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Mai dire Mais

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1.5 Interfaccia tra società e industrie

CropLife si definisce una federazione che ha un ruolo di rappresentanza presso tutte le istituzioni nazionali e internazionali, il maggiore canale di comunicazione tra l’industria e la società e l’elemento di tramite tra tutti i settori della filiera alimentare, dalla produzione di input agricoli al commercio del prodotto finito su scala globale.

Pur se è chiaro che i membri permanenti sono le maggiori corporation agro-chimiche rimane meno evidente il tipo di rapporto tra CropLife e la società. In breve: perché le industrie hanno bisogno di CropLife per “comunicare” con le istituzioni, con i consumatori e con gli agricoltori?

Nel precedente Rapporto Colco sull’Osservatorio di Pavia abbiamo denunciato il fatto che il committente della ricerca non era una semplice Ong, come dichiarato nei documenti ufficiali, ma una portavoce di interessi privati aziendali. Ci sembrava importante che il lettore fosse consapevole del diretto rapporto tra il finanziatore della ricerca e le conclusioni a cui la ricerca era pervenuta e avevamo sostenuto, in base a questa esperienza, la necessità di verificare sempre la natura dell’interlocutore, ossia chi sta parlando e per conto di chi.

Analizzando la natura delle affermazioni divulgate da CropLife e soffermandoci su quegli organismi che la federazione indica come autorevoli centri di ricerca scientifica o di elaborazione dei dati, ci siamo rese conto di trovarci di fronte a  “replicanti” di CropLife che propongono gli stessi contenuti e lo stesso modello di comunicazione con il pubblico[1].

Quindi, più fonti emettono il medesimo messaggio e si attribuiscono una presunta obiettività scientifica, nonostante l’evidente relazione con le industrie agro-biotecnologiche che appaiono come loro membri o “donatori”. 

E’ apparso chiaro, a questo punto, che non bastava più togliere la “maschera” ai singoli soggetti ma che, invece, dovevamo spiegare l’intima natura della relazione che si instaura tra la società e le organizzazioni che diffondono il corpus delle conoscenze sulle biotecnologie per conto delle industrie.

A tal fine siamo ricorse all’utilizzo di un modello concettuale, l’interfaccia, che per definizione è un elemento di tramite tra due diversi sistemi (nel nostro caso società e industrie) ed ha la funzione di veicolare informazione e di creare un terreno comune tra i due sistemi.

Applicando tale modello al “caso” CropLife ne è scaturita la “diagnosi” di un processo più generale che ci coinvolge quotidianamente e che esemplifica il modo in cui le strutture di potere influenzano la nostra economia, la nostra politica e la nostra cultura.

La federazione CropLife viene considerata “elemento di tramite” e di mediazione, un’interfaccia appunto, tra le industrie chimico-biotecnologiche e la società.

 

 

Lo schema dell’interfaccia, proprio grazie alla sua circolarità, ci permette di dar conto delle relazioni continue tra l’industria, i suoi soggetti di rappresentanza e la società.

L’associazione CropLife, infatti, riceve dalle multinazionali i finanziamenti per le sue attività, il supporto di personale specializzato e dirigenziale, le linee guida per svolgere la propria mission (a).

In cambio le multinazionali, grazie all’uso della “maschera” CropLife, godono della possibilità di agire e di comunicare i propri contenuti in maniera credibile e di mantenere un rapporto privilegiato con istituzioni, opinione pubblica, media e mondo scientifico (d).

CropLife, inoltre, elabora e trasmette all’esterno un’immagine di se stessa e dell’industria non condizionate esclusivamente da interessi commerciali ma legate a valori universalmente condivisi e quindi rispondenti alle richieste sociali. In questo ruolo la federazione diventa un soggetto di rappresentanza di interessi diffusi legittimato a fornire informazioni scientifiche, educare l’opinione pubblica e interagire con le istituzioni (b).

L’azione o la reazione della società non è uniforme ma varia a seconda della natura degli interessi dei soggetti (c).

Nel nostro caso si tratta del consumatore e dell’agricoltore ossia di chi sta a valle e a monte nell’utilizzo del prodotto industriale, e comprende anche tutta quella fascia intermedia che partecipa alla filiera alimentare, sia a livello produttivo (industria di trasformazione, distribuzione, sementiera ecc.) sia nella valutazione della sicurezza (strutture scientifiche pubbliche e private), sia nella regolamentazione legislativa, sia infine nella elaborazione e diffusione delle informazioni (media, organizzazioni non governative). 

Il ruolo della federazione è quello di creare un terreno comune tra questi soggetti e le  industrie, in modo che le ragioni di un potenziale conflitto si sviliscano e venga  favorita la  legittimazione della posizione industriale.

Sul tema delle biotecnologie, ad esempio, il rapporto conflittuale tra le industrie, che vogliono ricavarne profitti, e una ampia fascia sociale, che ne evidenzia le problematiche sanitarie ed ambientali, ha reso necessario il potenziamento delle strutture di intermediazione, quale CropLife. L’organizzazione ha il compito di ricucire la frattura del patto di fiducia produttore-consumatore, necessario ai produttori per rimanere competitivi sul mercato.

L’interazione industria-CropLife-società è proficua anche nel caso di scontro o di  contestazione: se la società rifiuta inizialmente l’input di CropLife, questa rivede la propria strategia insieme ai propri membri in un processo continuo di trasformazione e di cambiamento fino ad ottenere il riconoscimento desiderato.

E’ interessante evidenziare come questo percorso ha condizionato, nel tempo, la stessa costruzione dell’identità da parte delle industrie e della federazione.

Infatti il gruppo internazionale di industrie agrochimiche (Gifap) nel ’96 si è riproposto con la denominazione “Federazione Globale di Protezione delle Piante” (Gcpf) e nel 2001 ha assunto il nome CropLife proprio per reagire alla protesta sociale rispetto all’impatto negativo dei prodotti industriali.

La soluzione è andata nel senso di connettere l’identità delle industrie all’idea di una produzione che si allontana progressivamente dalla chimica.

Il nome CropLife, infatti, “evoca associazioni positive con la vita e la salute[2] e “riflette un cambiamento nell’identità delle industrie” tale da condurre ad una totale accettazione delle loro attività produttive nel settore alimentare[3].

Le stesse industrie sono passate dall’iniziale denominazione “agrochemicals manufacturers” (dove il riferimento alla chimica è diretto), alla “crop protection industries” (dove il ruolo delle industrie è quello protettivo) e infine alla “plant science industries” (dove l’approccio scientifico dovrebbe rassicurare sugli obiettivi e sui metodi industriali).

Utilizzando lo schema dell’interfaccia abbiamo cercato di capire, nella seconda parte del lavoro, anche quali conseguenze si hanno nel sistema “società” quando si consolida l’azione di CropLife, ossia quando si esplica in generale una relazione con un gruppo portatore di interessi industriali.


 

[1] Solo per citarne alcuni: il National Center for Food and Agricultural Policy, la International Fertilizer Industry Association, la Biotechnology Industry Organization e il Council for Biotechnology Information

 

[2] www.croplife.org

[3] www.croplife.org

 

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