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LA DIRETTIVA DELL'EUROVERGOGNA

Il 12 maggio 1998 il Parlamento Europeo ha approvato la controversa Direttiva "Sulla Protezione Giuridica delle Invenzioni Biotecnologiche", che è stata introdotta nell'ordinamento dell'Unione all'unico scopo di permettere l'attribuzione di un valore economico al patrimonio genetico umano, animale e vegetale.

Perché ciò fosse possibile era indispensabile riporre in soffitta il principio secondo il quale il vivente costituisce un valore intrinseco, sostituendo ad esso un impianto giuridico (quello della brevettazione industriale) che attribuisce al vivente un valore d'uso, quindi economico, e in quanto tale, commerciabile, alla pari degli oggetti. Con l'introduzione della brevettabilità genetica l'Europa uniforma il proprio Ordinamento agli standard giuridici da tempo in vigore negli Stati Uniti, Canada e Australia: al gran completo, quindi, per l'Occidente industrializzato il patrimonio genetico del pianeta è acquisibile come proprietà esclusiva di chiunque, industrie o laboratori di ricerca, manipolandolo, se ne impossessa per commercializzarlo.

Abbiamo ripetutamente documentato come ad esempio negli Stati Uniti la brevettabilità costituisca il principale ostacolo alla ricerca in campo genetico che, ancor prima di poterne verificare i contraccolpi anche in Europa, da oltre Atlantico apprendiamo della nascita di un progetto privato di mappatura del DNA. Proprio così, l'Institute for Genome Research e la multinazionale Perkin Elmer hanno fondato una compagnia che tenterà di sequenziare l'intero genoma umano battendo sul tempo il Genome Project, il progetto internazionale non-profit finanziato dalla ricerca pubblica degli stati nazionali. Il motivo della nascente competizione è presto svelato, se si considera che mentre il Genome Project mette immediatamente e gratuitamente a disposizione della comunità scientifica i geni sequenziati, il consorzio privato è intenzionato a pubblicare i suoi dati solo dopo quattro mesi dalla scoperta: il tempo sufficiente per brevettarli.

Siamo agli albori di una nuova Era, che ha individuato nel DNA le materie prime di un nuovo sviluppo industriale e nell'ingegneria genetica la tecnologia idonea ad una più efficace massimizzazione dei profitti.

Ma siamo proprio certi che in cambio di costi ambientali e sanitari inevitabili, l'ingegneria genetica sarà in grado di mantenere la promessa di beneficiare l'umanità con un'era di benessere economico senza precedenti? O piuttosto ciò di cui stiamo parlando è il tentativo di un settore industriale di rispondere alla propria crisi, quella della chimica, provocata dai propri eccessi, e che nelle produzioni dell'ingegneria genetica intravede la possibilità di ribadire una supremazia, ancora una volta, a discapito di settori economici primari come l'agricoltura e la produzione alimentare?