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Le
cosiddette biotecnologie innovative, cioè le applicazioni dell’ingegneria
genetica, permettono di inserire, modificandoli se necessario, geni
provenienti da una specie in un’altra completamente diversa: per
esempio geni umani in batteri, geni batterici o animali nei vegetali
ecc., producendo piante e animali “transgenici”. Questi
nuovi organismi, non presenti in natura, frutto di un’azione dell’uomo
sul loro DNA, sono anche detti “organismi geneticamente modificati”
o semplicemente OGM.
Di fronte a queste manipolazioni genetiche non si tratta di avere una
posizione preconcetta o ideologica, ma di valutarne rischi e benefici
a livello non solo sanitario, ma anche ambientale, sociale, economico
ecc. È difficile, ad esempio, essere contrari alla produzione
di farmaci o alle terapie geniche, anche se i rischi non sono trascurabili:
già dagli anni ’80 è possibile produrre in laboratorio
insulina umana, mentre la terapia genica può correggere un difetto
ereditario, inserendo un gene non difettoso. L’accettabilità
di queste tecniche dipende non solo dalla possibilità di guarire
malati, ma anche dal fatto che si opera in un ambiente controllato,
evitando di contaminare l’ambiente esterno, nel rispetto di criteri
di prevenzione e di precauzione. Non altrettanto si può dire
per la manipolazione di piante ed animali che, non potendo essere tenuti
in ambienti isolati, vengono sperimentati e utilizzati in campo aperto,
con rischio evidente di trasferimento di nuovi geni in altri organismi,
senza controllo e con pericolo di effetti indesiderati.
In gran parte d’Europa (Italia compresa) le coltivazioni di piante
transgeniche sono ancora sperimentali, senza autorizzazione alla commercializzazione,
ma ne è permessa l’importazione (soprattutto dagli USA),
in particolare di soia e mais, i cui derivati sono presenti in molti
dei prodotti che acquistiamo nei supermercati e nei mangimi usati negli
allevamenti di animali.
L’immissione sul mercato, senza adeguate informazioni e garanzie,
di organismi geneticamente modificati e la richiesta di brevettarli
(come prevede anche una direttiva europea, non ancora recepita dal nostro
Paese), hanno creato una crescente e giustificata preoccupazione nell'opinione
pubblica per le conseguenze ambientali, sanitarie e sociali che potrebbero
derivare da un’incontrollata diffusione di OGM, e per gli interrogativi
di natura etica che tali manipolazioni suscitano.
Di fronte a questa preoccupazione è necessario rispondere ad
alcune domande: gli OGM sono necessari? Sono in grado di offrire benefici
tali per cui possano essere accettati dei rischi? Si possono immaginare
OGM innovativi che presentino più vantaggi e meno rischi?
In realtà la prima domanda ha una risposta ovvia, in quanto oggi
la produzione di cibo, se equamente distribuita, sarebbe in grado di
soddisfare tutto il fabbisogno mondiale, senza alcun ricorso agli OGM.
Potrebbe rimanere il dubbio che in futuro l’impiego di piante
transgeniche sarà l’unico modo per risolvere la domanda
di cibo, in quanto più produttive delle piante tradizionali.
In effetti molti sostenitori degli OGM affermano che le piante geneticamente
modificate hanno rese quantitative maggiori e minor consumo di pesticidi
(si veda l’articolo di F. Sala su ”Le Scienze” di
ottobre 2000 o varie dichiarazioni di dirigenti della Monsanto), ma
in realtà le ricerche svolte danno indicazioni differenti. Il
Rapporto Nomisma sull’agricoltura del 1999, dedicato agli OGM,
basandosi su dati statunitensi, riferisce che non risultano incrementi
produttivi e un ampio studio dell’Università del Wisconsin
(1998), confermato da altre ricerche, ha messo in luce che la soia RR,
resistente al diserbante Roundup, ha una resa minore della soia tradizionale.
Per quanto riguarda, poi, il mais resistente agli insetti, si è
notato che nei primi anni la resa è leggermente maggiore rispetto
alle piante tradizionali, ma passando dalle rese ai costi, uno studio
fatto nel 2000 da ricercatori dell’Università e del CNR
a Padova, riporta: ”Se ci basiamo sui dati emersi dalle prime
ricerche vediamo come nel caso del mais Bt (cioè resistente agli
insetti) il vantaggio in termini di reddito prodotto, rispetto alle
varietà tradizionali, non sempre riesce a coprire il maggior
costo delle nuove sementi …(invece) la soia tollerante l’erbicida
appare conveniente dal punto di vista dei costi, ma presenta una riduzione
delle rese”.
Anche la riduzione di trattamenti con erbicidi è smentita dai
dati della stessa Monsanto, che, nel bilancio del 1998, ha ammesso che
i profitti derivati dal Roundup sono saliti alle stelle “grazie
alle vendite di soia RR”. D’altra parte più del 70%
delle coltivazioni transgeniche, diffuse soprattutto negli USA ed in
Argentina, è modificato per essere resistente ai diserbanti.
È dunque chiaro per chi sono i vantaggi: per le aziende che producono
sia i diserbanti sia le sementi transgeniche a loro resistenti, che,
oltretutto, sono anche brevettate, rendendo obbligatorio il pagamento
di royalties ogni anno.
Non sono invece vantaggiose per gli agricoltori né per i consumatori.
Per i primi i costi delle nuove sementi sono maggiori, senza avere né
maggiore produttività né prodotti particolarmente graditi
dai consumatori che, in Europa, non vogliono assolutamente comperare
prodotti GM (come risulta da indagini ripetute a livello nazionale ed
europeo), dato che nessuno è riuscito a spiegare quali vantaggi
deriverebbero dall’acquisto di tali alimenti, mentre tutt’altro
che eliminati sembrano i dubbi sulla loro potenziale pericolosità.
D’altra parte se i prodotti transgenici fossero migliori e presentassero
evidenti vantaggi rispetto a quelli tradizionali le multinazionali del
settore biotecnologico li avrebbero ampiamente pubblicizzati, mentre,
al contrario, tentano in tutti i modi di evitare che vi siano etichette
che informano il consumatore sulla natura transgenica del prodotto.
Inoltre, in un mercato globalizzato, una produzione standardizzata di
cibo, come quella transgenica, sarà fatta nei Paesi dove i costi
di produzione sono più bassi, ma il cibo sarà venduto
sui mercati dove i prezzi sono più elevati. La ovvia conseguenza
sarà che chi produce, se povero, non potrà acquistare
il cibo, mentre chi è ricco avrà cibo, ma spesso, come
nel caso italiano, non sarà in grado di produrlo a prezzi competitivi:
solo prodotti tipici e di qualità potranno garantire adeguati
redditi.
Non possiamo dunque affermare che vi siano vantaggi agronomici, ambientali,
economici o tali da giustificare i rischi finora evidenziati per l’ambiente
e per la salute e, in base al principio di precauzione, gli attuali
OGM dovrebbero rimanere oggetto di studio e di sperimentazione in attesa
di nuovi prodotti, la cui presenza sul mercato sia garantita da adeguati
vantaggi, in assenza di rilevanti rischi. Ma è ragionevole pensare
ad una nuova generazione di OGM che risponda a tali criteri? Al momento
le uniche proposte riguardano piante rese più ricche di vitamine
e sali minerali, piante tipiche rese resistenti all’attacco di
virus e piante rese coltivabili in terreni difficili (aridi, freddi,
salini ecc.). Chiaramente, non è possibile valutare pro e contro
di ciò che è solo ipotetico, ma alcune di queste piante
sono già ad uno stadio avanzato. Ad esempio, sono già
state realizzate a livello sperimentale piante con migliori proprietà
nutrizionali, come il cosiddetto “riso dorato”, nel quale
è stata aggiunta la provitamina A per sconfiggere una grave malattia
dei Paesi poveri che porta molti bambini alla cecità. Invece
di offrire una dieta equilibrata che preveda svariati tipi di alimenti
si pretende, in modo meccanico, di risolvere una avitaminosi aggiungendo
un gene al riso; sarebbe più semplice e più logico fornire
ai Paesi poveri la possibilità di coltivare e mangiare sia riso
sia verdure, come carote, pomodori o quant’altro rientri nelle
tradizioni alimentari locali. Oltretutto è spropositata la quantità
di riso modificato da ingerire per soddisfare il fabbisogno di provitamina
A, il cui assorbimento richiede poi la presenza di altre sostanze, come
i lipidi, non presenti nel riso.
A proposito della pretesa di salvaguardare varietà vegetali pregiate
con la transgenesi, questa induce effetti difficilmente prevedibili
e perciò dà origine a varietà nuove. Ad esempio
il pomodoro S. Marzano, del quale si sperimenta una versione GM in grado
di resistere a un virus, se coltivato biologicamente non sembra essere
attaccato dal virus, probabilmente perché non si impiegano fertilizzanti
di sintesi (è possibile correlare quantità di nitrati
e virus).
Per quanto riguarda l’ipotesi di piante resistenti a climi particolari,
possiamo affermare che si tratta di sperimentazioni finora prive di
esito positivo, mentre altre biotecnologie, non transgeniche, sembrano
più promettenti. È il caso del riso “Nerica”,
ottenuto mediante incrocio in vitro di due specie differenti di riso
che in natura non si incrociano: la nuova varietà, già
coltivata in Guinea e Costa d’Avorio, resiste al clima africano,
richiede poca acqua, è particolarmente produttiva, è più
ricca di proteine e di gusto saporito.
Comunque la vera sfida per l’agricoltura del futuro, nei Paesi
ricchi come in quelli poveri, sarà la sostenibilità, che
richiede l’uso di tecnologie appropriate, localmente disponibili,
per favorire l’autosufficienza. Ciò si ottiene solo usando
la pianta giusta al posto giusto, ossia tutta la biodiversità
disponibile per meglio adattarsi alle caratteristiche ambientali locali:
è quindi l’opposto delle coltivazioni transgeniche, che
riducono la biodiversità e cercano di modificare l’ambiente
per adattarlo a piante sempre più uniformi, standardizzate.
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