Arriva
dal Cile il salmone transgenico:
erbivoro, resistente al freddo,
a crescita rapida
Sulle
tavole dei consumatori statunitensi è in arrivo il salmone transgenico.
La Food and drug administration, l’agenzia governativa USA per
la sicurezza dei cibi e dei farmaci, potrebbe infatti autorizzare nei
prossimi mesi, probabilmente all’inizio del 2003, la vendita del
primo pesce tecnologico, l’esordio degli animali modificati geneticamente
nell’alimentazione umana.
È una storia classica di neoliberismo e distruzione della natura
quella dell’allevamento intensivo del salmone, tanto tradizionale
quanto GM. È una vicenda del Sud del mondo, di quella parte della
Terra dove gli abitanti spesso sono denutriti, ma che esporta abbondantemente
frutta, verdura, carne e pesce nel Nord, ricco e obeso. Il protagonista,
in questo caso, è il Cile delle migliaia di chilometri di costa
marina, dei pescatori artigianali, un settore che conta 500.000 addetti,
tra operatori diretti (60.000) e indotto, su una popolazione di 5.000.000
di abitanti: il 10%. Il salmone è stato introdotto in Cile nel
1980, non è infatti un pesce tipico delle acque sudamericane
dell’Oceano Pacifico, ma di quelle dell’Atlantico settentrionale:
del Nord America e dell’Europa insulare e scandinava. Da allora
gli allevamenti intensivi sono cresciuti fino a portare il governo di
Santiago al secondo posto nel mondo tra le nazioni produttrici di salmone.
Questo è stato possibile grazie alle leggi che hanno deregolato
la tutela dell’ambiente, e ai bassi salari dovuti alla bassa sindacalizzazione,
figlia della dittatura di Augusto Pinochet, ma che prosegue anche oggi
con il ritorno alla democrazia. Gli infortuni sul lavoro nella pesca
industriale sono il doppio rispetto a quella artigianale. Secondo il
Centro per la Conservazione e lo Sviluppo Sostenibile, tra i 3 e i 4
milioni di salmoni scappano dagli allevamenti, creando grandi problemi
all’ecosistema, poiché non vi sono predatori naturali.
Questa situazione è destinata ad aggravarsi, giacché nei
prossimi 8 anni il Cile vuole triplicare la produzione e diventarne
il leader mondiale. Per questo le multinazionali hanno deciso di puntare
al transgenico e alle coste disabitate della Patagonia. Il salmone è
stato ingegnerizzato con i geni del pesce artico, che resiste in acque
a basse temperature, e dell’aquadvataje, la cui crescita è
4 volte più veloce: il nuovo animale GM dalle carni rosee si
svilupperà nella metà del tempo rispetto alla specie naturale.
In questo modo nel Sud del Cile si potranno costruire nuovi mega allevamenti
intensivi, sostenuti dal governo attraverso ulteriori deregulation delle
norme ambientali.
Esiste, però, un problema da risolvere: non ci sono sufficienti
proteine animali (di pesce) per alimentare il quantitativo di salmone
che dovrebbe essere allevato entro il 2010: 600.000 tonnellate all’anno.
Infatti, sempre secondo il Centro per la Conservazione e lo Sviluppo
Sostenibile, per ottenere 1 chilo di salmone da allevamento sono necessari
5 chili di altro pesce, che nelle acque del Cile non ci sono. La soluzione
scelta dalle multinazionali è quella di somministrare come mangime,
ai futuri animali GM dalle carni rosee, farine di soia, anch’essa
transgenica, proveniente dalla vicina Argentina. Tutto questo senza
tenere in considerazione che il salmone è un animale carnivoro:
un caso di Mucca Pazza al contrario (in quel caso ad un erbivoro venivano
date farine animali, addirittura della sua stessa specie, rendendolo
un cannibale). Questa logica industriale applicata alla zootecnia equipara
un essere vivente ad una macchina produttrice di cibo, ignorando la
natura e le sue regole.
A questo c’è da aggiungere che la pesca artigianale cilena
è a rischio anche perché il governo ha deciso di privatizzarla,
di permettere cioè ai pescatori di vendere per proprio conto
solo il 10% del pescato (oggi il 100%), mentre il resto dovrà
essere conferito alle multinazionali che otterranno le concessioni di
sfruttamento commerciale. Grazie ad un trattato economico tra Unione
Europea e Cile firmato in aprile, che deve essere ancora ratificato
dai rispettivi parlamenti, questo pesce potrà arrivare sulle
tavole del vecchio continente. Il risultato sarà che uno dei
maggiori settori economici del Paese sarà ridotto allo stremo:
i pescatori artigianali diventeranno manodopera sfruttata secondo le
regole delle multinazionali e il pesce, che rappresenta il 22% delle
risorse alimentari dei cileni, finirà sulle tavole europee. E
già oggi una parte consistente degli abitanti del Paese sudamericano
soffre di carenze alimentari.
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