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Se
date ascolto alla pubblicità, vi sentirete dire che i nuovi cibi
transgenici, molti dei quali purtroppo già presenti nei nostri
supermercati, sono il risultato d’avanguardia della ricerca scientifica:
resistenti ai parassiti e ai virus, prodotti da piante capaci di fruttificare
senza essere fecondate, più lente nel marcire. Sono economici,
promettono di scongiurare la fame nel mondo e di offrire un’alternativa
vincente alle carestie che affliggono i Paesi più poveri. Sono
infine innocui e di ottimo valore nutrizionale. Non credete a tutto
questo. Chi lo dice mente, sapendo di mentire. Le cose sono più
complesse, le certezze niente affatto granitiche, ed anzi i dubbi, in
primo luogo per la salubrità di tali prodotti, aumentano di giorno
in giorno.
Le proteine causa di reazioni allergiche. L’obiettivo primario
dell’ingegneria genetica è quello di indurre la pianta
o l’animale a produrre una o più proteine, non presenti
nell’alimento naturale, tali da conferire al nuovo prodotto caratteristiche
specifiche. La nuova proteina, però, può esplicare un
effetto dannoso in diversi modi: interferendo con il metabolismo dell’ospite,
inducendo reazioni allergiche nei consumatori, impoverendo l’alimento
di altri componenti, o, infine, può essere di per sé stessa
tossica. La ditta Pioneer Hi Bred, per esempio, ha messo a punto una
particolare varietà di semi di soia modificati grazie alla introduzione
di geni prelevati dalla noce brasiliana. L’intento era quello
di accrescere il valore nutrizionale della soia conferendole la possibilità
di sintetizzare una proteina specifica della noce brasiliana. Ma poiché
questa proteina è ben nota per causare reazioni allergiche, anche
il prodotto modificato - come ha accertato l’Università
del Nebraska - è risultato allergenico ai controlli. Quindi,
nonostante la nuova soia fosse già pronta ad “invadere”
i mercati, l’opposizione dell’ambiente scientifico è
stata tanto decisa da indurre ditta ed autorità a ritirare il
prodotto dal commercio. Questo è un esempio clamoroso, ma ne
esistono molti che passano sotto silenzio, anche perché il processo
che minaccia di sensibilizzare l’organismo umano nei confronti
di una determinata proteina è spesso subdolo e difficilmente
controllabile. Una proteina, infatti, anche se non allergenica quando
prodotta nel contesto biologico da cui proviene originariamente, può
comunque diventarlo se il gene che la codifica viene trasposto artificialmente
in un nuovo organismo. Indurre una cellula a produrre proteine che le
sono estranee non garantisce affatto che queste poi esplichino la loro
“normale” funzione, né tanto meno che non acquisiscano
proprietà impreviste, magari tossiche o allergeniche. Infine,
le proteine allergeniche possono non costituire un problema per la salute
umana, fintantoché la loro concentrazione nei cibi non superi
determinate soglie. Ma indurre la pianta o l’animale a sintetizzarle
in quantità dieci-venti volte superiori al normale potrebbe,
alla lunga, provocare una sensibilizzazione immunogenica. Più
di qualunque altro, questo è un rischio non preventivabile e
sicuramente non individuabile con le comuni tecniche a disposizione.
Le proteine tossiche. Le tecniche di bioingegneria possono portare a
sintetizzare composti tossici imprevisti. È successo con alcuni
frutti, modificati biologicamente per produrre una più alta concentrazione
di glucosio, che presentavano poi intollerabili concentrazioni intracellulari
di un sottoprodotto cancerogeno, il metil-gliossale. I frutti non sono
stati immessi sul mercato e tutto è finito lì. Si tratta
però di un’eccezione fortunata, dato che i test analitici
attualmente disponibili non sono in grado di accertare tossine potenziali
se non in quei casi che riguardano molecole ben note (come appunto il
metil-gliossale). In Spagna, nel 1983, vi furono centinaia di intossicazioni
e decine di morti tra coloro che usarono un nuovo tipo di olio “modificato”.
Le procedure erano state scrupolosamente osservate: non erano stati
trovati composti tossici conosciuti e l’alimento aveva superato
con successo i controlli, senza evidenziare tossicità di sorta
negli animali - i topi - su cui era stato saggiato. Il fatto, fin troppo
ovvio, ma spesso “dimenticato”, è che l’uomo
è irriducibilmente diverso dal ratto…
I danni sul DNA. I geni, di qualunque specie, funzionano in accordo
ad una complessa regia, immersi in una rete coerente di interazioni
con l’ambiente circostante. Questo implica la coordinazione tanto
del “campo morfogenetico” della cellula, quanto degli altri
geni che concorrono, tutti insieme, a modulare l’espressione ed
il “funzionamento” di ogni segmento di DNA. L’equazione
semplicistica della biologia molecolare classica - “un gene, una
proteina, una funzione” -, esempio illustre del riduzionismo e
del meccanicismo biologico, ormai ha perso il suo fascino e, soprattutto,
la sua validità. L’espressione di uno stesso gene varia
da individuo ad individuo, e da un tessuto ad un altro, in funzione
di quello che è il background genetico e le caratteristiche biochimiche
e fisico-chimiche del microambiente circostante; le interazioni dinamiche
tra genoma e ambiente cellulare fanno del DNA una struttura fluida e
modulabile entro limiti tutt’altro che ristretti; la stessa stabilizzazione
della funzione genica nasce da questo dialogo continuo con il campo
elettromagnetico della cellula che numerosi processi - parafisiologici
o patologici - possono facilmente concorrere a compromettere. Per questo,
se viene inserita anche solo una sequenza estranea, l’organismo
tende, per sua natura, a modificarsi in modo non-lineare e non-predittivo.
Detto in altri termini, non è possibile prevedere a priori le
conseguenze cui può dare luogo un trapianto genico. Le stesse
preoccupazioni valgono, ovviamente, per qualunque manipolazione di questo
tipo e quindi anche per la terapia genica di cui si fa un gran parlare
in questo scorcio di secolo. Conosciamo ancora molto poco del DNA, tant’è
che a più del 97% dei geni non è finora stata riconosciuta
alcuna funzione. Questo DNA “muto” - che i bioingegneri
hanno sprezzantemente soprannominato “cianfrusaglia” (junk)
- deve comunque avere un qualche ruolo importante. Ritenere di poter
introdurre in questa massa “muta” nuove unità senza
rischi per il solo fatto che ignoriamo il significato della maggior
parte delle sequenze cromosomiche, equivale ad affermare che il non
sapere ciò che facciamo, non può arrecarci danno. Invero,
l’inserimento di nuove unità geniche comporta rischi potenziali
gravi. Innanzi tutto, determina la rottura (momentanea) della doppia
elica del DNA e conseguentemente un nuovo arrangiamento spaziale dell’acido
nucleico. Questa è di per sé una mutazione di cui non
conosciamo né possiamo prevedere gli effetti. In secondo luogo,
il processo di inserimento del nuovo gene è spesso impreciso
e comunque determinato dal caso (random): il segmento introdotto può
infatti collocarsi a metà di una preesistente sequenza, alterandone
il funzionamento o comunque interferire per contatto con l’attività
di geni adiacenti l’area della giunzione. Il rischio è
considerato basso dai portavoce delle industrie interessate, ma non
esiste alcuna evidenza scientifica che possa convalidare quest’asserzione.
È invece sicuro che i geni introdotti artificialmente sono soggetti
ad una più elevata frequenza di mutazione spontanea, il che,
indirettamente, attesta quanto “instabile” sia l’incrocio
così ottenuto.
Esistono poi fondate preoccupazioni che queste operazioni possano intaccare
e stravolgere direttamente anche il nostro patrimonio genetico, indubbiamente
l’aspetto più sgradevole e pericoloso di tutta la faccenda.
Infatti, i frammenti di DNA minacciano di essere immunogenici anche
a concentrazioni molto basse, dato che sollecitano le cellule ad esprimere
alcune macromolecole capaci di scatenare una reazione di rigetto immunologico.
Una delle ragioni delle sempre più frequenti “intolleranze
alimentari” sta proprio nella presenza di determinanti allergeni
(residui di insetticidi, di antibiotici etc.) nei cibi che portiamo
sulle nostre tavole. Ora, contrariamente a quanto si crede, il DNA modificato
che introduciamo con la dieta, viene solo parzialmente distrutto dalle
normali procedure di cottura: anche riscaldando gli alimenti a 90°C
per 30 minuti, rimane una considerevole frazione di DNA transgenico.
Inoltre il DNA, veicolato dal plasmide virale, può integrarsi
nei nostri cromosomi o in quelli dei germi saprofiti del nostro organismo.
Si tratta della cosiddetta “trasmissione orizzontale” del
materiale genetico. Il meccanismo è molto semplice: sul vettore
(un frammento circolare di DNA ottenuto da virus o da batteri) viene
inserito il gene che codifica per la proteina richiesta. A questo segmento
se ne associa un altro, il gene marker, che ha per funzione quella di
documentare la riuscita dell’innesto. Questo secondo gene esprime
generalmente una o più molecole capaci di proteggere la cellula
dagli antibiotici. In questo modo, facendo crescere le cellule modificate
in una coltura satura di antibiotico, si verificherà immediatamente
se la manipolazione è riuscita: le cellule modificate con successo
sopravviveranno agli antibiotici, le altre no. Il problema è
che questi frammenti di DNA possono essere “trasmessi” ai
batteri con cui il cibo viene a contatto: il risultato spiacevole che
ne consegue è che i microbi più diversi acquisiranno,
anche loro, la resistenza agli antibiotici. I pericoli connessi a questa
eventualità (già dimostrata da numerosi studi) sono incalcolabili:
rischiamo infatti di selezionare noi stessi nuove popolazioni batteriche
resistenti agli antibiotici e dotate di una virulenza sconosciuta. Con
lo stesso meccanismo, frammenti di diversi DNA possono integrarsi in
un unico virus e dare vita a nuove specie virali. Molti ricercatori
ritengono che la facilità con cui avvengono questi scambi di
materiale genetico tra specie diverse possa essere responsabile, tra
l’altro, della risorgenza di malattie infettive che fino a pochi
anni fa venivano credute ormai debellate. Tuttavia, ciò che più
preoccupa è che i vettori possano inserire parte del loro DNA
virale nel genoma umano: la maggior parte dei virus utilizzati è
infatti capace di indurre tumori nelle piante e negli animali e per
alcuni di essi è stata ipotizzata la compartecipazione anche
nei tumori umani. Walter Doerfler, un genetista tedesco, ha dimostrato
che, alimentando ratti con cibi transgenici, nel DNA degli animali si
ritrovano frammenti di DNA estraneo assimilato con la dieta. Preoccupazioni
analoghe sono state sollevate per i virus del sarcoma dei polli e della
leucemia, entrambi largamente impiegati in ambito biotecnologico.
Per non concludere. Giocare con i geni è un lavoro pericoloso:
non abbiamo le conoscenze per farlo, anche se la presunzione (o la fame
di guadagni?) non ci manca di certo. Le biotecnologie genetiche minacciano
di impoverire - e non già di potenziare - le risorse agrozootecniche
del pianeta, immettendo sul mercato dei cibi che possono essere tossici,
cancerogeni o allergenici. Non si tratta di una eventualità:
evenienze del genere si sono verificate. Questa “strana”
guerra conta già i suoi morti, vittime innocenti sacrificate
sull’altare di interessi anonimi. E quanti sono gli episodi occultati,
sconosciuti o, più semplicemente, ancora non identificabili?
I controlli sono insufficienti e comunque incapaci di attestare i possibili
danni. La riprova di questo sta nella pervicace opposizione delle aziende
ad apporre sui cibi transgenici le etichette che li segnalino come tali
ai consumatori: se fossero davvero così innocui ed “indistinguibili”
dai loro modelli “originali”, perché si contrasta
con tanto ardore un’operazione di trasparenza? Il fatto è,
come ha sottolineato Richard Lacey, direttore del Dipartimento di sicurezza
alimentare dell’Università di Leeds, che a fronte dei “rischi
illimitati che corre la salute umana […] non sussiste alcun valido
motivo nutrizionale o ragioni di interesse pubblico per produrre cibi
transgenici”. Le cause della fame nel mondo risiedono del resto
altrove, e affondano le loro radici nella politica di spoliazione delle
risorse sistematicamente attuata dagli Stati Uniti e da pochi altri
Paesi a danno del Terzo Mondo. Nessuno, con un minimo di onestà
intellettuale, può illudersi che la soluzione del problema passi
per la tanto vantata globalizzazione e la trasformazione bioingegneristica
delle nostre agricolture.
I rischi sono - a differenza di quanto avvenuto in passato per altri
settori produttivi - illimitati ed irreversibili, dato che non c’è
modo di rimuovere le sequenze di DNA incorporate dagli organismi viventi:
corriamo il rischio di un inquinamento “genetico” che, al
pari di quello nucleare, si estenderà alle generazioni future.
In natura esistono barriere biologiche insormontabili, che segregano
i geni all’interno della specie, impedendone il trasferimento
orizzontale. Per questo gli incroci (molto rari per quanto riguarda
gli animali) producono ibridi sterili, come il mulo. Questa segregazione
probabilmente è il mezzo per tutelare l’individualità
e l’identità di ciascun essere, condizione imprescindibile
per assicurare quella biodiversità su cui, in definitiva, riposa
l’equilibrio di un ecosistema. Dovremo davvero permettere ad un
pugno di apprendisti stregoni di compromettere tanta ricchezza?
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