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Il
recente fallimento del World food summit della FAO e l’apertura
alla proposta statunitense di considerare le biotecnologie, o meglio
gli OGM, la strategia per la lotta alla fame del mondo, devono far riflettere
sugli spazi democratici rimasti per discutere di politiche e modelli
agricoli e su chi effettivamente detiene il mercato e quindi controlla
le scelte degli agricoltori, siano in Nord America, in Europa o in qualche
Paese del Sud del mondo.
Nel 2000, commentando le statistiche annuali sulla superficie mondiale
coltivata ad OGM, così affermava Clive James dell’International
service for the acquisition of agrobiotech application: “Il fatto
che legioni di agricoltori nel mondo abbiano preso indipendentemente
la decisione di aumentare la loro superficie a transgenico di ben 25
volte in cinque anni, testimonia la fiducia riposta negli OGM che possono
costituire un nodo vitale per la sicurezza alimentare nel mondo”.
Ma realmente le scelte degli agricoltori possono essere considerate
indipendenti? La risposta migliore è quella di un coltivatore
di patate statunitense, che racconta ad Eric Schlosser nel libro “Fast
food nation”: “L’unica cosa che ho veramente sotto
controllo è l’ora in cui mi alzo al mattino”. Tale
sensazione di impotenza trova conferma nell’analisi condotta nel
2001 dall’organizzazione non governativa canadese ETC Group (ex
RAFI) sulle corporazioni nel settore agro-industriale (disponibile sul
sito http://www.etcgroup.org).
Cominciamo dal campo biotecnologico di cui si sente più parlare
nei media. Le prime cinque multinazionali (anche se forse sarebbe più
corretto dire le uniche) controllano il 100% del mercato, con i semi
Monsanto che sono coltivati su circa il 90% della superficie mondiale
destinata al transgenico (40 milioni di ettari nel 2001). Attualmente
l’85% della Monsanto è pro
prietà della Pharmacia, che, viste le difficoltà incontrate
con i consumatori nel far accettare l’innocuità degli OGM,
sembra intenzionata a separarsene. In seconda linea c’è
la Dupont, diventata leader nel settore sementiero dopo l’acquisto
nel 1999 della Pioneer Hi Bred Intl. Segue la Syngenta (Svizzera), frutto
della fusione nel 1999 tra Novartis (nata nel 1996 dall’unione
tra Sandoz e Cyba-Geigy) e Astra Zeneca, sigla dovuta al matrimonio
tra Zeneca Group e Astra D. B. La Advanta, sesta azienda come fatturato
di sementi nel mondo e di proprietà della Astra Zeneca, non è
entrata come azionista nella Syngenta. Al quarto posto di questa classifica
c’è la Bayer, che ha acquisito nel 2001 per 6,65 miliardi
di dollari l’Aventis. Il quinto gruppo, la BASF, può essere
considerato un outsider, visto che solo ora sta cominciando l’investimento
nella ricerca biotecnologica.
La fotografia del comparto agrochimico è un po’ meno uniforme,
anche se le prime tre in termini di fatturato controllano il 45% del
mercato mondiale (vedi tabella 1).
Il settore sementiero si presenta più frammentato: le prime dieci
multinazionali controllano appena il 30% del mercato mondiale dei semi
(vedi tabella 2).
Syngenta, Pharmacia, DuPont e Bayer, come risulta evidente scorrendo
i dati, sono ormai in grado di offrire un pacchetto completo di prodotti
all’agricoltore: dal seme OGM ai classici semi ibridi, dai fitofarmaci
agli erbicidi.
Questo oligopolio è il risultato di acquisizioni, fusioni e accordi
transnazionali, difficili da seguire per la rapidità con cui
si susseguono, di cui però è possibile delineare la trama,
strettamente legata e modellata all’evoluzione del regime di tutela
della proprietà intellettuale nel settore sementiero-biotecnologico.
Si possono sinteticamente individuare 4 fasi di sviluppo dell’industria
multinazionale nel settore agricolo-sementiero. La prima corrisponde
al periodo delle acquisizioni, da parte dei gruppi dell’agro-chimica,
delle piccole ditte sementiere. Siamo intorno alla fine degli anni ‘60:
negli USA viene approvato il Plant variety property act e nel mondo
vengono riconosciuti e rafforzati i diritti dei “miglioratori”
(Plant breeders’ rights - PBRs).
La seconda fase comincia nei primi anni ‘80 e coincide con l’ingresso
dell’industria biotecnologica. L’introduzione del brevetto,
strumento di tutela dell’innovazione più forte rispetto
ai PBRs, costituisce uno dei punti su cui si fonda l’interesse
delle multinazionali per la ricerca biotecnologica.
La terza fase è intimamente legata alla strutturazione del brevetto
e dell’innovazione biotecnologica. Infatti, passare dall’idea
al seme commerciale richiede tempo, soldi e soprattutto la concessione
di una serie di brevetti intermedi da contrattare di volta in volta
con il detentore. La licenza obbligatoria, strumento legale scelto per
dirimere simili controversie, è molto onerosa in termini di parcelle
di avvocati e di tempo. La soluzione diventa comprare le ditte che detengono
brevetti chiave piuttosto che trattare ogni volta. E così è
stato: il livello di concentrazione raggiunto è difficilmente
superabile.
Comincia ora l’ultima fase: non potendo più continuare
il gioco di scatole cinesi senza risvegliare le sonnolente autorità
antitrust, le corporazioni cercano nuove vie per ridurre la competizione,
condividere la tecnologia proprietaria di cui sono portatrici e, soprattutto,
aumentare gli utili. Un esempio è il recente accordo tra Monsanto
(Pharmacia) e DuPont che prevede la reciproca condivisione di germoplasma
proprietario e lo scambio di brevetti e tecnologie. La Monsanto porta
in dote il mais Round-up Ready e la tecnologia sviluppata sulla soia,
mentre la DuPont cede l’accesso alla tecnologia di trasformazione
del mais. Ambedue i gruppi dirigenti hanno salutato l’intesa come
una vittoria per gli agricoltori, che d’ora in poi potranno usare
il meglio che le due compagnie offrono. Come sottolinea ETC “senz’altro
è meno costoso e più veloce stabilire un’alleanza
che continuare la battaglia legale nelle aule dei tribunali”.
Spesso però questa realtà nasconde veri e propri accordi
commerciali di non belligeranza: emblematico è stato il contratto
tra la statunitense LSL Plant Science e l’israeliana Hazera Quality
Seeds Inc., sanzionato dall’autorità antitrust statunitense
nel settembre 2000 in quanto “riduceva per i contadini e per i
consumatori americani i benefici derivanti dalla competizione”.
La LSL è una joint venture tra Seminis Vegetables Seeds Inc.
(vedi tabella 2) e LSL Biotechnologies Inc., due compagnie che si dividono
il mercato nordamericano di semi di pomodoro per il consumo fresco.
L’accordo con l’Hazera, leader in Europa e in Medio Oriente
nello stesso settore, prevedeva lo sviluppo della ricerca di pomodori
a maturazione ritardata e, contemporaneamente, impediva esplicitamente
alla ditta israeliana di entrare nel mercato nordamericano.
In questo gioco per imporre a livello mondiale un solo modello agricolo
le multinazionali non sono sole: gli Stati Uniti sono un potente e fedele
alleato. Infatti, si sono dotati di un ambasciatore delle biotecnologie
nel mondo, ufficialmente presentato nel marzo di quest’anno ad
Alessandria d’Egitto ad un convegno internazionale dal titolo
emblematico: “Biotecnologie e sviluppo sostenibile: voci dal Sud
e dal Nord”. Peccato che tutte le voci presenti, o quasi tutte,
cantassero nello stesso coro. Compito di questo signore, esperto e distinto
negoziatore, è di andare “in tour” nei Paesi del
Sud del mondo cercando di convincerli dell’utilità degli
OGM per risolvere i loro gravi problemi agricoli. L’iniziativa
diplomatica non ha però solo questa veste elegante. Nei trattati
internazionali che hanno come oggetto la delicata interfaccia biodiversità-biotecnologie
(Convenzione sulla diversità biologica, Protocollo biosicurezza,
Trattato FAO sulle risorse genetiche agricole) gli Stati Uniti riescono
a imporre, con la ragione della forza, l’agenda da discutere,
pur non partecipando ufficialmente in qualità di Paese firmatario.
Ecco allora che l’impotenza e il senso di asfissia dell’agricoltore
americano, denunciati prima, diventano lo standard internazionale per
chi coltiva la terra: le decisioni indipendenti non appartengono più
al suo mondo.
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