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Il
consumatore - in primo luogo europeo, ma anche giapponese, australiano,
coreano, da ultimo africano - tende oggi a rifiutare, con crescente
convinzione, il consumo di alimenti contenenti organismi geneticamente
modificati. Il 90% degli americani, per anni costretti nel ruolo di
ignare cavie, mostra ora di temere i rischi potenziali e auspica l’etichettatura
dei cibi contenenti OGM (studio condotto dal Rutgers University Food
Policy Institute, novembre 2001).
Non è l’uomo, tuttavia, a mangiare la gran parte della
soia e del mais modificati, bensì gli animali da allevamento.
Di fatto, sono soprattutto le colture destinate all’alimentazione
animale ad essere state scelte, all’origine, dall’industria
del biotech per imporre gli OGM in Europa.
Ma facciamo un passo indietro. A seguito di pressioni interne e statunitensi,
negli anni ’60, con il varo della Politica agricola comune (PAC),
l’allora CEE concede l’ingresso a dazio zero ai semi oleosi,
che diventano presto la base della dieta zootecnica. Gradualmente, gli
allevamenti si industrializzano, concentrandosi in prossimità
dei grandi porti di approdo dei carichi di cereali, con conseguenze
disastrose in termini di contaminazione da fosfati e nitrati dei suoli
e delle falde acquifere. Cresce il business della produzione di carne,
sotto la spinta congiunta delle importazioni di mangimi a basso prezzo
e del sistema di aiuti e di compensazione delle eccedenze previsto dalla
PAC. Negli anni successivi, nonostante varie riforme della stessa PAC,
la situazione non cambia: l’UE diventa una grande fabbrica di
trasformazione di proteine vegetali in proteine animali (“L’alimentation
animale”, documento pubblicato da CPE e CSA con il sostegno della
Commissione europea). Cresce, inevitabilmente, la dipendenza dell’UE
dall’importazione di proteine vegetali, oggi pari a circa il 70%,
nonostante i tre quarti delle superfici agricole europee siano destinati
a sfamare bestiame da allevamento. Con il risultato di una produzione
di bestiame, e latte, in drammatica eccedenza rispetto alla domanda.
Uscendo dai confini dell’Unione europea, scopriamo che oltre il
90% della farina di soia e del 60% del mais commercializzati nel mondo
vengono destinati all’alimentazione animale. Secondo le stime
della FAO (“Food outlook”, luglio 2002), per il biennio
2001/2002 il consumo umano di cereali ammonterà a 971 milioni
di tonnellate, mentre all’alimentazione di animali di allevamento
saranno destinati 706 milioni di tonnellate, 445 milioni delle quali
consumate nei Paesi industrializzati. Un dato opposto a quello relativo
al consumo umano diretto: 795 milioni di tonnellate a Sud e solo 176
milioni a Nord. Questo dimostra, con evidenza, la concorrenza tra cereali
per il consumo umano e cereali destinati a mangimi,
che incide sulle scorte alimentari mondiali costringendo miliardi di
persone nell’indigenza.
E per questa via torniamo agli OGM. Negli Stati Uniti e in Argentina
si trova il 90% delle coltivazioni OGM presenti nel mondo, rappresentate
soprattutto da soia e mais (82%). Se a queste aggiungiamo la colza e
il cotone, il cui seme dopo la sgranatura viene usato come mangime,
arriviamo a quasi il 99% del totale delle coltivazioni transgeniche
mondiali che, non a caso, rappresentano i principali componenti della
dieta zootecnica. Questo basta a sfatare, di per sé, la goffa
equazione tra OGM e lotta alla fame nel mondo, suggerita dall’industria
del biotech e da ultimo cautamente avallata dalle Nazioni unite.
I mangimi per gli allevamenti zootecnici costituiscono la panacea per
le esportazioni transgeniche d’oltreoceano, accogliendo l’80%
degli OGM che entrano in Europa, in gran parte soia. Per questa via,
gli OGM si inseriscono comunque nella catena alimentare, con conseguenze
imprevedibili.
Malgrado gli scandali - BSE e sua variante umana, diossina, resistenza
indotta agli antibiotici - l’Unione europea non sembrerebbe intenzionata
ad un deciso cambio di rotta.
La BSE, i cui effetti devastanti non siamo ancora in grado di prevedere,
affonda le sue radici negli anni ’50, epoca in cui si iniziò
a far uso di farine animali nei mangimi. Gli scandali alimentari degli
anni ’90 ci hanno mostrato, in parte, cosa può accadere
laddove si decida di non applicare il principio di precauzione. Gli
OGM nella mangiatoia espongono il consumatore europeo, almeno fino all’introduzione
di norme adeguate in materia di tracciabilità, ad un rischio
ad oggi non calcolabile.
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