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LA PREVENZIONE DEL RISCHIO DI CONTAMINAZIONE DA OGM
IN AGRICOLTURA BIOLOGICA


Vincenzo Vizioli
. Presidente AIAB

 

La questione normativa

Con il regolamento CE 1804/99, che modifica ed integra le norme per l’agricoltura biologica, contenute nel Reg. CEE 2092/91, viene introdotto, per questo metodo, il divieto di uso di organismi geneticamente modificati e/o prodotti derivati da tali organismi, con l’unica eccezione per i medicinali veterinari.

In particolare per le sementi ed i materiali di riproduzione vegetativa, al paragrafo a) del punto 2 dell’articolo 6, che detta le norme di produzione, si specifica che sono ammissibili in agricoltura biologica solo se ottenuti "senza l’impiego di organismi geneticamente modificati e/o prodotti derivati da tali organismi"

Il divieto di utilizzo di materiale geneticamente modificato nel metodo di agricoltura biologica, è inoltre ribadito negli allegati del regolamento, dove si indicano fertilizzanti, prodotti per la difesa, ingredienti e alimenti per la mangimistica.

Quindi l’agricoltura biologica, non può fare uso in assoluto di OGM e, a differenza dei prodotti dell’agricoltura convenzionale, non è prevista alcuna soglia limite sotto la quale è possibile fare finta che non ci siano. Un prodotto, controllato e certificato da un organismo di controllo riconosciuto dal Ministero delle politiche agricole, quando riporta in etichetta la dicitura "da agricoltura biologica", deve garantire al consumatore, tra l’altro, che non contiene OGM perché in nessuna fase del processo produttivo sono stati usati o ci sono state contaminazioni con OGM.


Organismi di Controllo e loro compiti

Il regolamento CEE 2092/91 stabilisce che gli operatori che producono, preparano o importano prodotti che recheranno indicazioni relative al metodo di produzione biologico, devono assoggettare la loro azienda al regime di controllo appositamente definito nel regolamento.

Ogni stato ha instaurato un sistema di controllo gestito da una o più autorità di controllo e organismi di controllo. In Italia l’autorità di controllo è rappresentata dal MIPAF e dalle Regioni, incaricate della vigilanza sull’operato dei 9 organismi di controllo privati, accreditati sul territorio nazionale e periodicamente rivalutati dal Ministero stesso, per svolgere il lavoro di ispezione e certificazione delle produzioni biologiche.

Compito degli organismi di controllo, che operano nel rispetto delle norme UNI CEI EN 45011, è quello di verificare che tutto il processo produttivo sia conforme al dettato del regolamento, per poter emettere il certificato che autorizza l’operatore controllato a riportare sull’etichetta del prodotto finale, la dicitura "da agricoltura biologica regime di controllo CEE"

Quindi nel caso specifico degli OGM, il sistema di controllo e certificazione è tenuto a verificare che questi non siano entrati nel processo di produzione, tanto da garantire al consumatore che il prodotto che sta acquistando, oltre a provenire da un metodo di produzione rispettoso dell’ambiente, del benessere degli animali allevati, della salute dell’uomo perché non contiene residui chimici indesiderati, è libero da OGM.

La situazione attuale

Gli organismi di controllo, per garantire l’assenza di OGM, chiedono e verificano che l’operatore acquisti sementi, mangimi e ingredienti, con certificato "OGM Free", soprattutto ma non solo, quando questi provengano dal mercato convenzionale. Verificano poi, tramite campionamenti ed analisi sulla materia prima o sul prodotto finale, che ciò corrisponda al vero.

Nei controlli dell’agricoltura biologica, non possono esistere dubbi e contestazioni, fatti salvi gli eventuali errori del laboratorio, perché non serve stabilire quanto DNA geneticamente modificato c’è, con la controversa analisi quantitativa ma è sufficiente sapere se c’è o non c’è, con l’ormai ufficialmente testata validità, dell’analisi qualitativa.

Tale impegno rischia di essere totalmente vanificato dal comportamento aggressivo e scorretto delle multinazionali che mirano ad imporre la resa alla "convivenza" con gli OGM, producendo un inquinamento di fondo tale, da non poter più dire che esistono differenze tra prodotti realizzati per valorizzare tipicità, qualità e sostenibilità ambientale e prodotti appiattiti sulla destagionalizzazione, standardizzazione della tecnica e omologazione dei sapori, perché tutti più o meno inquinati da OGM.

Un comportamento scorretto non combattuto, se non addirittura favorito, da comportamenti lassisti e compiacenti delle autorità competenti, italiane e dell’UE.

E’ bene ricordare che il divieto di commercializzare ed utilizzare nei paesi dell’UE, sementi geneticamente modificate, non è un favore che chiede l’agricoltura biologica ma quanto stabilito dalla legge che, appositamente per favorire i controlli, prevede che le sementi geneticamente modificate siano etichettate.

Quindi immettere sul mercato, come purtroppo è successo lo scorso anno, sementi GM non dichiarandolo, corrisponde a frode verso lo stato e truffa verso l’agricoltore.

La poca fermezza delle autorità preposte, per impedire l’introduzione e l’uso di sementi GM, è un danno all’agricoltura italiana e l’ennesima riprova della scarsa attenzione di cui godono i diritti dei consumatori.

Ma il problema non si limita al materiale da riproduzione, si allarga alle sementi importate per alimentazione animale e quindi, a tutta la filiera dei prodotti zootecnici (latte, yogurt, formaggi ...) anche da agricoltura biologica.

La riprova della gravità della situazione sta sintetizzata nei dati che AIAB/ICEA, maggiore organismo di controllo operante in Italia, ha rilevato nei primi otto mesi di attività dal primo Decreto Ministeriale(Agosto 2000) di recepimento del regolamento CE 1804/99:

AIAB ha effettuato 64 campionamenti su granelle e mangimi, in aziende che hanno notificato la produzione zootecnica secondo il metodo biologico, rilevando positività agli OGM nel 39% dei casi.

Positività che raggiunge il 100% quando ad essere analizzati sono mangimi da agricoltura convenzionale, contenenti Soia, utilizzati dall’allevatore in deroga, per il 10% della razione, come ammesso dalla norma. Nella maggioranza dei casi la Soia è risultata la causa dell’inquinamento diretto o indiretto delle partite.

 

Molti dei campioni risultati positivi, avevano il certificato OGM Free a riprova che, purtroppo, la presenza sul territorio di sementi geneticamente modificate, in grado di inquinare le produzioni sane non si limita ai campi sperimentali autorizzati, i controlli sono insufficienti e la certificazione OGM Free si basa su criteri inadeguati per il biologico.

Risultati delle analisi su campioni prelevati in aziende zootecniche

controllate AIAB al giugno 2001

REGIONE

N° analisi

di cui

positive

controanalisi

negative

Totale positive

Lombardia/Piemonte

3

0

   

Trentino alto Adige

0

0

   

Liguria

0

0

   

Veneto

7

4

2

2

Basilicata

0

0

   

Toscana

2

2

 

2

Lazio

5

4

1

3

Calabria

0

0

   

Abbruzzo/Molise

0

0

   

Sicilia

0

0

   

Emilia Romagna

27

6

 

6

Puglia

0

0

   

Sardegna

17

9

 

9

Umbria Marche

3

3

 

3

TOTALE

64

28

3

25

Ad onor del vero e come ulteriore preoccupazione di chi deve agire a garanzia del rispetto della norma, dobbiamo dire che abbiamo rilevato anche qualche errore di analisi, nei laboratori accreditati a cui gli organismi di controllo devono fare riferimento

Neanche nella dislocazione dei campi cosiddetti sperimentali, peraltro il più delle volte sconosciuta, non ci si è mai posti il problema della presenza nelle vicinanze di aziende biologiche che avrebbero potuto subire gravi danni, cioè la non certificabilità del prodotto finale, dall’impollinazione incrociata.

Eppure il metodo di agricoltura biologica è sostenuto, promosso e finanziato dalla politica dell’UE, cioè dalle nostre tasse, mentre il transgenico, almeno sulla carta, è bandito.

Tale disattenzione suona quasi come una triste previsione sul risultato finale dello scontro tra il diritto degli agricoltori a produrre secondo coscienza, il diritto dei consumatori a poter scegliere cosa mangiare e l’obbligo di inchinarsi alla logica del profitto di pochi.


Cosa fa AIAB in caso di risultato positivo delle analisi

Una volta verificata la presenza di OGM all’operatore viene inviata una lettera di richiamo in cui si impone:

  1. Divieto d’uso e segregazione della partita rilevata inquinata
  2. Obbligo di richiedere al fornitore analisi su OGM sul lotto acquistato
  3. In caso di mancanza di garanzie sul punto 2, obbligo di passare ad altro fornitore
  4. In caso di nuova infrazione, sospensione della certificazione

Tale comportamento è imposto dal mandato ministeriale a garanzia del consumatore ma si è coscienti che si sta sanzionando un operatore che non ha colpe e che certamente non sta "imbrogliando" perché non trae nessun vantaggio dalla presenza di OGM negli alimenti.

Alcune Regioni hanno già imposto che in caso di infrazione su OGM, l'azienda deve ricominciare il periodo di conversione.

Mantenendo questa situazione di indeterminazione si rischia di penalizzare gli operatori, che magari sono anche in possesso della certificazione OGM free ma non si risolve il problema

Come intervenire

Appare evidente che gli organismi di controllo devono fare sempre meglio e tutte con lo stesso impegno, il loro mestiere e le autorità di controllo vigilare affinchè ciò avvenga sempre. Se però il Governo non interviene rapidamente per garantire il rispetto della legge, l’azione di garanzia a cui sono chiamati gli organismi di controllo, rischia di essere solo un intervento punitivo per gli operatori, piuttosto che una tutela per i consumatori.

Accettare la logica della soglia minima sarebbe il suicidio di uno dei pochissimi settori vitali della nostra agricoltura. Significherebbe accettare l’ipocrisia di nascondere al consumatore la verità, facendosi forti che nessuno è in grado di certificare quanto ce n’è e, oltre a deludere la fiducia che il consumatore ha dimostrato di avere nei prodotti da agricoltura biologica, significa porgere il fianco a quanti vogliono provare che il prodotto biologico è in fondo uguale a tutti gli altri.

Partendo dal fatto certo che, ad oggi, qualsiasi soluzione diversa dal non uso di OGM, sarebbe una violazione della legge e che l’individuazione della soglia minima è il suicidio di uno dei pochi se non l’unico settore, in grado di garantire lo sviluppo rurale, chi crede veramente nell’agricoltura biologica, deve dimostrare che la scelta di investire nel settore non è diventata solo business ma è ancora legata a valori etici fondanti, quali il rispetto dell’ambiente e del consumatore.

Diventa dunque indispensabile avanzare proposte a sostegno del settore e di tutta l’agricoltura italiana e lanciare un segnale inequivocabile che rimarchi la diversità dell’agricoltura bioogica.

 

Alcune valutazioni per trovare le soluzioni

Fare zootecnia senza la Soia è possibile in assoluto e lo è ancora di più in allevamento biologico, dove il fieno ed il pascolo hanno un valore primario nell'alimentazione e nella gestione della mandria, limitando per bovini ed ovili le granelle ad un massimo del 40 % della razione. Lo dimostrano anche prove realizzate ed in corso di realizzazione presso centri di ricerca universitari.

Le colture proteaginose alternative alla Soia hanno tutte caratteristiche che permettono facilità di realizzazione in campo molto superiore alla Soia per tecnica agronomica , rese uguali se non superiori, semplicità di replicazione per la produzione di semente e hanno il pregio di essere per la gran parte selezioni autoctone.

Alla luce di quanto detto è possibile proporre la sospensione dell'uso della Soia fino a nuove garanzie senza che il settore subisca contraccolpi.

Va ricordato però che la semplificazione delle razioni alimentari permessa dall'altissimo valore proteico della soia ha disincentivato la produzione di proteaginose alternative, poco apprezzate dal mercato che, fino ad oggi, si è rivolto all'estero. Con la crescita dell'agricoltura biologica, invece, Favino, Pisello proteico, Lupino ecc., hanno riacquistato valore tecnico per l'alimentazione zootecnica ed agronomico per il ruolo strategico che le Leguminose hanno nella rotazione delle colture a garanzia della fertilità del suolo. E' necessario quindi che queste vengano incentivate innalzando il premio che attualmente ricevono anche per stimolarne la produzione in aziende convenzionali.

Se la sospensione dell'uso di alimenti a rischio per la credibilità del settore è un passo coraggioso ma proponibile, che le associazioni possono attuare anche unilateralmente, il problema della qualità e del tipo di semente che utilizza l'agricoltura biologica è tutto da risolvere e può essere fatto solo con l'impegno di tutti i protagonisti della filiera: Ministero, ditte sementiere e ricercatori.

Oggi gli operatori che non trovano sementi biologiche, possono chiedere deroga all'ENSE per utilizzare semente convenzionale purchè non trattata con prodotti non ammessi dal disciplinare. Nel 2003 tutte le sementi dovranno provenire da agricoltura biologica. Il ritardo con cui ci si sta muovendo è colossale, non solo per la riproduzione con metodo biologico ma soprattutto nell'individuazione di quale semente è utile replicare.

Se non si organizzeranno seriamente prove di confronto varietale, ancora una volta a trovarsi tra l'incudine di una ricerca che non mette a disposizione soluzioni tecniche idonee ed il martello della normativa a cui debbono adeguarsi, è l'operatore.

Tutto questo sforzo deve comunque essere tutelato da una maggiore vigilanza sugli OGM da parte delle autorità preposte a garanzia degli operatori che su invito della CE, si impegnano a coltivare con metodo biologico e nel rispetto delle giuste attese del consumatore, che non è più disposto ad essere preso in giro.