche perché circa l’85% degli afgani dipende, per la propria sopravvivenza, dall’agricoltura.
Secondo la FAO quest’anno occorreranno 39 milioni di dollari per cercare di rimettere in moto la produzione e far aumentare i redditi. Milioni che saranno spesi per rifornire di semi e fertilizzanti i produttori agricoli. E proprio parlando di aiuti alimentari e di invio di semi per le semine autunnali (quelle stesse che nella scorsa stagione sono state seriamente minacciate dalla siccità e dagli eventi bellici), il rappresentante della USAID (l’agenzia USA per lo sviluppo internazionale) Andrei Natsiosha ha dichiarato che in occasione degli ultimi invii sono già state distribuite sementi geneticamente modificate agli agricoltori del villaggio di Kamari, località a circa 50 chilometri a nord di Kabul. La semina sarebbe stata già effettuata e, anzi, si sarebbe addirittura constatato che le piante crescono molto più del normale. Quindi, in base a questo miracolo, gli agricoltori locali hanno già deciso di piantare 200 tonnellate di questo tipo di semente.
“Se tutta questa storia sarà confermata, la presenza di sementi OGM rischia di avere delle ripercussioni gravissime per l’Afghanistan, già duramente provato dalla guerra - ha dichiarato Antonio Onorati, presidente di Crocevia e focal point del Comitato internazionale del Forum per la sovranità alimentare tenutosi a Roma. Un gesto di generosità rischia così di trasformarsi nell’ennesimo colpo inferto a un Paese stremato da anni di conflitti. L’introduzione di semi geneticamente modificati provenienti da altri Paesi in un agrosistema particolare come quello afgano, caratterizzato da una grande fragilità, rischia, infatti, di compromettere i delicati equilibri dell’ecosistema, mettendo in ginocchio l’agricoltura locale”. Non a caso alcune organizzazioni non governative afgane, consapevoli dell’importanza di salvaguardare il patrimonio agricolo del Paese, durante i lunghi anni di guerra hanno continuato a raccogliere le sementi tradizionali, che in seguito sono state distribuite ai contadini.
L’amministratore di USAID ha invece dichiarato che, avendo iniziato con questo impegno il progetto di aiuti per la ricostruzione del Paese, si deve semplicemente continuare tale esperienza in molte altre aree del Paese. I tempi debbono essere molto rapidi, le risorse impiegate ricche (300 milioni di dollari) e, continuando a difendere l’impiego di OGM in Afghanistan, Natsiosha ha ribadito che questo è il solo modo di riuscire a nutrire i Paesi in via di sviluppo, evidentemente insieme all’aggiornamento dei loro sistemi agricoli.
Così, mentre gli sforzi della ripresa dovrebbero essere concentrati sulla promozione di coltivazioni sostitutive della produzione di papavero, perciò su progetti di irrigazione, riforestazione, riproduzione di sementi autoctone, sul ripristino e la creazione di servizi veterinari, al grande impero del male occidentale non sembra vero di poter liberamente agire rispondendo solo alla necessità di trovare nuovi mercati per le potenti multinazionali del settore.

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