NON SIAMO CAVIE DA LABORATORIO
Il solco che divide gli Stati Uniti dall'Europa in tema di alimenti geneticamente manipolati è in primo luogo culturale. Il principio di "massima precauzione" che esprime l'Europa comunitaria è notoriamente incompatibile con il principio del "rischio accettabile" praticato negli USA che, in buona sostanza, propone la commercializzazione degli organismi geneticamente modificati sin tanto che non verrà dimostrata la loro eventuale pericolosità. In questo quadro di concreta incomunicabilità noi tutti siamo costretti in una condizione di perdurante incertezza: tempestati come siamo dalle rassicurazioni interessate delle Multinazionali statunitensi, che premono perché i prodotti modificati geneticamente vengano comunque commercializzati e in nulla tutelati dalle Autorità pubbliche di controllo che, in Europa, stentano a sviluppare ricerca scientifica al fine di stabilire l'entità dei rischi dell'alimentazione transgenica.
Dopo questa doverosa premessa vorrei evidenziare come occuparsi di OGM nel settore agroalimentare porti inevitabilmente ad interessarsi anche di quello zootecnico e in particolare dell'allevamento di animali da reddito, nel quale il consumo di foraggi transgenici è già iniziato da tempo.
Quando noi consumiamo una "fettina" vorremmo essere sicuri che sia sana, non solo perché non portatrice di malattie in atto, ma anche perché non ha subito alcun tipo di aggressione chimica esterna vuoi mediante somministrazione di antibiotici, consumo di foraggi con erbe modificate geneticamente o alimentazioni sotto forma di farine animali.
Introdurre nel nostro organismo un alimento che ha subito una modificazione genetica, ad esempio, per resistere all'aggressione di taluni parassiti o per tollerare maggiori quantità di pesticidi, potrebbe essere alla base di una diffusione di manifestazioni allergiche e di resistenze agli antibiotici, grazie al loro consumo diretto (frutta e verdura) o indiretto, attraverso il consumo di carni di animali nutriti con foraggio geneticamente manipolato.
Negli ultimi anni abbiamo tutti noi potuto constatare quanto sia sempre più difficile curare un raffreddore, una tosse fastidiosa, un mal di pancia.
Tutto ciò, perché si è fatto un uso ingiustificato ed eccessivo dei farmaci, perché la qualità dei prodotti che consumiamo è scaduta per un'eccessivo ricorso alla chimica negli allevamenti e nelle coltivazioni, perché la qualità della nostra aria è sempre peggiore grazie a nuovi temibilissimi aggressori e la nostra vita è sempre più caotica e stressante.
In questo ambito si ascrive anche la resistenza agli antibiotici ed il suo drammatico incremento negli ultimi anni. Le cause "ufficiali" del fenomeno vengono ricondotte all'automedicazione e all'iperprescizione dei medici di famiglia, all'uso improprio o scorretto dell'antibiotico, ma noi sappiamo che c'è qualcosa di più.
L'antibiotico può alterare la flora batterica intestinale, provocando stati di avitaminosi ed "indebolimento" del sistema immunitario, per cui risulteremmo tutti più aggredibili da virus e batteri.
Ma l'antibiotico lo possiamo assumere anche indirettamente con il consumo di animali trattati allo scopo di aumentare la produzione: fra le reazioni indesiderate nell'organismo del consumatore vi è senz'altro la resistenza agli antibiotici.
Alcuni degli antibiotici utilizzati oggigiorno sono prodotti con metodiche di ingegneria genetica, che li dota di una qualche proteina che funzioni come loro vettore o trasportatore nell'organismo, o come marcatore dell'avvenuto trapianto di geni o della loro attività battericida.
Ricordo però che la proteina viene sintetizzata a partire da un virus, organismo assai più semplice del batterio, e a volte questo virus può appartenere alla categoria dei retrovirus di cui fa parte anche il virus dell'HIV responsabile dell' A.I.D.S.
Ancora, geni resistenti agli antibiotici vengono posti in piante geneticamente modificate, per verificarne la reale resistenza.
Alcuni anni or sono in Francia si verificò un caso legato alla produzione di un mais transgenico in cui era stato introdotto un gene "marcatore" resistente all'ampicillina, un comune antibiotico di largo impiego per affezioni a carico ad esempio dell'apparato respiratorio.
Dell'esperimento non se ne fece nulla per gli alti costi che comportava l'eliminazione del marcatore.
Nessun "residuo" batterico o virale deve rimanere dopo la produzione della proteina-vettore, questo è quanto ci viene garantito.
Ma chi controlla che sia proprio così e ancora quanti laboratori pubblici sono in grado di effettuare verifiche sulla purezza assoluta del prodotto biotecnologico?
Il recente caso dello Stafilococco Aureo denominato "VISA" resistente a tutti gli antibiotici conosciuti, compresa la potentissima vancomicina che è stato possibile controllare grazie ad un cocktail di antibiotici, ci fa comprendere che la guerra verso le nuove infezioni non si può combattere solo a colpi di nuovi e costosissimi antibiotici.
La velocità di mutazione genetica dei virus e anche dei batteri e quindi di resistenza ai farmaci è nettamente superiore alle possibilità che la tecnologia umana è in grado di realizzare. VISA è il frutto di una mutazione/resistenza spontanea o il frutto di ingegnerizzazioni di farmaci antibiotici con conseguenti resistenze farmacologiche superiori alle aspettative naturali? O ancora la conseguenza del consumo di carni trattate con antibiotici e consumate da ignari cittadini?
Vorrei ora soffermarmi sul problema sempre più consistente delle allergie da causa non identificata, verso le quali si ipotizza, e anche qualcosa di più, una causa legata ad alterazioni della flora intestinale da uso improprio ed eccessivo di antibiotici, o da consumo di cibi manipolati geneticamente.
Diverse proteine utilizzate per introdurre modificazioni genetiche in prodotti alimentari, come ad esempio la soia, possono produrre reazioni allergiche.
Può infatti capitare, nei processi di ingegneria genetica, che venga introdotto in un organismo vegetale un gene proveniente da specie completamente
diverse (ad esempio il gene di uno scorpione nel grano) in grado di scatenare delle reazioni allergiche da mancato riconoscimento del nuovo organismo ricombinante.
L'esempio del gene di noce brasiliana inserito nei semi di soia, che ha scatenato moltissimi casi di allergia, smentisce categoricamente le rassicurazioni fornite dalle aziende multinazionali sul fatto che il trapianto di un singolo gene non sarebbe in grado di provocare una risposta allergica.
Purtroppo gli esempi di situazioni pericolose per la nostra salute, legate a vario modo al consumo di cibi transgenici non finisce qui: vorrei ancora ricordare, il caso della Sindrome Mialgica Eosinofila (SME), causata da un'alterata attività dei globuli bianchi eosinofili che provoca dolori muscolari, irritazioni cutanee e gravi disturbi respiratori e una aggressione ai tessuti dell'ospite.
Si manifestò negli USA nel 1989 provocando un'epidemia con 38 decessi ed oltre 1.500 casi clinici a seguito dell'immissione in commercio di un preparazione a base di L Triptofano, che era stato contaminato da oltre 60 sostanze chimiche, una delle quali responsabile della SME.
Ci sono quindi dei ragionevoli dubbi sul fatto che l'uso di cibi manipolati geneticamente possa indurre modificazioni del metabolismo degli animali o delle persone, con le possibili drammatiche conseguenze che abbiamo descritto. Un approccio precauzionale, all'impiego di OGM è quanto meno necessario per non divenire tutti noi cavie di un esperimento non finito.
Più UNICO CHE RARO
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