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Mai dire Mais

 

INVENDUTI I RACCOLTI MANIPOLATI GENETICAMENTE

Una pioggia di disdette sugli ordinativi di mais e soia prodotti negli Stati Uniti hanno avuto l'effetto di un cataclisma per l'economia agricola d'Oltre Atlantico.

Dall'Europa, ma anche dal Giappone e dall'America Latina, l'imperativo dei grandi importatori di materie prime alimentari è ormai quello di escludere l'acquisto di derrate geneticamente manipolate, che le industrie dell'agro-alimentare non vogliono introdurre nella propria filiera produttiva e che i consumatori non vogliono che entrino a far parte della propria dieta.

La grande compagnia di import-export di materie prime alimentari dell'Illinois "Archer Daniels Midland" ha perciò formalmente comunicato ai produttori agricoli statunitensi che "la richiesta di prodotti tradizionali sta aumentando all'estero e anche sul mercato interno". Proprio così, anche i consumatori statunitensi iniziano a manifestare segni di sfiducia verso i cibi geneticamente manipolati. "Abbiamo creduto nelle sementi biotec in buona fede, ritenendole sane e remunerative.

Ma i fatti ci dicono che mentre le previsioni stimavano un aumento delle vendite del 20% -ammette Gary Goldberg, direttore dell'Associazione americana dei coltivatori di mais- avremo invece una contrazione delle vendite del 20-25%". Il crollo nelle vendite dei prodotti agricoli geneticamente manipolati è stato accolto dalle principali piazze finanziarie del pianeta con un generale deprezzamento dei titoli azionari delle industrie biotec.

Alla borsa di New York lo scotto maggiore è stato pagato dalla multinazionale Monsanto che, in tredici mesi, ha dimezzato il valore del proprio titolo. Nei riti della democrazia economica, il verdetto delle borse internazionali non lascia scampo: il sempre più convinto rifiuto dei consumatori europei verso la proposta di una alimentazione geneticamente manipolata sta sin qui prevalendo nel braccio di ferro che li oppone alle multinazionali del settore.

Deutsche Bank, uno dei colossi mondiali del credito, aveva da tempo previsto la tempesta che si stava abbattendo sui titoli dell'industria biotecnologica.

Già nel rapporto di giugno ‘99 gli analisti di Deutsche Bank consigliavano i propri investitori di vendere le azioni in portafoglio del colosso sementiero statunitense Pioneer Hi Bread. Le motivazioni contenute nel rapporto suonavano eloquenti: "Oggi il termine Organismi Geneticamente Manipolati è un peso. A nostro avviso gli Ogm una volta ritenuti l'evento trainante nei rialzi in borsa per il settore verranno ora visti come paria. Gli Ogm stanno diventando in modo crescente un peso per gli agricoltori.

Si potrebbe sviluppare un mercato cerealicolo a due corsie dove i prodotti "migliorati" geneticamente si venderanno sotto prezzo rispetto a quelli non manipolati. Questo, in effetti, sta già accadendo per le industrie alimentari europee".

Gli analisti tedeschi ricordavano inoltre che " (...) dozzine di prodotti biotecnologici sono stati approvati nel mondo.

Di chi sarà la responsabilità se il polline Ogm ibridizzerà un raccolto non modificato geneticamente?

Se piantiamo un cereale Ogm ed il polline si propaga nel campo confinante coltivato con piante naturali, rendendo il prodotto positivo ai test per gli Ogm, il nostro vicino citerà in giudizio noi? La compagnia sementiera? Immaginate il pasticcio legale che ne potrebbe derivare se gli Ogm fossero valutati come una rovina".

Nelle analisi di Deutsche Bank emerge chiaramente quali enormi ripercussioni sulle strategie delle multinazionali biotec abbiano provocato le battaglie sinora intraprese dall'arcipelago ambientalista e dai movimenti dei consumatori europei.

Deutsche Bank sembra ammettere che il temporaneo prevalere di Davide sul colosso Golia, abbia di fatto stravolto le teorie finanziarie e le previsioni economiche che ritenevano un buon affare l'investimento nel settore degli alimenti geneticamente manipolati.

E' in questo senso emblematica la conclusione che traggono gli analisti tedeschi: (...) il modo in cui abbiamo imparato a visualizzare la catena del valore nel caso dei prodotti biotecnologici va rivoltato da cima a fondo. In teoria (e in pratica da diversi anni), le compagnie sementiere possono vendere i loro prodotti geneticamente modificati con un certo ricavo ai coltivatori, e tutto questo perché c'è un valore ricavo per il destinatario finale.

La resistenza delle industrie alimentari ed anche cerealicole ha reso nullo il concetto che i destinatari finali debbano avere un ricavo per gli alimenti geneticamente modificati.

Questa mancanza di valore risalirà la catena del valore a ritroso in forma di ricavi ridotti a zero".

Ergo, la resistenza dei cittadini-consumatori all'acquisto degli alimenti geneticamente manipolati ha ridotto a zero il loro margine di profitto.

Anche sul piano economico l'unico consiglio che le industrie del biotec farebbero bene ad ascoltare, è quello di chiudere con produzioni per nulla affidabili e nient'affatto remunerative.