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Mai dire Mais

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Premessa

  

“Quello che è buono per la General Motors è buono per il paese”

(Charles Wilson)1

 

Ad esprimersi in questi termini, di fronte al senato Usa, fu l’ex presidente della General Motors e segretario della Difesa statunitense, Charles Wilson.

Era il 1930 e già i dirigenti delle multinazionali costruivano la loro propaganda industriale basandosi sull’idea di una comunanza tra gli interessi privati delle aziende e quelli più diffusi della collettività.

Il fine era quello di arginare le pretese del nascente movimento operaio che rivendicava tempi lavorativi più umani e salari più equi. La tecnica era quella di far sentire la forza trainante dell’innovazione tecnologica, di cui tutti avrebbero beneficiato, e di presentare i proprietari e i manager industriali come uomini comuni i cui valori coincidevano con quelli delle famiglie operaie. In breve, si tentava di edulcorare i motivi dello scontro sociale e creare un clima di cooperazione piuttosto che di antagonismo.

Anche oggi l’industria utilizza la propaganda allo scopo di contenere la protesta sociale e legittimare il proprio potere adattando valori e linguaggio ad un contesto di mercato più ampio. Ponendosi al centro di un meccanismo di innovazione e crescita economica, promette che i vantaggi del processo di trasformazione si irradieranno a tutta la società. In nome di questo benessere cerca di ottenere un consenso diffuso da parte dell’opinione pubblica così da poter esercitare la sua influenza in ambito politico e rivendicare il diritto di autogovernarsi e autocontrollarsi.

Tuttavia, le insicurezze e le instabilità ambientali, culturali, sociali, lavorative a livello globale rivelano una realtà diversa da quella pubblicizzata dalle multinazionali: mentre il loro fatturato a volte supera quello di intere nazioni, cresce sempre più il numero di poveri nel mondo. Le statistiche, infatti, ci dicono che la torta del benessere sta diventando sempre più grande, ma non è più scontato che tutti riescano ad averne un pezzetto così come era stato promesso: quello che è buono per la General Motors è buono, quindi, solo per la General Motors!

Il nostro lavoro nasce dall’intento di vagliare il messaggio diffuso dalle multinazionali per evidenziare come la coincidenza tra i loro scopi e quelli della società sia fittizia; di dimostrare come questa corrispondenza sia costruita a partire dall’adozione di un linguaggio appartenente a gruppi che storicamente si sono opposti allo strapotere delle corporazioni; di denunciare come l’utilizzo di questa falsa corrispondenza abbia delle implicazioni nel processo decisionale e quindi nel più ampio funzionamento della democrazia rappresentativa.

Abbiamo scelto di analizzare le attività di un’organizzazione internazionale che rappresenta le aziende leader nella produzione alimentare mondiale: CropLife International. Tale federazione parla a nome delle multinazionali chimiche e biotecnologiche che detengono un controllo monopolistico su alcuni input agricoli, sostanze chimiche e sementi convenzionali e modificate geneticamente.

La scelta non è stata casuale. A portarci sulla sua strada è stata un’analisi della comunicazione sulle agrobiotecnologie, svolta dall’Osservatorio di Pavia, dove la federazione, sponsor della ricerca, veniva presentata semplicemente come “un’organizzazione senza scopo di lucro”. Quello che ci ha colpito è stato l’utilizzo del termine no-profit, senza che venisse esplicitato lo stretto legame tra l’ente in questione e gli interessi industriali di cui è portavoce ufficiale. 

Dopo aver denunciato questa contraddizione, abbiamo pensato di indagare più a fondo per capire quale era la vera natura della federazione e quali compiti doveva assolvere per conto delle corporations. Ci è subito sembrato chiaro che CropLife, occupando una zona d’ombra al confine tra la diretta rappresentanza industriale (come gruppo di lobby) e l’associazionismo senza scopi di lucro, mette in atto un processo di espropriazione di spazi culturali e di rappresentatività. Infatti, nelle sue attività di comunicazione, fa proprie le espressioni e le rivendicazioni di carattere sociale e ambientale delle Ong mentre, sul piano dei contenuti, risponde alle esigenze di promozione dei prodotti industriali: pesticidi e Ogm.

Entrare nei meccanismi di questo processo ci consente di denunciarne le pericolose ambivalenze e le conseguenze culturali e politiche che ne scaturiscono. La più importante di tutte, e che motiva la nostra ricerca, è la nascita di un sistema che permette alle industrie di smorzare i toni dello scontro sociale e di avere un rapporto privilegiato con le istituzioni. Infatti, asservendo ai propri scopi il concetto di sviluppo sostenibile e di responsabilità sociale delle aziende, una struttura di intermediazione quale CropLife riesce ad imporre il suo sapere specializzato. In questo modo prevarica sulle altre parti in causa nella risoluzione dei problemi sollevati dalla società civile. Ad incrinarsi è, quindi, il grado di partecipazione della stessa società civile che viene privata dello spazio, già esiguo, di rappresentanza e dell’elemento prioritario per dar forza alle proprie istanze, il linguaggio.

In questo lavoro ci soffermiamo ad analizzare le attività e la rete di influenza di un gruppo specifico, CropLife, consapevoli però del fatto che essa costituisce l’esempio di un sistema più ampio. La federazione non è altro che una voce all’interno di un coro creato per avvalorare le informazioni scientifiche e le linee guida sviluppate dalle multinazionali intorno ai prodotti industriali contestati dal pubblico.


 

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