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Mai dire Mais


APPRENDISTI STREGONI

Non lo sapevamo che nella fecondazione artificiale e ancor più nell'ingegneria genetica basta fare piccoli errori, che la natura non farebbe, per generare mostri? Eppure quando parlano, gli scienziati dell'ingegneria genetica non usano la parola "mostri" ma, edulcorando il tutto con il linguaggio poetico della mitologia, parlano di "ermafrodita chimerico". Secondo la descrizione omerica la chimera aveva la testa di leone, il corpo di capra e la coda di dragone. La sorte del neonato per fecondazione artificiale è meno tragica della fantasia greca. Ha semplicemente un corpo metà maschile e metà femminile, dove in quel "semplicemente" c'è il dramma di non essere né maschio né femmina. Questa è la sua sorte in cui precipita il desiderio assurdo di genitori che vogliono ottenere in laboratorio quel che non riescono a ottenere per congiunzione naturale. Ma quando la tecnica smetterà di illudere i desideri umani e, nel gioco delle illusioni, partorire i mostri? Accadde che, inseminando e poi inseminando, con maggior insistenza di quanto un contadino non faccia con la sua terra, hanno infuso nell'utero di una donna un patrimonio genetico doppio: metà cellule maschili e metà femminili. I genetisti perdonino la mia imprecisione linguistica che comunque riproduce il senso della mostruosità fatta essere vivente, quindi senza una storia né maschile né femminile, e senza neppure la possibilità di morte, perché l'etica, ancora incapace di vietare esperimenti di ingegneria genetica, a mostruosità avvenuta, continua, reiterando se stessa, a proclamare la

vita per la vita. Il neonato aveva un solo testicolo, e quando i medici sono andati alla ricerca dell'altro hanno trovato una tuba e un'ovaia. L'hanno tolta e così facendo non hanno risolto il problema, perché che uno sia maschio o uno sia femmina non dipende solo dalla "testimonianza" dei testicoli, ma da quella incertezza biografica che non comporta solo un'indeterminazione circa la meta sessuale, ma una radicale imprecisione di identità e quindi di relazione, e quindi di senso dell'esistenza.

Ma è noto che i problemi psicologici non sono di pertinenza dell'ingegneria genetica. Il compito dei fecondatori artificiali inizia con il desiderio della coppia di avere un figlio. Di chi sia figlio, che patrimonio genetico porti con sé, che tare ereditarie e, in questo caso, che tragedia per il fatto di essere stato voluto non è una faccenda medica, e i medici se ne lavano le mani. Ma quello spazio che esiste tra il desiderio dei genitori e l'intervento tecnico chi lo controlla? Non la tecnica di cui si alimenta la competenza medica, che non capisce nulla dei desideri, limitandosi solo a soddisfarli se sono remunerativi, e neppure l'etica che, di fronte alla tecnica, assume i toni dell'invocazione pat-etica. E allora? E allora siamo nel tema del nostro tempo dove la tecnica, che non ha in vista altro scopo se non il proprio potenziamento, gioca con i desideri umani che le offrono la possibilità di sperimentare, senza obbligarla a interessarsi degli esiti o a sentirsene responsabile. E i desideri umani si affidano alla tecnica, come un tempo a Dio, con la stessa fede e la stessa certezza. Con la differenza che si riteneva che Dio avesse posto nella natura la sua regola invalicabile, mentre la tecnica tenta proprio questo oltrepassamento del limite della natura, della sua saggia impotenza. Si potrebbe qui dire che il principio del dominio della natura è scritto nel primo libro della Bibbia e quindi che la tecnica è figlia della mentalità ebraico-cristiana. Infatti è nata e si è diffusa solo nell'Occidente cristiano. Ma in quest'occasione la sorte di quel bambino che gioca la sua innocenza infantile nell'ignoranza della sua imprecisa, geneticamente imprecisa vita, ci obbliga a capire se il diritto, l'etica, la scienza possono ancora sedersi a un tavolo per decidere il senso e la sorte dell'uomo. O se invece a quel tavolo è già seduto quel convitato di pietra che è la tecnica che per la sorte dell'uomo prova interessi solo marginali, se non addirittura funzionali al suo potenziamento. La tanto vituperata stampa ha il dovere di interrogare la tecnica, per venire a sapere almeno dal convitato di pietra se spericolati giochi di laboratorio che partoriscono "chimere" hanno ancora parentela con l'uomo, con le sue aspirazioni, i suoi desideri, con la forma del suo agire.

(da La Repubblica del 16 gennaio 1998)