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Per
il secondo anno consecutivo la multinazionale Monsanto, che ha a Lodi
la sede della sua filiale italiana, è stata colta a importare
sementi naturali mescolate a sementi modificate geneticamente, la cui
commercializzazione, come è noto, è vietata per legge
in Italia e nell’Unione europea. In questa impresa la grande azienda
americana ha trovato due volenterose compagne, le multinazionali Pioneer
e Syngenta.
Una notazione curiosa: lo scorso anno il carico di sementi indirizzato
alla Monsanto fu scaricato al porto di Genova. Quest’anno, invece,
il carico, come sempre proveniente dagli Stati Uniti, ha fatto il periplo
dell’Italia sbarcando al porto di Trieste, da dove sarebbe stato
indirizzato a Lodi (sic!). Perfino ad uno scolaretto delle elementari
un tale giro apparirebbe un po’ troppo vizioso, oltre che dispendioso.
Ma torniamo al punto. Anche questa volta, il carico incriminato risulta
contaminato da soia Round-up Ready: ben 3.150 quintali, che l’Autorità
sanitaria del porto di Trieste ha sequestrato e sottoposto a vincolo
sanitario nei magazzini di Lodi della Monsanto. Il carico della Pioneer
(4.520 quintali di mais contaminato con Mon810, BT11 e T25) e quello
della Syngenta (3.300 quintali di soia contaminati con soia Round-up
Ready) si trovano invece sotto sequestro nei magazzini portuali rispettivamente
di La Spezia e di Genova.
Come nel 2001, l’associazione Verdi Ambiente e Società
ha deciso di presidiare i magazzini Monsanto di Lodi, questa volta registrando
l’adesione dell’Associazione italiana agricoltura biologica
(AIAB), di Federconsumatori e della Coldiretti. Per la prima volta,
occorre sottolinearlo, si realizza una coesione tra forze di così
diversa origine e cultura. E ciò appare tanto più sorprendente
dal momento che l’argomento OGM, ancora oggi, risulta quasi una
materia per i soli addetti ai lavori. Ma l’aspetto più
importante di questa coalizione tra un’associazione ambientalista,
un’associazione di difesa e promozione dell’agricoltura
biologica, un’organizzazione che tutela i diritti dei consumatori
e la più grande organizzazione italiana che riunisca i coltivatori,
è che le forze sociali da esse rappresentate sono unite nell’opposizione
agli OGM.
La cittadinanza - e per essa le forze sociali che ne rappresentano gli
interessi - attende ora che gli organismi pubblici incaricati prendano
le dovute iniziative, in una situazione che non lascia adito a dubbi:
ci troviamo in presenza di una chiara violazione di più provvedimenti
legislativi. In primo luogo, la commercializzazione di sementi OGM in
Italia e in Europa è vietata in base a una moratoria di fatto,
in vigore a livello comunitario dal giugno 1999; inoltre, per quanto
riguarda il carico di mais della Pioneer, tutte e tre le varietà
OGM importate risultano proibite in base a un decreto del presidente
del Consiglio dei ministri dell’agosto 2000; infine, in Italia
il decreto legislativo 212 del 2001 stabilisce che la soglia di tolleranza
ammessa per la contaminazione da OGM di sementi sia pari a zero.
Ma a chi spetta prendere le dovute iniziative? La situazione è
alquanto complicata. Al ministro per le Politiche agricole e forestali,
on. Alemanno, si deve il decreto legislativo summenzionato, nonché
una chiara presa di posizione contraria a prodotti dei quali non solo
non è stata provata l’innocuità, ma che rappresentano
un controsenso per una agricoltura improntata alla qualità e
alla tipicità. D’altro canto, il ministro per la Salute,
prof. Sirchia, dichiara pubblicamente, a proposito delle sementi, che
“la presenza di OGM in questi prodotti, in particolare per quanto
riguarda un’eventuale definizione di tolleranza, è esclusivamente
un problema di carattere commerciale, che come tale deve essere affrontato
nelle sedi competenti”. Non si può fare a meno di chiedersi
se il ministro, medico di chiara fama, abbia seguito con sufficiente
attenzione, quando era studente, le lezioni di biologia. Perché
sembra non ricordare che i semi sono materia prima dalla quale si ricaverà
materiale commestibile, che dai semi nascono le piante, che le piante
producono polline, che può presentarsi il fenomeno dell’impollinazione
incrociata e qui è bene fermarsi, perché non è
questa la sede per un trattato di botanica. Rimane in sospeso qualche
domanda: visto che per il ministro Sirchia le sementi non sono alimenti,
quale significato egli attribuisce al termine “alimenti”?
Quali sarebbero le sedi competenti in cui affrontare il problema della
presenza nei semi di materiale modificato geneticamente, dal momento
che una circolare della Direzione generale della Sanità pubblica
veterinaria, degli alimenti e della nutrizione - inviata a tutte le
strutture pubbliche di controllo ad essa afferenti - esclude le materie
prime vegetali destinate alla semina dalle proprie competenze? Ci auguriamo
che il ministro Sirchia arrivi ad ammettere, come qualsiasi persona
dotata di senso comune, che le sementi sono anch’esse alimenti.
Nel qual caso il Ministero della Salute dovrà prendere una decisione
meno ambigua in materia di OGM, perché non possiamo correre il
rischio di ritrovarci nel piatto qualcosa che non sappiamo neppure come
è fatto.
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