2.4 La comunicazione del rischio: i nuovi protagonisti
L’impegno primario di coloro che creano prodotti e servizi è quello di concentrarsi sugli aspetti della sicurezza e della salubrità per tranquillizzare consumatori e investitori. CropLife, consapevole che senza un ampio consenso lo sviluppo delle biotecnologie rischia di arenarsi con conseguenze sulla competitività e gli investimenti finanziari, ha esplicitato con precisione l’ambito delle proprie competenze e della sua rete globale di associazioni: rendere il rischio tecnologico accettabile attraverso una strategia di comunicazione in cui si esalta l’elemento di beneficio del prodotto.
Con una identità costruita ad hoc mobilita la rete delle agenzie di pubbliche relazioni e dei gruppi di lobby per offrire garanzie al pubblico sui temi della sicurezza alimentare ed ambientale; terreno sul quale si consuma anche lo scontro con le organizzazioni non governative che premono per l’adozione di misure precauzionali. In particolare propaganda l’impegno delle aziende ad investire nel settore Ricerca e Sviluppo per offrire alla società ritrovati tecnologicamente avanzati e sicuri. Infatti, afferma che i prodotti chimici e biotecnologici hanno seguito un rigoroso iter di valutazione e che vengono controllati in tutto il loro ciclo di vita, dal laboratorio alla tavola, tramite programmi di stewardship appositamente creati[1].
E’ importante sottolineare che la maggior parte degli studi su cui si basa la valutazione del prodotto sono sviluppati nei laboratori delle aziende, membri di CropLife. Essi coprono approssimativamente il 90% della ricerca agrochimica e biotecnologica a livello mondiale[2]. Studi che, avendo come unico obiettivo quello di dimostrare la bontà di un prodotto commerciale, spesso si sono rivelati carenti sotto l’aspetto della concezione, dell’esecuzione e dell’analisi.
Inoltre, i risultati non sono di dominio pubblico, soprattutto se rivelano gli effetti tossici della tecnologia. Facendo ricorso al segreto industriale, infatti, le informazioni più compromettenti vengono celate, pregiudicando la trasparenza e l’oggettività che vorrebbero caratterizzare le missions aziendali.
D’altra parte, gli studi indipendenti o quelli finanziati da enti pubblici in generale sono pochi e spesso subiscono le conseguenze legate ad una crisi generale della ricerca. Ad esempio, in casi in cui le sperimentazioni di laboratorio hanno evidenziato elementi di tossicità del prodotto, si cerca di rendere irrilevanti i dati e di screditare o bloccare il lavoro degli scienziati[3]. Ciò avviene perché il comune interesse delle aziende e dei singoli governi, ossia lo sviluppo economico derivante dalle biotecnologie e il controllo egemonico dei mercati globali, crea una sinergia tra il settore pubblico e privato dove ad essere sacrificati sono l’interesse collettivo e l’obiettività della scienza. E’ un dato innegabile che accademie ed istituzioni che dovrebbero essere indipendenti non sempre hanno scelto di rivelare al pubblico i risultati dei propri esperimenti in quanto ciò avrebbe costituito un ostacolo per l’intero sistema di valutazione ed approvazione del prodotto. Non ultimo il caso del mais Mon 863 della Monsanto, dichiarato sicuro dall’Efsa anche se l’agenzia possedeva i dati forniti dall’azienda comprovanti la tossicità del prodotto. Questi dati sono stati svelati dalla stampa inglese, mentre l’ente europeo per la sicurezza alimentare e altri organismi regolatori hanno appoggiato l’istanza di approvazione presentata dalla Monsanto – così come ha fatto la maggior parte dell’opinione scientifica più influente[4]!
E’ evidente che in presenza di dati comprovanti un danno alla salute o all’ambiente l’informazione da trasmettere al pubblico viene filtrata ed oscurata, mentre gli elementi di potenziale beneficio vengono amplificati, in eguale misura da enti pubblici e privati.
Da parte sua CropLife, con ricerche complementari a quelle eseguite dalle industrie, è parte attiva di questo meccanismo teso a legittimare la sicurezza e la bontà del prodotto chimico e biotecnologico.
Ad esempio la federazione ha dato vita al suo interno a Gruppi Tecnici Specializzati in materia di resistenza agli erbicidi, fungicidi, insetticidi e rodenticidi (Frac, Rrac, Hrac, Irac), costituiti da specialisti provenienti dalle stesse aziende agrochimiche[5]. Essi rispondono, sia sul piano della ricerca che della comunicazione, ad un’unica strategia per la gestione del problema della resistenza dei pesticidi: conservare l’efficacia delle molecole chimiche già disponibili sul mercato per evitare che le aziende sostengano ulteriori e costosi investimenti per la creazione di nuove sostanze. Ciò che si vuole ottenere non è lo sviluppo di prodotti meno tossici ma mantenere lo status quo in materia di uso di pesticidi e confermare una metodologia scientifica che, utilizzata nei laboratori delle singole industrie, serve come base per l’approvazione dei prodotti. I gruppi tecnici subordinano gli elementi di valutazione del rischio per la salute umana e ambientale ad esigenze di natura privatistica e sono finalizzati a fornire linee guida per enti e associazioni del settore. La loro mission è infatti quella di facilitare la comunicazione e l’educazione sui temi della resistenza agli antiparassitari all’interno dei programmi per lo sviluppo sostenibile e di interagire con le autorità di regolamentazione nei processi di approvazione delle sostanze chimiche. A tal fine, il lavoro di studio sulla resistenza ai pesticidi viene integrato e rafforzato da analisi e valutazioni economiche che esaltano il beneficio sociale del prodotto.
Ad esempio, il Crop Protection Research Institute è stato creato nel 2004 dalla fondazione CropLife, ufficialmente per divulgare al pubblico e agli operatori del settore i risultati della ricerca scientifica. E’ rivolto a fondazioni, trust, corporazioni, università e istituzioni aventi aspirazioni educative e filantropiche e si propone di rimarcare l’essenziale apporto della biotecnologia per la produzione agricola americana sia in termini qualitativi che quantitativi; una produzione che deve risultare egemonica nel commercio internazionale. Sul piano concreto l’istituto utilizza i benefici derivanti dall’essere un ente no-profit con scopi caritetevoli (e quindi esente da tassazione!) per fare pressione sui rappresentanti politici e sulle agenzie di controllo affinché non si adottino norme restrittive. Infatti, i dati riguardanti la valutazione del rischio diventano parte integrante di un più ampio programma di assistenza scientifica ed economica.
Il Crop Protection Institute è un esempio di commistione pubblico/privato ad evidente vantaggio del secondo. L’istituto, che si propone di potenziare il finanziamento pubblico della ricerca agricola, riceve denaro per le sue attività dal Dipartimento per l’Agricoltura statunitense: recentemente ha ottenuto un fondo di 30.000 dollari per la creazione del National Pesticide Use Database. Al contempo assicura supporto finanziario ad altri enti, caritatevoli o corporativi, perché diffondano al pubblico un’informazione positiva e “basata sulla scienza” sui benefici dei prodotti di crop protection.
In ragione dell’esperienza scientifica gli esperti dei comitati interni alla struttura federativa propongono dati, analisi ai rappresentanti governativi e siedono al tavolo delle trattative internazionali per l’elaborazione delle norme e delle linee guida su problemi concernenti il commercio e lo sviluppo, basate sulla sound, peer-reviewed science. I Frac, Rrac, Hrac, Irac sono riconosciuti, ad esempio, come organi consultivi da autorità internazionali come la Commissione Europea, la Fao e l’Organizzazione Mondiale della Salute.
La credibilità scientifica e il sostegno finanziario (si tratta di denaro pubblico) che le istituzioni nazionali e internazionali assegnano a questi gruppi tecnici di emanazione industriale, bloccano l’utilizzo delle risorse economiche per studi indipendenti con parametri diversi di valutazione del rischio e, quindi, rendono vano il tentativo di incrinare il monolite della ricerca a scopi industriali.
Quella che viene chiamata sound science (scienza solida) è, quindi, rafforzata nella sua validità internazionale e diventa la base sulla quale sviluppare un consenso informato sui problemi più controversi. Infatti, ad essa viene affidato il ruolo di anello intermedio tra legislatori e cittadini: i dati che essa fornisce diventano la base per certificare la sicurezza del prodotto da autorizzare e per determinare una “corretta percezione” del rischio tecnologico. Al contrario si etichetta in senso negativo, come junk science (scienza spazzatura) o non-scienza, tutto ciò che, basandosi sul principio di precauzione, ostacola un libero sviluppo economico.
L’uso politico del termine “sound science” fu inaugurato verso la fine degli anni ’90 quando negli Usa scoppiò la cosiddetta guerra del tabacco. L’Agenzia per la Protezione Ambientale (Epa) aveva infatti reso noto che il fumo passivo causava la morte di circa tremila persone all’anno. Un’organizzazione no-profit, l’Advancement of Sound Science Coalition, che si definisce “un gruppo di controllo formato da scienziati, rappresentanti del mondo accademico, organizzazioni indipendenti”, attaccò l’agenzia federale sostenendo l’uso della sound science nella politica pubblica. In seguito si scoprì che dietro la Coalizione c’era la mano della Philip Morris, che le aveva elargito un fondo di 500.000 dollari affinché un suo intervento scongiurasse la revisione della normativa in senso sfavorevole agli interressi dei produttori di tabacco. Da allora l’uso della sound science, come espediente retorico per ostacolare o smantellare le normative di tutela sociale e ambientale, è diventato il cavallo di battaglia del governo repubblicano di Bush.
Per CropLife porre la sound science al centro del processo decisionale consente di fondare sulla razionalità scientifica il dibattito sull’innovazione tecnologica. L’industria può così svolgere un ruolo di primo piano, affiancando a sé tutti gli esperti interessati allo sviluppo biotecnologico ed estromettendo i soggetti sociali critici.
Agli scienziati è affidato il compito di diventare i nuovi promotori del prodotto commerciale. Essi devono rassicurare sui pericoli che inevitabilmente la tecnologia porta con sé e fornire agli educatori e ai media programmi formativi positivi verso le biotecnologie e le scienze della vita.
Tuttavia, questo nuovo protagonismo degli esperti nel processo di comunicazione non è sembrato offrire una solida base, perché la memoria delle emergenze sanitarie nel campo agroalimentare, quali la Bse, ha incrinato il rapporto di fiducia tra scienza e società[6]. Di fronte al venir meno della credibilità della scienza, le industrie e la loro federazione hanno dovuto poggiare la propaganda su altre argomentazioni e su nuove figure capaci di riappropriarsi del testimone della comunicazione sul rischio.
Alla figura dello scienziato si affianca così da supporto quella del rappresentante istituzionale e dell’esperto di bioetica.
CropLife chiede, infatti, il pieno coinvolgimento di tali soggetti affinché confermino in prima persona la sicurezza e i benefici del prodotto industriale sulla base dei nuovi valori, etici e sociali, e colmino le distanze tra mondo scientifico e industriale, da una parte, ed il pubblico, dall’altra. Al pari dei ricercatori nel dibattito scienza-società essi vengono accreditati quali soggetti super partes “autorevoli e indipendenti”, garanti di un uso responsabile dell’innovazione tecnologica.
Quindi, sulla base della sound science, viene messa in atto quella che è stata definita la “strategia della tutela”: esperti e autorità pubbliche, incaricati della gestione della sicurezza, operano in sinergia per affrontare l’allarme dell’opinione pubblica e trasformare le preoccupazioni dei cittadini in fiducia verso il sistema di approvazione e valutazione dei rischi dei prodotti tecnologici[7]. Nel gioco delle parti l’industria si trova protetta da questo apparato normativo basato sulla scienza, di cui lei stessa ha stabilito priorità ed obiettivi. Un apparato in cui i settori scientifico, industriale e istituzionale, corresponsabili rispetto all’assunzione del rischio, legittimano l’uno l’operato dell’altro: l’industria trova un alleato fedele nella scienza, questa giustifica le scelte politiche, le istituzioni pubbliche garantiscono il controllo delle procedure scientifiche. Ad esempio in Europa sono le autorità politiche a decidere le autorizzazioni (Commissione europea, Stati membri, Consiglio Ue) per l’introduzione di alimenti e sementi geneticamente modificate, previa consultazione con enti scientifici che danno “il via libera” ai nuovi prodotti. Le aziende presentano i loro dossier, gli esperti valutano se il rischio è accettabile e i burocrati europei danno l’approvazione finale.
La strategia, tuttavia, non finisce qui.
I rappresentanti delle aziende (tra cui CropLife) sviluppano direttamente programmi di formazione e di educazione per trasferire il contenuto scientifico al sistema media e al sistema scuola. In questo caso si tratta di colmare il vuoto esistente tra scienza e società nel campo dell’alimentazione e della salute e quindi trasferire i dati della ricerca in informazione utile per gli opinion leader ed i consumatori. Ogni volta che la società si organizza per confrontarsi sull’adozione delle nuove tecnologie le industrie mettono in moto i loro gruppi no-profit per manipolare il dibattito, fornendo informazioni “neutrali” a giornalisti, esperti, scienziati, educatori, funzionari governativi e consumatori. Tali gruppi organizzano sondaggi e mirano ad indirizzare le tendenze dei consumatori riproponendo le ben note enunciazioni sui meriti della nuova tecnologia: maggiore produttività, piante protette dalle malattie e dagli insetti che richiedono meno pesticidi, alimenti più nutrienti (Box 5).


Nella guerra per il consenso, quindi, l’industria supporta la partecipazione al dibattito di voci differenziate (scienziati, rappresentanti istituzionali, no-profit) per creare la percezione di un pensiero unanime e condiviso sull’opportunità di accettare i rischi insiti nelle proprie tecnologie (Box 6).

Alla base della manipolazione c’è un principio elementare: un’idea continuamente riproposta assurge a verità oggettiva. Al cittadino viene fatto credere di essere parte di un meccanismo democratico di partecipazione e che qualsiasi decisione è presa nei suoi interessi.
[1] I programmi di stewardship riguardano la gestione dei pesticidi (il Safe Use e l’Integrated Pest Management), la gestione dei contenitori (Container Management Program) e la rimozione dei rifiuti obsoleti (Africa Stockpiles Programme)
[2] Nel 1998, l’industria agrochimica e biotecnologica ha investito nel settore R&S 3 miliardi di dollari, equivalenti al 10% dei profitti annuali, secondo i dati riportati nel Position Paper “Precautionary approach”, del marzo 2000
[3] Nei test condotti da Pusztai e dalla équipe di Urbino sono emerse anomalie significative agli organi delle cavie alimentate con Ogm. È emblematico che entrambi non abbiano potuto più proseguire le loro ricerche! Il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca italiano ha cessato il finanziamento con la motivazione che “non vi sono evidenze in letteratura di possibili danni alla salute di uomini o animali alimentati con Ogm”; mentre l’istituto di ricerca scozzese ha licenziato Pusztai
[4] La decisione in merito all’introduzione del Mon 863 sul mercato europeo è rimandata a novembre 2005. L’Inghilterra, nonostante lo scandalo, ha dato parere positivo. In realtà il caso Mon 863 è scoppiato in Francia già nel 2004. Poiché l’organizzazione ambientalista Comité de Recherche et d’Information Indépendentes sur le Géenie Génétique (Crii-Gen) aveva reso note le conclusioni dello studio fatto dalla Monsanto l'agenzia francese per la sicurezza sanitaria degli alimenti chiese ad una commissione scientifica nazionale (Cgb) di occuparsi della questione. Questa prima ammise che lo studio Monsanto evidenziava “significative differenze” tra i ratti alimentati con mais tradizionale e quelli alimentati con il Mon 863, ma un anno dopo fece marcia indietro (http://www.greenplanet.net/Articolo9619.html)
[5] Frac (Fungicide Resistance Action Committee), Rrac (Rodenticide Resistance Action Committee), Irac (Insecticide Resistance Action Committee), Hrac (Herbicide Resistance Action Committee)
[6] “Europeans, science and technology”, Eurobarometer 55.2, dicembre 2001. Secondo le rilevazioni di Eurobarometro i medici e gli scienziati sono le categorie a cui gli europei attribuiscono il massimo grado di fiducia. Tuttavia, rispetto alle questioni più specifiche, quali le biotecnologie applicate al settore agroalimentare, le valutazioni dei cittadini si fanno più critiche, se non di aperta opposizione verso la scienza
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