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Dopo
gli oltre venti anni di guerre che hanno devastato economia, sistema
sanitario e scolastico, cioè la vita in tutte le sue forme ed
espressioni, oggi le stime parlano di un Paese, l’Afghanistan,
in cui oltre cinque milioni di persone sono esposti al rischio di carestia.
Praticamente circa il venti per cento dell’intera popolazione.
Come tutti ormai tristemente sappiamo, negli ultimi anni la guerra come
prima causa, e poi la siccità e l’orrenda povertà,
hanno obbligato 3,5 milioni di afgani ad abbandonare le proprie case
per raggiungere Pakistan e Iran; per chi è invece rimasto, si
calcola che circa 7,5 milioni di afgani dipendano, per la sopravvivenza,
interamente dagli aiuti alimentari internazionali.
È evidente che, come affermato dall’organizzazione della
Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO),
la pace e la stabilità economica in Afghanistan sono strettamente
connesse, ora più che mai, al ripristino di un’agricoltura
produttiva. La popolazione rurale deve tornare ai suoi campi per riprendere
a produrre cibo, anche perché circa l’85% degli afgani
dipende, per la propria sopravvivenza, dall’agricoltura.
Secondo la FAO quest’anno occorreranno 39 milioni di dollari per
cercare di rimettere in moto la produzione e far aumentare i redditi.
Milioni che saranno spesi per rifornire di semi e fertilizzanti i produttori
agricoli. E proprio parlando di aiuti alimentari e di invio di semi
per le semine autunnali (quelle stesse che nella scorsa stagione sono
state seriamente minacciate dalla siccità e dagli eventi bellici),
il rappresentante della USAID (l’agenzia USA per lo sviluppo internazionale)
Andrei Natsiosha ha dichiarato che in occasione degli ultimi invii sono
già state distribuite sementi geneticamente modificate agli agricoltori
del villaggio di Kamari, località a circa 50 chilometri a nord
di Kabul. La semina sarebbe stata già effettuata e, anzi, si
sarebbe addirittura constatato che le piante crescono molto più
del normale. Quindi, in base a questo miracolo, gli agricoltori locali
hanno già deciso di piantare 200 tonnellate di questo tipo di
semente.
“Se tutta questa storia sarà confermata, la presenza di
sementi OGM rischia di avere delle ripercussioni gravissime per l’Afghanistan,
già duramente provato dalla guerra - ha dichiarato Antonio Onorati,
presidente di Crocevia e focal point del Comitato internazionale del
Forum per la sovranità alimentare tenutosi a Roma. Un gesto di
generosità rischia così di trasformarsi nell’ennesimo
colpo inferto a un Paese stremato da anni di conflitti. L’introduzione
di semi geneticamente modificati provenienti da altri Paesi in un agrosistema
particolare come quello afgano, caratterizzato da una grande fragilità,
rischia, infatti, di compromettere i delicati equilibri dell’ecosistema,
mettendo in ginocchio l’agricoltura locale”. Non a caso
alcune organizzazioni non governative afgane, consapevoli dell’importanza
di salvaguardare il patrimonio agricolo del Paese, durante i lunghi
anni di guerra hanno continuato a raccogliere le sementi tradizionali,
che in seguito sono state distribuite ai contadini.
L’amministratore di USAID ha invece dichiarato che, avendo iniziato
con questo impegno il progetto di aiuti per la ricostruzione del Paese,
si deve semplicemente continuare tale esperienza in molte altre aree
del Paese. I tempi debbono essere molto rapidi, le risorse impiegate
ricche (300 milioni di dollari) e, continuando a difendere l’impiego
di OGM in Afghanistan, Natsiosha ha ribadito che questo è il
solo modo di riuscire a nutrire i Paesi in via di sviluppo, evidentemente
insieme all’aggiornamento dei loro sistemi agricoli.
Così, mentre gli sforzi della ripresa dovrebbero essere concentrati
sulla promozione di coltivazioni sostitutive della produzione di papavero,
perciò su progetti di irrigazione, riforestazione, riproduzione
di sementi autoctone, sul ripristino e la creazione di servizi veterinari,
al grande impero del male occidentale non sembra vero di poter liberamente
agire rispondendo solo alla necessità di trovare nuovi mercati
per le potenti multinazionali del settore.
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