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Mai dire Mais

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2.5 I tentativi di governance

Le aziende hanno sempre avuto sia dipartimenti riservati alle pubbliche relazioni con i governi sia uffici propriamente lobbistici con il compito di influenzare le politiche pubbliche. Tuttavia la loro efficacia è limitata dal fatto che questi strumenti sono riconosciuti immediatamente come espressione di interesse specifici.

Invece, la federazione CropLife, in quanto istituzione senza scopo di lucro, non pone il profitto quale priorità da conseguire per sé ed i propri affiliati. Inoltre, poiché afferma di perseguire istanze sociali universalmente condivise (tutela delle risorse ambientali, lotta alla povertà e alla fame), rientra nella categoria dei public interest groups, cioè organizzazioni che perseguono interessi collettivi. E’ contando su questa ambiguità che la federazione si afferma nello scenario internazionale dove è in gioco l’attribuzione di un ruolo di partner sulle tematiche della sostenibilità. Infatti, nei negoziati con governi e agenzie delle Nazioni Unite, dove alle industrie non è concesso di sedere tra i delegati, organizzazioni come CropLife ne sostituiscono i rappresentanti e forniscono alle autorità istituzionali una prospettiva utile agli interessi economici delle aziende. 

Sul piano finanziario la federazione cerca di condizionare la gestione delle risorse destinate alla risoluzione dei problemi ambientali e di strutturare i suoi progetti in maniera da rientrare nei parametri che lei stessa ha contribuito a definire.

Ad esempio, è parte in causa nella discussione sulla destinazione di un fondo economico per l’implementazione del Protocollo di Cartagena sulla Biodiversità, il “Global Environmental Facility” (Gef), e di altri fondi legati allo sviluppo sostenibile[1].

CropLife, inoltre, assiste le autorità per le problematiche riguardanti la biodiversità e lo sviluppo sostenibile e partecipa ai workshop dove si discute dell’implementazione di protocolli internazionali presentandosi come fonte “indipendente” capace di fornire dati scientifici, di proporre soluzioni tecnologiche e di cogestirle nei partenariati.

Un esempio emblematico è il ruolo di CropLife durante il Summit di Johannesburg: si è proposta come “partner affidabile” nei programmi di agricoltura sostenibile soprattutto per quanto riguarda la formazione degli operatori agricoli nei paesi in via di sviluppo. E’ noto che i programmi di educazione e formazione sono ritenuti parte essenziale del processo di trasferimento di tecnologia dai paesi industrializzati ai paesi poveri e godono del supporto delle Nazioni Unite perché considerati una parte importante della strategia dello sviluppo.

Durante il vertice la federazione ha ottenuto la cogestione del programma “AgLe@rn”, uno strumento educativo via web destinato agli operatori professionisti del Sud Est asiatico per promuovere un modello produttivo sostenibile, ma di fatto basato sulla immissione di agenti chimici e di sementi transgeniche (Box 7).

Casella di testo: Box 7
AgLe@rn
AgLe@rn era originariamente un programma di due associazioni no profit,  l’Aprtc, finanziata da CropLife per il trasferimento della tecnologia nella regione asiatica del Pacifico e la WorldView International Foundation, per l’informazione mediatica sui temi ambientali nei paesi in via di sviluppo. Durante il Summit di Johannesburg, è stato rilanciato quale iniziativa di parteneriato “Type 2” (che prevede una collaborazione tra governi, imprese e Ong) e sviluppato in maniera da coinvolgere altri partner strategici nelle regioni dove minore è stata la resistenza dei governi all’adozione delle biotecnologie agricole: in Kenya è diventato parte delle attività dell’Arid Lands Information Network, in India è stato integrato nel progetto “E-Choupal” di una delle maggiori corporation dell’agribusiness (www.itcportal.com), in Sudafrica è stato inserito all’interno di una rivista mensile per gli agricoltori. 
 

 

 

 

 

 

 

La formazione degli agricoltori rappresenta un sicuro investimento per le industrie. Infatti, attraverso la creazione di nuovi esperti locali possono agire sul territorio in maniera capillare e assicurarsi lo sviluppo di una base sociale che sostiene l’adozione di pratiche agricole “moderne” ed eradica quelle ecologiche perché improduttive.

Inoltre, attraverso una rete di soggetti in vario modo controllati dall’industria di crop protection e dell’agribusiness, si creano le premesse per integrare la produzione agricola locale in un sistema di mercato globale.

 

Il Summit di Johannesburg, dove informazioni e conoscenze dovevano essere condivise perché si elaborassero strategie efficaci per la tutela dell’ambiente e dei diritti delle popolazioni povere, alla fine si è rivelato “un’opportunità reale per l’industria di cercare nuovi partner per l’agricoltura sostenibile”[2]. Un’occasione per riaffermare la politica industriale nelle tematiche ambientali con la conseguente emarginazione delle Ong realmente impegnate nella tutela della biodiversità e nello sviluppo rurale.

 

Un ulteriore esempio è la collaborazione di CropLife con l’Ifad, un’agenzia delle Nazioni Unite impegnata nella lotta alla povertà rurale. Già dal 1991 l’associazione nazionale agrochimica del Guatemala (parte della federazione globale) gestiva programmi (Safe Use) per educare i piccoli agricoltori all’uso dei prodotti chimici. Gli stessi programmi sono stati rilanciati come progetti di agricoltura sostenibile e di sviluppo, mentre l’obiettivo è quello di aprire nuovi mercati per le industrie.

A tal fine CropLife nel partenariato sfrutta le infrastrutture dell’Ifad, le sue conoscenze del territorio e il suo essere un organismo super partes di finanziamento e promozione dello sviluppo. Ricerche indipendenti hanno dimostrato la totale inefficacia di tali progetti, hanno confermato un alto livello di uso dei pesticidi anche nelle zone più isolate e, quindi, la totale incoerenza del profilo sostenibile del programma.

 

Entrambi gli esempi di partneriato dimostrano che la collaborazione con le istituzioni internazionali permette al settore industriale di rafforzare il proprio profilo di responsabilità sociale e di legittimare le biotecnologie quale elemento di novità nel panorama agroalimentare.

Questa strategia è stata ampiamente ricompensata soprattutto durante il Summit di Johannesburg: le grandi aziende hanno svolto un ruolo di primo piano quali benefattrici dell’umanità, definendo sia le strategie per lo sviluppo che la destinazione del denaro pubblico [3] (vedi allegati 1-2). 

Inoltre, per la federazione è essenziale essere parte integrante di task force internazionali e partecipare alle procedure di regolamentazione, visto che sempre di più gli standard decisi a livello internazionale condizionano le politiche dei singoli paesi. L’industria agrochimica, attraverso CropLife e altre interfacce, riesce a far apparire maggioritario il fronte favorevole ai propri interessi nelle fasi di consultazione e definizione delle norme.

Ad esempio, nelle sessioni della Commissione del Codex Alimentarius, la posizione dell’industria sulla tracciabilità dei prodotti alimentari viene sviluppata e comunicata non direttamente dalle multinazionali ma da associazioni create per rappresentarne gli interessi: CropLife, Biotechnology Industry Organisation (Bio), l’Institute of Food Technologists (Ift), il Council for Responsible Nutrition (Crn) e la Confederation of Food and Drink Industries (Ciaa)[4]. Ognuna con una specializzazione diversa, ma tutte ugualmente coinvolte nello sviluppo delle biotecnologie. La qualità del lavoro del Working Group, creato all’interno del Codex per implementare sistemi di tracciabilità efficaci, viene pregiudicata, quindi, dalla presenza di soggetti portatori di interessi privati. Mentre da un lato, infatti, la priorità del Codex è (o dovrebbe essere) quella di salvaguardare la salute dei consumatori, dall’altro le organizzazioni industriali sostengono un libero commercio senza “lacci e vincoli”. Lo testimonia un appello di CropLife America e di altre associazioni rivolto al rappresentante Usa per il Commercio, Robert Zoellick, in opposizione alle linee europee in materia di sicurezza alimentare: “Le misure costituirebbero un precedente per una tracciabilità e un’etichettatura basata sul processo che potrebbero creare barriere tecniche insormontabili al commercio e potrebbero scoraggiare l’accettazione e l’adozione delle nuove tecnologie, inclusa quella biotecnologica, a livello globale.[…] Inoltre, queste norme usano il “principio di precauzione” e altri fattori basati sulla non-scienza per giustificare l’implementazione di parametri sulla tracciabilità e l’etichettatura costosi e restrittivi per il commercio. […] Inoltre, le organizzazioni internazionali come il Codex Alimentarius avranno licenza di adottare simili standard a livello globale. L’esportazione di prodotti agricoli ed alimentari statunitensi subirebbe effetti negativi” [5].

In Europa, con espedienti diversi, l’industria della scienza delle piante riesce a monopolizzare gli spazi di rappresentanza. Ad esempio, all’inizio del 2004, il Dg Ambiente aveva avviato una consultazione pubblica per l’approvazione del documento “Verso una strategia tematica sull’uso sostenibile dei pesticidi” [6]. Tale strumento doveva garantire la partecipazione di tutti i soggetti interessati e una procedura di governance equilibrata, aperta e trasparente, ma si è di fatto rivelato un’ulteriore occasione di controllo e condizionamento della politica europea da parte delle multinazionali e dei loro gruppi di lobby. Andando ad analizzare i commenti pervenuti alla Commissione, infatti, emerge che la maggioranza di essi rimanda direttamente al mondo delle industrie di crop protection e che  alcuni, pur se firmati da  tecnici del settore agrario o da scienziati apparentemente indipendenti, risultano identici, nella forma e nei contenuti, a quelli dei rappresentanti ufficiali delle aziende (vedi allegati 3-4-5-6-7) [7]. Essi si rivelano a favore di una strategia di regolamentazione dei pesticidi che esclude la loro riduzione e che risolve i rischi per la salute e per l’ambiente con l’adozione di programmi di educazione e formazione destinati agli operatori agricoli

Sull’altra sponda dell’Atlantico, dove il mondo delle associazioni di produttori ha un peso più diretto nella contrattazione politica, CropLife America insieme a 60 organizzazioni che rappresentano produttori di pesticidi e di prodotti per l’agricoltura, è parte dell’Implementation Working Group. Lo scopo è di fare pressione sul Governo e sulle agenzie governative per condizionare il Food Quality Protection Act, la legge sulla sicurezza alimentare. Il gruppo di lavoro fornisce a tal scopo linee guida e rapporti tecnici e CropLife si fa promotrice di un programma sull’uso dei pesticidi. 

Il Programma viene altresì appoggiato dal National Centre for Food and Agricultural Policy (Ncfap) un centro per la ricerca, l’educazione e l’informazione che si preoccupa di evidenziare l’impatto della politica pubblica sulla comunità rurale, in particolare gli effetti dello sviluppo delle biotecnologie sull’agricoltura americana. Il centro, che dichiara di non fare lobby per le industrie, in realtà è stato creato dalla fondazione Kellogg e annovera tra i suoi finanziatori CropLife.

Anche in Italia CropLife ha una sua creatura: il Cedab, Centro di Documentazione sulle Agrobiotecnologie. Nato nel 2001, ha sede presso due agenzie di pubbliche relazioni: a Milano presso la TT&A e a Roma presso la Fb Comunicazione. E’ inoltre coordinato da Patrick Trancu, titolare a sua volta della TT&A (Theodore Trancu & Associates), che ha come cliente Monsanto.

La mission di Fb Comunicazione ben si adatta agli interventi organizzati dal Cedab: mettere in atto tecniche di costruzione e gestione del consenso che favoriscano gli interessi del cliente e gli consentano di influenzare il processo decisionale[8]. Il 7 marzo 2003 ha organizzato il convegno dal titolo “Ogm: conoscere per decidere” collegando via satellite 4 città italiane[9] per riaffermare i tratti salienti della propaganda pro-Ogm. Esponenti del mondo accademico hanno ribadito, anche in quella sede, la necessità di basare la discussione sugli Ogm sull’oggettività della scienza.

Il Centro di documentazione è costantemente presente nel dibattito sull’accettabilità degli Ogm e interviene con forza soprattutto nei momenti in cui le autorità si apprestano a varare le norme.

Nel 2005, infatti, ha finanziato una ricerca sperimentale condotta in Lombardia (nelle province di Brescia, Milano, Mantova, Cremona e Lodi) per dimostrare che la coesistenza tra coltivazioni transgeniche, convenzionali e biologiche è possibile anche con distanze di sicurezza minime. Lo scopo evidentemente è quello di influenzare le linee guida che l’Italia si appresta a stabilire in base al Decreto legge del 22 novembre 2004 n. 257, per salvaguardare l’agricoltura dalla contaminazione genetica conseguente alla coltivazione di sementi transgeniche[10].

L’autorità della scienza, la sound science, viene quindi costantemente utilizzata come strumento di pressione per creare consenso ed ottenere norme che favoriscano l’adozione della biotecnologia.

A questo punto, l“Idra dalle molteplici teste” ci sembra l’immagine più idonea a rappresentare il sistema industriale della crop protection. Attraverso il ricorso a vari attori aventi ruoli diversi (produzione, marketing, lobby, associazioni no-profit), l’industria riesce ad accaparrarsi spazi maggioritari di rappresentanza civile al fine di mantenere standard prefissati di qualità del prodotto e di difendere il profitto sui mercati mondiali. Ciò avviene ogniqualvolta c’è un confronto tra le parti per la definizione di normative o per l’attribuzione di progetti.


 

[1] Il Gef è nato nel 1991 su iniziativa della Banca Mondiale, dell’Undp (Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite) e dell’Unep (Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite) per rispondere agli appelli lanciati a Rio e favorire iniziative tese a risolvere le emergenze legate allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali

[2] http://basd.free.fr/docs/releases/20020826_croplife.html

[3] Al riguardo va aggiunto che il contributo economico delle imprese può avere delle forti influenze sulle strategie di intervento per il raggiungimento di scopi  relativi allo sviluppo umano, ambientale e sociale, ma anche sulle scelte delle organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite

[4] “Codex Committee on food import and export inspection and certification systems”, 11th session, 2-6 December 2002

[5] Corrispondenza del 25 novembre 2003 della Grocery Manufactures Association (www.gmabrands.com/publicpolicy/docs/correspondence_p.cfm?DocID=1241)

[6] http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/home.htm

[7] http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/pdf/birkcomments1.pdf,

http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/pdf/birkcomments2.pdf,

http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/pdf/timmecomments.pdf,

http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/pdf/habercomments.pdf,

http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/pdf/buehlercomments.pdf http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/pdf/howardresponse.pdf

http://europa.eu.int/comm/environment/ppps/pdf/koddereaction.pdf

[8]www.fbcomunicazione.it/portale/homepage.nsf/scriviframeset?ReadForm&Lingua=italiano

[9] Milano, Roma, Verona, Torino

[10] Pochi giorni prima della discussione del decreto sulla coesistenza (3 novembre 2004), è stato lanciato il Consensus document per ribadire che qualsiasi limite alla coltivazione di Ogm è immotivato dal punto di vista scientifico. Un’indagine ha rivelato che tale documento, firmato da 18 enti scientifici italiani, nascondeva dietro la società che l’aveva promosso (Società Italiana di Tossicologia, Sitox), proprio la firma dell’agenzia TT&A. La Sitox, infatti, è una cliente della TT&A (http://www.vasonline.it/home/editoriali/scienziati)

 

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