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Organismi transgenici e agricoltura
di Claudio Malagoli


In questa fase in cui ancora non sono stati chiariti i rischi legati all’uso degli organismi transgenici per scopi alimentari di una cosa siamo certi: nessuno li vuole! Gran parte degli agricoltori non li vuole coltivare; gran parte dei consumatori (oltre l’80% secondo gli ultimi sondaggi) non li vuole consumare; numerose imprese agro-industriali non li vogliono trasformare; numerose catene della grande distribuzione non li vogliono vendere.
Come mai questo atteggiamento di chiusura? Alcuni affermano per disinformazione, in quanto ci sarebbe stato un vero e proprio boicottaggio di questi prodotti da parte degli “ambientalisti”. Se così fosse, occorrerebbe levarsi tanto di cappello di fronte a questi ambientalisti, che con pochissimi mezzi economici e con scarse argomentazioni sono riusciti a condizionare le abitudini alimentari di gran parte dei cittadini europei. Ma la verità è un’altra: è chiaro che queste categorie si sono rese conto che non otterranno alcun vantaggio economico dall’uso degli attuali organismi transgenici.
In particolare, per l’agricoltore e per l’agricoltura del nostro Paese, gli OGM:
l non possono determinare un maggior reddito, in quanto l’agricoltore non è in grado di “dominare” il prezzo dei prodotti che immette sul mercato, per cui ad una contrazione dei costi di produzione corrisponde nel lungo periodo una diminuzione dei prezzi dei prodotti (solo coloro che per primi adotteranno questa tecnologia otterranno, e solo per alcuni anni, benefici economici);
l diminuiranno il reddito reale dell’agricoltore, in quanto, a fronte di una caduta dei prezzi dei prodotti agricoli transgenici, i prezzi dei prodotti non agricoli che l’agricoltore acquista sul mercato rimangono, nella migliore delle ipotesi, costanti (occorrono più tonnellate di grano per acquistare un’automobile, un televisore ecc.);
l diminuiranno ulteriormente il reddito netto dell’agricoltore, in quanto la produzione degli OGM necessita di un minor apporto dei fattori della produzione di cui egli dispone in azienda (manodopera, terra) ed una maggior utilizzazione dei fattori che egli è costretto ad acquistare sul mercato;
l diminuiranno le sue capacità imprenditoriali e le opportunità di reddito, in quanto gli OGM saranno brevettati, per cui la produzione si presterà ad essere attuata “su contratto” (per conto del costitutore della pianta transgenica, che fornirà all’agricoltore il seme e curerà poi la commercializzazione del prodotto ottenuto) ed i maggiori guadagni saranno quasi esclusivamente a favore dell’impresa integrante e, quindi, del costitutore. Fenomeni di questo tipo si sono avuti negli ultimi anni nel settore frutticolo.
Per l’agricoltura nazionale gli attuali organismi transgenici:
l determineranno una perdita di immagine dei prodotti agricoli ottenuti nel nostro Paese, considerato da tutti un Paese nel quale la qualità degli alimenti è al livello di eccellenza. In questo contesto, a parte i problemi qualitativi che vi potrebbero essere in merito alla relazione tra materia prima di base (transgenica) e prodotto tipico ottenuto dalla sua trasformazione, i nostri prodotti tipici sicuramente risulteranno svantaggiati, perché si andranno a collocare ad un livello qualitativo che nell’immaginario collettivo è ritenuto più basso;
l determineranno una delocalizzazione produttiva, in quanto la possibilità di ottenere “nuovi individui” appositamente progettati e realizzati per poter resistere a condizioni pedoclimatiche avverse (caldo, freddo, terreni acidi o basici ecc.), pone poi il problema dell’eventuale spostamento della produzione da quelle che attualmente sono le tradizionali aree di coltivazione. Tale nuova localizzazione potrebbe avvenire sia allo scopo, più che legittimo, di aumentare il grado di autoapprovvigionamento di una determinata regione del pianeta, sia, meno legittimamente, per incentivare la produzione in aree dove è possibile reperire a più basso costo i fattori produttivi necessari, per poi vendere sui tradizionali mercati i beni ottenuti. In quest’ultimo caso, si determinerebbero problemi legati alla disoccupazione e all’esodo rurale, nei territori in cui quella particolare coltivazione venisse abbandonata. Ci si chiede infatti cosa ne sarebbe degli agricoltori che attualmente ricavano un reddito da queste coltivazioni, una volta che fosse possibile ottenerle, sicuramente a minori costi, anche in altre aree del pianeta; cosa ne sarebbe del paesaggio rurale, allorché la diminuita possibilità di coltivazione di certi prodotti ne determinasse la scomparsa dal territorio; quali interventi occorrerebbe mettere in atto per contenere il dissesto idrogeologico, che spesso deriva dall’abbandono di queste coltivazioni;
l conseguenza diretta delle precedenti affermazioni è la diminuzione delle esportazioni e l’aumento delle importazioni, con effetti negativi sulle imprese agricole che non saranno più in grado di competere sul mercato mondiale, in quanto si troveranno a dover contrastare con gli stessi prodotti offerti a prezzi decisamente più bassi. In previsione di una globalizzazione dei mercati, la nostra agricoltura non potrà certo competere sul mercato mondiale sulla base dei bassi costi di produzione, ma potrà essere competitiva soltanto sulla base di elevati standard qualitativi.
In conclusione possiamo affermare che le problematiche relative all’introduzione di coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, come per le altre innovazioni tecnologiche, se da un lato il tipo di sviluppo attuato in agricoltura in questi ultimi anni, improntato soprattutto all’esasperata ricerca del massimo profitto, ha consentito di massimizzare la produttività dei fattori della produzione, dall’altro non è sempre stato in grado di garantire sia un’equa ripartizione delle produzioni tra le diverse aree del pianeta, sia modalità di produzione compatibili con l’esigenza di salvaguardare l’ambiente e lo sviluppo sostenibile del territorio rurale.
Certamente la nostra agricoltura, che da sempre è basata su presupposti di tipicità e di qualità, non ha bisogno dell’attuale biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.
In definitiva, con troppa fretta si cerca di applicare una tecnologia fortemente innovativa, che potrebbe avere ripercussioni significative sulla salute umana ed animale, sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare e sullo sviluppo delle generazioni future. Una tecnologia che non ha subito il vaglio di adeguate sperimentazioni basate sul “principio di precauzione” e che, determinando incertezza ed irreversibilità, potrebbe condizionare le possibilità di sviluppo delle generazioni future. Pertanto, compito dell’attuale generazione è quello di potenziare la ricerca in merito, al fine di verificare gli impatti che tale tecnologia può avere sull’uomo e sull’ambiente, posticipandone lo sfruttamento economico fino a quando le incertezze applicative non saranno definitivamente chiarite.

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