| PRODUZIONI TIPICHE E PRODUZIONI
GLOBALI? QUALI SCENARI PER LAGRICOLTURA ITALIANA? di Claudio Malagoli *
La prima volta che mi sono occupato di Prodotti Tipici è stato in occasione dello studio per la realizzazione dellIndicazione Geografica Protetta (IGP) "Pera dellOltrepo Mantovano". Allora, il problema era quello di far uscire dallanonimato un prodotto (la pera) con ottime caratteristiche organolettiche, che non era adeguatamente valorizzato ed apprezzato dal mercato. Le pere di quella zona tipica si confondevano con quelle provenienti da altre aree di produzione, in quanto, come per tutte le derrate agricole, erano esteriormente simili ed il consumatore non era in grado di distinguerle. Si giunse alla conclusione che, o si trovava un sistema affinchè il mercato riuscisse ad apprezzare adeguatamente il prodotto, oppure questa coltivazione sarebbe scomparsa, in quanto essa non era in grado di competere in termini di costi di produzione con le altre pere provenienti da altri areali produttivi. Il problema è stato risolto con lottenimento dellIGP "Pera dellOltrepo mantovano", ovvero con la trasformazione di un prodotto anonimo in un prodotto tipico di un determinato territorio, che nel tempo aveva selezionato le cultivar che meglio si adattavano al suo microclima ed aveva affinato le tecniche di produzione necessarie per ottenerle. Oggigiorno il problema è ancor più sentito, in quanto la concorrenza non proviene solo ed esclusivamente dalle altre aree di produzione nazionali, ma interessa tutte le aree di produzioni del nostro pianeta. In un futuro ormai prossimo, le nostre produzioni dovranno confrontarsi con quelle provenienti da Paesi caratterizzati da costi dei fattori della produzione inferiori, da Paesi che non hanno limitazioni nellutilizzazione di determinati prodotti chimici, siano essi concimi e/o antiparassitari o fitoregolatori o ormoni della crescita, da Paesi nei quali il lavoro minorile non è tutelato o è, addirittura, incentivato e/o sfruttato e lelenco potrebbe continuare ancora. Ecco allora che nei prossimi anni i problemi dellagricoltura nazionale deriveranno soprattutto dalla globalizzazione dei mercati, in quanto, come è risaputo, gli Accordi Generali sulle Tariffe e sul Commercio (Accordi GATT) hanno sancito il principio della completa eliminazione dei dazi, con conseguente liberalizzazione dei commerci internazionali. Tutto questo comporterà la realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato dove limperativo sarà produrre di più (non importa con quali metodi) ai più bassi costi possibili. Ma i bassi costi e la globalizzazione dei mercati si conciliano con la qualità della produzione da tutti auspicata? Si adattano alla necessità di assicurare un reddito anche ai produttori delle aree "svantaggiate" da un punto di vista dei costi dei fattori della produzione? Si conciliano con lo sviluppo sostenibile del territorio? Riescono a preservare lidentità culturale, economica, sociale e professionale di un territorio? E a queste domande che occorre fornire una risposta, al fine di verificare se nel lungo periodo il processo di globalizzazione dei mercati rappresenti per lagricoltura del nostro Paese unopportunità o, al contrario, una strada pericolosa, che potrebbe determinare effetti dannosi per il benessere della nostra società. Le opportunità sono legate soprattutto alla possibilità di poter ampliare le esportazioni verso altri Paesi consumatori. A questo proposito occorre però rilevare che i prezzi delle nostre produzioni, in relazione ai maggiori costi di produzione, sono, in genere, superiori a quelli dei prodotti simili offerti sul mercato mondiale. In questo contesto, e per quanto attiene in modo particolare allagricoltura del nostro Paese, occorre rilevare che:
Largomento prodotti tipici e globalizzazione è di sicura attualità, in quanto è di questi giorni la notizia secondo la quale in Europa, ma potremmo dire nel mondo, viene venduto un formaggio simile al Parmigiano Reggiano con nomi che richiamano questo importante prodotto tipico italiano (Parmigianito e/o Parmesan). Ma lelenco potrebbe sicuramente continuare con i vini, con gli oli e con altri prodotti tipici italiani, i cui marchi servono da richiamo per il consumatore estero. Trattasi di una frode evidente, che non è considerata dagli accordi GATT, in quanto molto spesso i prodotti tipici italiani non sono adeguatamente tutelati a livello mondiale (il brevetto mondiale ha un elevato costo, che molto spesso non è giustificato dal modesto fatturato di taluni prodotti tipici italiani). Così, per esempio, sempre a livello di accordi GATT, diversi Paesi non hanno voluto riconoscere il legame esistente tra prodotto tipico e territorio ed hanno relegato la tutela al solo marchio rendendo così possibile leliminazione del legame "stesso marchio/stesso territorio di produzione". Conseguenza diretta di un accordo di questo tipo è che chiunque, basta che sia proprietario del marchio, senza alcun controllo, può produrre in qualunque luogo quel bene e venderlo con quel nome. Tutto questo che cosa implica? Implica la possibilità da parte di chiunque di acquistare il marchio sul mercato e di poter poi produrre quel bene in qualsiasi parte del mondo, ovviamente laddove costa meno ottenerlo, per poi rivendere il prodotto marchiato sui tradizionali mercati. In pratica svanisce il legame con il territorio, viene a mancare la certezza qualitativa, in quanto il proprietario del marchio può modificarla a suo piacimento, decade la possibilità di utilizzare il nome del prodotto tipico da parte di quella collettività che da sempre si è tramandata la "buona pratica agricola" necessaria per ottenere quello stesso prodotto. Questa, in breve sintesi, è la logica della globalizzazione: produrre di tutto, ovunque, per poi vendere gli alimenti ottenuti sui tradizionali mercati di collocamento. Ecco, quindi, che esiste una contrapposizione tra prodotto tipico e prodotto della globalizzazione (prodotto globale - PG), anche in funzione delle forme di agricoltura presenti nei diversi Paesi. Così, per esempio, nel nostro Paese lagricoltura svolge funzioni che vanno al di là della semplice produzione di alimenti (conservazione del territorio, tutela della flora e della fauna, presidio del territorio, tutela del paesaggio, ecc.). Pertanto, conservare lagricoltura significa assicurarsi anche la produzione di quelle importanti esternalità che ad essa sono collegate. Da rilevare che la contrapposizione tra prodotto tipico e prodotto globale è relativa a numerosi aspetti, che possono riguardare, sia lalimento in quanto tale, sia il settore agricolo interessato a questo tipo di produzione. In particolare:
Dalle precedenti considerazioni è quasi ovvio sottolineare che la globalizzazione introduce elementi che mal si adattano allagricoltura italiana, in quanto nel nostro Paese i PT svolgono un ruolo economico di primo piano e costituiscono molto spesso un vanto per taluni territori particolarmente vocati. Pensiamo per un attimo ai vini toscani, alle mele del Trentino-Alto Adige, ai formaggi piemontesi, agli ortaggi di Rovigo, ai salumi dellEmilia-Romagna. Sono questi prodotti che rendono forte lagricoltura italiana. Unagricoltura che con l11% della SAU produce il 22% del valore della produzione agricola dellUnione Europea. LItalia è il primo Paese produttore di frutta, di ortaggi, di riso e di olio ed è il secondo produttore di vino dopo la Francia. Complessivamente i prodotti tipici italiani determinano un volume daffari dellordine di 20 mila miliardi. Allora, perché mai in un contesto di questo tipo noi dovremmo rinunciare al prodotto tipico a favore di una produzione adatta al mercato globale? Perché mai dovremmo rinunciare a produzioni "sicure" a favore di altre produzioni che non ci forniscono certezze in merito alla qualità, alla sicurezza alimentare e alla tracciabilità? Perché mai lagricoltore nazionale dovrebbe produrre sempre di più a più basso prezzo? In conclusione possiamo affermare che i prodotti tipici sono gli unici in grado di valorizzare le tradizioni, la cultura e i saperi di una comunità che da sempre vive e lavora in un determinato territorio e che, forse, senza questi prodotti, potrebbe anche scomparire. * Professore associato di Estimo Rurale e Pianificazione Agraria, Università di Bologna. Questo articolo è stato pubblicato sul nr. 4 / 2001 di Verde Ambiente, rivista di politica, scienza e tecnica. |