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Mai dire Mais

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2.3 La nuova identità della federazione: sostenibilità e responsabilità

 

L’essere affidabili, trasparenti, seguire codici di condotta internazionali, sono i valori che l’industria “dal nuovo volto” esprime per qualificare i propri prodotti e legittimarsi di fronte alla critica sociale. Il mondo della crop protection esplicita in maniera formale l’impegno a rispettare il pianeta e  la salute dei suoi abitanti aderendo ai principi internazionali della Corporate Social Responsability (Csr; Box 1).

In particolare, CropLife assume come modello di Csr quello delineato dalle multinazionali del petrolio, che da tempo cercavano di ridefinire il proprio ruolo all’interno della società e di trasformare la critica sociale in uno strumento di vantaggio finanziario.

CropLife riconosce, infatti, nella Royal Dutch Shell “il migliore esempio di reazione all’ondata di critica pubblica, un punto di riferimento per le altre corporazioni che lottano contro il risentimento all’estero e le proteste nel proprio paese” (Box 2).  Non deve apparire fuori luogo che CropLife, e quindi l’industria delle scienze delle piante, scelga di avere quale modello di riferimento per la responsabilità etica un’industria petrolifera.

Casella di testo: Box 1
Responsabilità Sociale delle Imprese 
Esistono delle differenze nell’interpretazione del significato della Csr, che risentono della cultura dei diversi paesi e del loro modello di benessere. Negli Stati Uniti, ad esempio, il termine Csr è collegato con la filantropia, in quanto le imprese donano parte dei profitti per scopi caritatevoli. Nel modello europeo, anche se gli investimenti a favore della comunità sono effettuati secondo parametri di opportunità commerciale, il profitto non viene considerato l’unica ragione d’essere delle imprese. L’Unione delle confederazioni industriali d’Europa (Unice), infatti, ha rilevato che le imprese europee, poiché si sentono parte integrante della società, rivolgono una maggiore attenzione alle conseguenze delle attività produttive.
Il modello europeo è ritenuto migliore rispetto a quello americano perché la responsabilità sociale si rivela efficace quando è parte del processo di sviluppo e serve a migliorare la competitività di una società, tende invece a scomparire quando rimane un elemento periferico, filantropico, del processo di business. Da un punto di vista storico, per le aziende a conduzione familiare era la norma mantenere una condotta morale nella propria attività, condotta che diventava spesso anche il tratto distintivo dell’azienda e una forma di garanzia del prodotto. Con la scomparsa del proprietario unico e l’apertura ad investitori ed azionisti di diversa estrazione, impegnati su mercati esteri, i cui esiti sono condizionati dalle valutazioni della borsa, si è modificata anche la natura della Csr, che risulta condizionata dalla forza, e quindi dagli interessi, degli azionisti di maggioranza.

 

 

 

 

 

 

 

I membri di CropLife condividono con le multinazionali del petrolio interessi specifici: i giganti dell’oro nero costituiscono spesso gli azionisti di maggioranza delle aziende chimiche e biotech.

La Shell Oil, ad esempio, sta investendo molto in società delle scienze della vita, mentre la Kuwait Petroleum è la principale azionista dell’Aventis (oggi di proprietà della Bayer) con un pacchetto corrispondente al 13,5%.

Inoltre, entrambi i settori sono stati oggetto di critica per il forte potere inquinante dei loro prodotti, e attualmente stanno affrontando la sfida per la riconquista della fiducia e della legittimità.

Casella di testo: Box 2
La Shell e la responsabilità sociale
Nel 1995 la compagnia petrolifera Shell aveva subito significative perdite sui mercati finanziari dell’Europa centrale (circa il 30%) in seguito ad una campagna di boicottaggio da parte dei consumatori, che protestavano contro la decisione di scaricare nel Mare del Nord 4.000 tonnellate di rifiuti petroliferi contaminati provenienti dalla petroliera Brent Spar. Greenpeace aveva occupato la piattaforma impedendo che il liquido fosse versato in mare e causasse danni incalcolabili. Le conseguenti proteste anche in altri paesi europei spinsero la Shell a rivedere le sue decisioni. Il suo presidente, Philip Watts, fece tesoro della vicenda e diede inizio nel 1998 ad una interazione più efficiente con il mondo ambientalista, ponendo definitivamente degli standard nell’industria del petrolio attraverso la sua “Struttura di gestione dello sviluppo sostenibile”.
I principi enunciati riflettevano l’impegno della multinazionale a rispettare i diritti umani, l’ambiente e la sicurezza sul lavoro, in generale l’intenzione di conformarsi ai più alti livelli di integrità nel mondo del business. In realtà, la responsabilità professata dall’industria petrolifera è solo apparente: la maggioranza degli osservatori critici ha evidenziato che le cose non sono molto migliorate rispetto al passato perché la Shell applica dei criteri di valutazione standard che non tengono conto della variabilità delle situazioni in esame. Inoltre, la consultazione con gli shareholders (azionisti) influenza significativamente le politiche della società.
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per CropLife la Csr è un’etichetta che  rappresenta “l’impegno verso la sostenibilità, l’ambiente, gli standard lavorativi, e il coinvolgimento dell’industria nell’impatto che le sue attività hanno sulla società”[1]. Responsabilità e sostenibilità vengono utilizzate come sinonimi e concorrono a definire l’identità aziendale: essere responsabili significa innanzi tutto che le attività produttive sono almeno formalmente orientate al rispetto di parametri di sostenibilità ambientale e sociale. La stessa Shell, in una relazione, indica quali elementi fondanti della Csr il profitto economico, l’impatto ambientale e quello sociale (people, planet, profit), che corrispondono di fatto ai pilastri su cui si basa lo sviluppo sostenibile: la crescita economica, la riduzione della povertà e la tutela degli ecosistemi[2].

Questi parametri, però, formulati con il contributo determinante delle aziende, mancano di un controllo e di un monitoraggio esterni e indipendenti che li rendano efficaci[3]. Potremmo dire che essi, creati per semplificare e standardizzare le procedure di approvazione dei prodotti e per favorire un commercio su scala globale, costituiscono la conclusione di un percorso che ha le sue radici nella conferenza di Rio nel 1992 e il suo culmine nel Summit sullo Sviluppo Sostenibile tenuto a Johannesburg 10 anni dopo (Box 3). Un arco di tempo che è servito alle multinazionali per riproporsi sul mercato con una veste ecologica e responsabile.

In particolare, per l’industria agrochimica sostenibilità, responsabilità ed ecoefficienza si sono tradotte nell’opportunità concreta di rilancio dei prodotti industriali e della tecnologia genetica soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove le maggiori aziende stanno dirigendo i propri investimenti per il libero mercato globale. Paesi in cui le organizzazioni non governative avevano contestato le norme sulla proprietà intellettuale e denunciato i rischi legati all’uso incontrollato dei pesticidi e alla introduzione degli Ogm.

Casella di testo: Box 3
Da Rio a Johannesburg
In occasione del Summit di Rio venne creato il Consiglio del Commercio per lo Sviluppo Sostenibile (Bcsd) al fine di coinvolgere il settore privato nei problemi dello sviluppo e dell’ambiente ed influenzare i negoziati di Rio. Integrando nel business modelli di ecoefficienza  e di responsabilità sociale, i leader promettevano di contribuire alla protezione dell’ambiente e alla crescita economica. Infatti, i costi dell’inquinamento e dell’efficienza energetica vennero inglobati nella produzione in una strategia di razionalizzazione a lungo termine. Ottenevano in cambio la libertà di operare e di non vedersi applicato il principio del “chi inquina paga” sostenuto a Rio dai gruppi critici. Le imprese, allettate dalle prospettive future del nuovo corso, trasformarono il vecchio ente nel Consiglio Mondiale delle Aziende per lo Sviluppo Sostenibile (Wbcsd), perché potesse essere attivo in vista dell’incontro di Johannesburg. Il Consiglio, che ha sede a Ginevra e i cui dirigenti sono, oltre al fondatore, il presidente della DuPont, Chad Holliday, e l’amministratore delegato della Shell, Philip Watts, oggi comprende 170 industrie internazionali, tra cui i membri permanenti di CropLife, una rete regionale per lo più collocata nei paesi in via di sviluppo (l’originario Bcsd), ed opera in stretta sinergia con la Camera di Commercio Internazionale.
 
 

 

 

 

 

 

 

 

Lo spettro dell’adozione di misure di monitoraggio da parte delle autorità ha così spinto le imprese a presentare in maniera più accattivante i prodotti chimici e transgenici e ad impegnarsi con gli stessi governi per contribuire a ridurre il danno ambientale, specie nel settore dell’energia e dell’agricoltura.

Nei report aziendali sulla responsabilità delle imprese il linguaggio propagandistico accentua le supposte proprietà curative dei prodotti agrochimici. Così i pesticidi vengono inclusi nella categoria dei farmaci e definiti “strumenti di cura indispensabili per tutelare le colture e preservare la salubrità degli alimenti” e “l’equivalente, in termini di ausilio colturale, delle medicine che i medici utilizzano per tutelare la nostra salute”[4].

Leggiamo, inoltre, che i progetti di conservation technologies, ossia di tecnologie conservative per l’agricoltura sostenibile, che CropLife realizza nel Sud del mondo, rappresentano “un approccio olistico per valutare i benefici e i potenziali effetti negativi delle tecnologie di conservazione” ed hanno come obiettivo dichiarato quello di “suscitare consenso su opzioni vincenti che contribuiscono all’agricoltura sostenibile”.

I prodotti, immutati nella sostanza, sul piano della comunicazione diventano strumenti indispensabili per garantire la produzione di cibo abbondante per una popolazione mondiale in costante crescita oltre che sicuri sotto l’aspetto ecologico.

Infatti, per ridurre l’impiego dell’acqua nelle attività agricole e limitare l’erosione del suolo, la federazione propone un maggiore utilizzo di erbicidi ad ampio spettro[5] e, sul piano della ricerca, lo sviluppo di nuove varietà geneticamente modificate “che richiedano meno acqua o che utilizzino l’acqua in maniera più efficiente”, come le linee di mais e soia resistenti alla siccità che la Monsanto sta sperimentando[6].

Per la coltivazione del riso, che in Asia necessita del 90% dell’acqua destinata a scopo agricolo, CropLife propone riso pre-germinato che permette di utilizzare la tecnica del direct seeding (coltivazione che non richiede l’inondazione dei campi), il cui successo è garantito dall’uso dell’erbicida della Bayer CropScience o di quello della Basf.

La federazione, in un’ottica conforme agli interessi dell’industria di crop protection, si esprime, quindi, con una terminologia che storicamente ha caratterizzato l’agricoltura ecologicamente orientata (“approccio olistico”, “conservazione delle risorse”), mentre in concreto tutela la produzione delle sostanze chimiche per l’agricoltura, promuove l’adozione delle biotecnologie e diffonde le proprie procedure di valutazione di impatto ambientale.

Oltre che sul piano del registro comunicativo, Croplife definisce il profilo di responsabilità sociale delle industrie agrochimiche promuovendo la loro adesione ai programmi di agricoltura sostenibile promossi dagli organismi internazionali. Ad esempio il programma Fao per la gestione integrata dei parassiti nei campi coltivati, l’Integrated Pest Management (Ipm), viene appoggiato da CropLife ma ne viene snaturata l’intenzione originaria: ridurre l’uso e l’impatto dei pesticidi (Box 4).

L’ampia flessibilità del programma consente, infatti, alla federazione di aderire ai suoi principi senza rinunciare a promuovere un modello di sviluppo agricolo basato sugli input chimici e sulla biotecnologia (che viene descritta come equivalente degli altri sistemi di controllo delle patologie). In questo modo viene invalidato anche l’impegno degli organismi di ricerca agricola internazionali a ricercare e applicare mezzi alternativi all’agrochimica.  

Casella di testo: Box 4
Integrated Pest Management
L’Ipm è un gruppo di linee guida per la gestione sicura ed ecologica dei prodotti chimici lungo il loro ciclo vitale. Fu approvato nel 1992 durante la conferenza di Rio e attualmente fa parte del Codice di Condotta elaborato dalla Fao per la distribuzione e l’utilizzo dei pesticidi in agricoltura (“International Code of Conduct on the Distribution and Use of Pesticides”). Viene descritto come un sistema che considera attentamente “tutte le tecniche disponibili di controllo degli agenti infestanti e un’integrazione successiva delle misure atte a scoraggiare lo sviluppo dei parassiti, garantendo la convenienza economica nell’uso dei pesticidi e di altri interventi e riducendo o minimizzando i rischi per la salute umana e per l’ambiente”. L’adesione all’Ipm per i membri di CropLife è obbligatoria dal 1997. La federazione può così partecipare attivamente al processo di revisione del testo e ai workshop organizzati dalla Fao in America Latina e in Asia (“Position Paper” di CropLife International, 1 marzo 2001, “Integrated Pest Management”).

 

  

 

 

 

 


[3]Un’indagine dell’Environment Canada per il periodo 1983-1998 ha scoperto che fare affidamento solo sull’impegno volontario si rivela inefficace anche se si vogliono ottenere risultati marginalmente accettabili (www.iisd.org/business)

[6] Nel rapporto Monsanto del 1997 il Roundup Ready, il suo erbicida più venduto, è definito “strumento per ridurre al minimo l’aratura e limitare l’erosione del suolo”

 

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