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Mai dire Mais

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Il fatto
Il primo pesce biotech


di Fabio Fimiani



Arriva dal Cile il salmone transgenico:
erbivoro, resistente al freddo,
a crescita rapida
Sulle tavole dei consumatori statunitensi è in arrivo il salmone transgenico. La Food and drug administration, l’agenzia governativa USA per la sicurezza dei cibi e dei farmaci, potrebbe infatti autorizzare nei prossimi mesi, probabilmente all’inizio del 2003, la vendita del primo pesce tecnologico, l’esordio degli animali modificati geneticamente nell’alimentazione umana.
È una storia classica di neoliberismo e distruzione della natura quella dell’allevamento intensivo del salmone, tanto tradizionale quanto GM. È una vicenda del Sud del mondo, di quella parte della Terra dove gli abitanti spesso sono denutriti, ma che esporta abbondantemente frutta, verdura, carne e pesce nel Nord, ricco e obeso. Il protagonista, in questo caso, è il Cile delle migliaia di chilometri di costa marina, dei pescatori artigianali, un settore che conta 500.000 addetti, tra operatori diretti (60.000) e indotto, su una popolazione di 5.000.000 di abitanti: il 10%. Il salmone è stato introdotto in Cile nel 1980, non è infatti un pesce tipico delle acque sudamericane dell’Oceano Pacifico, ma di quelle dell’Atlantico settentrionale: del Nord America e dell’Europa insulare e scandinava. Da allora gli allevamenti intensivi sono cresciuti fino a portare il governo di Santiago al secondo posto nel mondo tra le nazioni produttrici di salmone. Questo è stato possibile grazie alle leggi che hanno deregolato la tutela dell’ambiente, e ai bassi salari dovuti alla bassa sindacalizzazione, figlia della dittatura di Augusto Pinochet, ma che prosegue anche oggi con il ritorno alla democrazia. Gli infortuni sul lavoro nella pesca industriale sono il doppio rispetto a quella artigianale. Secondo il Centro per la Conservazione e lo Sviluppo Sostenibile, tra i 3 e i 4 milioni di salmoni scappano dagli allevamenti, creando grandi problemi all’ecosistema, poiché non vi sono predatori naturali. Questa situazione è destinata ad aggravarsi, giacché nei prossimi 8 anni il Cile vuole triplicare la produzione e diventarne il leader mondiale. Per questo le multinazionali hanno deciso di puntare al transgenico e alle coste disabitate della Patagonia. Il salmone è stato ingegnerizzato con i geni del pesce artico, che resiste in acque a basse temperature, e dell’aquadvataje, la cui crescita è 4 volte più veloce: il nuovo animale GM dalle carni rosee si svilupperà nella metà del tempo rispetto alla specie naturale. In questo modo nel Sud del Cile si potranno costruire nuovi mega allevamenti intensivi, sostenuti dal governo attraverso ulteriori deregulation delle norme ambientali.
Esiste, però, un problema da risolvere: non ci sono sufficienti proteine animali (di pesce) per alimentare il quantitativo di salmone che dovrebbe essere allevato entro il 2010: 600.000 tonnellate all’anno. Infatti, sempre secondo il Centro per la Conservazione e lo Sviluppo Sostenibile, per ottenere 1 chilo di salmone da allevamento sono necessari 5 chili di altro pesce, che nelle acque del Cile non ci sono. La soluzione scelta dalle multinazionali è quella di somministrare come mangime, ai futuri animali GM dalle carni rosee, farine di soia, anch’essa transgenica, proveniente dalla vicina Argentina. Tutto questo senza tenere in considerazione che il salmone è un animale carnivoro: un caso di Mucca Pazza al contrario (in quel caso ad un erbivoro venivano date farine animali, addirittura della sua stessa specie, rendendolo un cannibale). Questa logica industriale applicata alla zootecnia equipara un essere vivente ad una macchina produttrice di cibo, ignorando la natura e le sue regole.
A questo c’è da aggiungere che la pesca artigianale cilena è a rischio anche perché il governo ha deciso di privatizzarla, di permettere cioè ai pescatori di vendere per proprio conto solo il 10% del pescato (oggi il 100%), mentre il resto dovrà essere conferito alle multinazionali che otterranno le concessioni di sfruttamento commerciale. Grazie ad un trattato economico tra Unione Europea e Cile firmato in aprile, che deve essere ancora ratificato dai rispettivi parlamenti, questo pesce potrà arrivare sulle tavole del vecchio continente. Il risultato sarà che uno dei maggiori settori economici del Paese sarà ridotto allo stremo: i pescatori artigianali diventeranno manodopera sfruttata secondo le regole delle multinazionali e il pesce, che rappresenta il 22% delle risorse alimentari dei cileni, finirà sulle tavole europee. E già oggi una parte consistente degli abitanti del Paese sudamericano soffre di carenze alimentari.

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