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L'EMERGENZA OGM DEVE ESSERE GOVERNATA

Claudio Di Giovannantonio, ARSIAL

Premessa: perché è necessario un tavolo tecnico sugli OGM.

La problematica relativa all’impiego di organismi geneticamente modificati in agricoltura presenta implicazioni tecniche particolarmente complesse, che necessitano di essere affrontate efficacemente.

Ciò comporta una definizione delle criticità che scaturiscono dalla normativa vigente, affinché sia possibile, in parallelo al confronto in corso sul piano dei principi, garantire la effettiva praticabilità degli obiettivi per tutti i soggetti che operano:

La definizione di strategie condivise appare l'unica modalità efficace per contrastare una contaminazione incontrollata, che vedrebbe i produttori agricoli isolati ed impotenti, oltre che schiacciati in un doppio confronto con le istituzioni e con le rappresentanze di interessi diffusi (associazioni ambientaliste, dei consumatori, ecc.).

Nella situazione attuale, infatti, alle grandi case sementiere viene contestato di voler propendere per la logica del "fatto compiuto", attraverso l’introduzione di cultivar GM di mais e soia in ambito UE (colture che solo in Italia interessano una superficie complessiva di circa 1,6 milioni di ettari) in modo che la contaminazione di fondo dei sistemi agricoli induca le autorità a fissare soglie di contaminazione diverse da zero anche per le sementi da certificare come OGM-free.

A tale contestazione le multinazionali eccepiscono che le sementi convenzionali vendute in USA e Canada hanno livelli di contaminazione accidentale da OGM del tutto assimilabili a quelli riscontrati in Europa su sementi convenzionali; ciò rende ancor più urgente verificare la contaminazione delle sementi convenzionali che, non va dimenticato, vengono in gran parte prodotte (per il mais) o moltiplicate (per la soia) a partire da linee provenienti dal nord America, e quindi ottenute anch'esse in assenza di idonea segregazione…

A fronte di ciò le istituzioni ed il sistema agroindustriale nel suo complesso hanno finora manifestato una scarsa propensione a monitorare la diffusione degli OGM e a valutare sistematicamente i punti critici che di fatto impediscono un pieno rispetto delle normative nazionali e comunitarie.

L’esigenza di offrire ai produttori un quadro di certezze rende necessario, da un lato, far emergere i problemi in tutta la loro gravità; dall’altro individuare opzioni praticabili in maniera consapevole, sia dal sistema di controllo pubblico che dai soggetti economici del sistema agroalimentare.

 

1) I punti critici del sistema di controllo sugli OGM

  1. Definizione delle metodiche di analisi per i controlli analitici su semi, colture e mangimi GM.

Una pianta transgenica presenta geni esogeni stabilmente inseriti nel suo genoma, ai quali, generalmente, è correlata la produzione di una nuova proteina.

Esistono quindi due possibili alternative per evidenziare la presenza di genotipi transgenici in materie prime od alimenti: disporre di sistemi analitici volti all’identificazione della proteina codificata dai geni esogeni oppure di sistemi capaci di rilevare direttamente il transgene o parti del costrutto con cui è stata operata la trasformazione genica.

Nel primo caso sono stati sviluppati saggi immunologici diretti ad evidenziare alcune proteine transgeniche attraverso una reazione antigene-anticorpo, (applicazioni ELISA e Western blotting) che possono essere considerate metodiche semi-quantitative che hanno il vantaggio della relativa facilità d’esecuzione e del basso costo.

Il limite di tali tecniche sta nella necessità di disporre di estratti proteici non degradati: la tendenza è di riservarle quindi all’analisi di materie prime, in cui le molecole proteiche non siano state degradate da trattamenti tecnologici.

L’analisi delle sementi potrebbe quindi trovare uno sbocco in queste metodiche di tipo ELISA, con la consapevolezza che ciascun test è in grado di individuare un solo specifico evento transgenico. Un altro limite delle metodiche immunologiche risiede nel fatto che la proteina transgenica deve essere presente nel tessuto vegetale oggetto di analisi. Ad esempio: è disponibile in commercio un kit ELISA per la determinazione di una variante di proteina Bt presente negli eventi Bt176 e Mon810. Si può analizzare con successo granella di Mon810 con tale kit, ma non granella Bt176: in quest’ultimo caso, infatti, l’accumulo di proteina transgenica nel seme è trascurabile, mentre è ben presente nella foglia (per cui il metodo potrebbe essere utilmente impiegato sulle produzioni in campo).

Occorre quindi avere a disposizione informazioni dettagliate sull’espressione genica per una corretta applicazione di tali test.

Più vasta applicabilità hanno le tecniche volte ad evidenziare la presenza di un transgene, basate quindi sull’analisi del DNA, la cui molecola è molto più stabile ai trattamenti tecnologici. Il sistema d’elezione è l’amplificazione della sequenza target attraverso PCR (Reazione a Catena della Polimerasi).

Sono attualmente disponibili diversi sistemi di screening per l’individuazione, attraverso PCR and point, dei promotori e terminatori più comuni ai costrutti genici utilizzati per la trasformazione delle più diffuse piante transgeniche. Sono stati inoltre messi a punto sistemi prodotto-specifici, diretti all’identificazione di sequenze specifiche di singoli eventi di trasformazione.

Essenzialmente esistono due grandi famiglie di metodiche di analisi del DNA per la individuazione di OGM: l’una (PCR and point) capace di dare una risposta di tipo qualitativo (si/no), l’altra (PCR Real Time) in grado di quantificare la presenza di transgenico, ma per la quale sono emerse significative differenze negli esiti analitici su campioni finali di prodotto inoltrati presso laboratori diversi.

La maggior parte delle metodiche fondate su PCR sono disponibili in letteratura e sono quindi accessibili a tutti i laboratori; in alternativa, diverse ditte commercializzano kit che dovrebbero assicurare una migliore standardizzazione d’analisi.

Ad oggi il JCR (Joint Reserch Centre) di Ispra (VA) ha organizzato due reti internazionali di validazione, e costituisce il più significativo riferimento in campo analitico; è inoltre attivo un gruppo di lavoro CEN, istituito in ambito Comunitario e dedicato allo sviluppo ed alla valutazione di metodiche per OGM, che definirà gli standard di riferimento in ambito UE. Al momento, però, la tendenza prevalente è comunque quella di non ufficializzare tutte le possibili metodiche, ma piuttosto quella di validare i laboratori accreditati attraverso l’organizzazione di ring test ufficiali (modello britannico).

Data la possibile costante immissione sul mercato di nuovi eventi transgenici (in futuro non più notificati in un solo Paese ma direttamente autorizzati dalla Commissione Europea) si pone la necessità di:

    1. individuare un’autorità responsabile dell’aggiornamento dei sistemi di rilevamento;
    2. garantire ai laboratori (da accreditare) nei diversi Paesi l’accesso a dettagliate informazioni genetiche relative ad ogni singola notifica di OGM (in pratica, all’atto stesso della notifica o della futura autorizzazione, il costitutore deve garantire la distribuzione dei kit di riferimento per le analisi in tutti i Paesi);
    3. organizzare ring test nazionali, per garantire una migliore uniformità di analisi.

La scelta delle metodiche analitiche non è affatto neutrale rispetto alle problematiche di mercato; le multinazionali evidenziano infatti che tutte le sementi immesse in commercio vengono distinte in relazione al grado di purezza, con un massimo del 99%; alle analisi di tipo qualitativo preferirebbero sostituire perciò quelle di tipo quantitativo, nella prospettiva di far fissare una soglia di tolleranza pari ad almeno l'1%.

Ciò schiuderebbe le porte all’accettazione della logica del "fatto compiuto" ovvero della contaminazione ambientale "di fondo", a carico di colture OGM-free, per la contiguità con colture GM una volta che venisse autorizzata l’immissione in commercio di quest’ultime.

In merito ai possibili effetti sulla contaminazione di fondo andrebbe approfondito l'impatto del documento DOC SANCO/1542/00 del 25 aprile 2001, con il quale la Commissione Europea sottopone al Comitato permanente sulle sementi una proposta di direttiva che, oltre ad un piano di campionamento ed analisi sulle sementi, introduce soglie di tolleranza della contaminazione da OGM variabili a seconda delle caratteristiche botaniche delle specie coltivate, mentre per il metodo biologico la contaminazione accidentale da OGM rimane fissata a zero secondo le prescrizioni del Reg. 2092/91.

In particolare la proposta prevede le seguenti soglie di contaminazione accidentale da OGM:

Tali tolleranze esprimono il grado di contaminazione ammesso su sementi convenzionali da semi transgenici già autorizzati alla coltivazione; in caso di semi transgenici non autorizzati, la soglia di tolleranza rimarrebbe pari a zero (valore comunque teorico, in quanto tecnicamente definito come un livello di contaminazione per il quale vi è una probabilità inferiore al 5% di accettare come esente da OGM una partita di sementi che in realtà contiene lo 0,1% di OGM non autorizzato).

  1. articolazione tra numerosi soggetti istituzionali delle competenze per i controlli sugli OGM

La problematica OGM, investendo aspetti ambientali, agricoli e di sicurezza alimentare, risulta trasversale ad ambiti di competenza di diversi ministeri (MiPAF, Ministero Salute, Ministero Ambiente) e, su scala regionale, dei corrispondenti Assessorati; per l’agricoltura biologica subentra inoltre la competenza degli Organismi di controllo autorizzati ai sensi del D. Lgs. 220/95.

A livello di aziende agricole i controlli possono essere ricondotti alle seguenti casistiche principali:

  • controlli per verificare il rispetto della moratoria comunitaria per la coltivazione in campo degli OGM;
  • controlli finalizzati a verificare il rispetto degli impegni di cui ai Piani di Sviluppo Rurale, laddove gli stessi contemplino sostegno finanziario agli operatori agricoli che si impegnano a non utilizzare OGM nelle filiere vegetali e zootecniche;
  • controlli finalizzati a verificare il rispetto del divieto all'utilizzazione, da parte dei produttori biologici, di materiale OGM; divieto introdotto dal Reg. CEE 2092/91 per sementi e materiale di propagazione e dal Reg CE 1804/99 per l'alimentazione in zootecnia. Trattandosi di controlli che competono agli OdC andrebbero verificate le relative procedure adottate dagli Organismi di controllo e validate dal MiPAF.

Sarebbe opportuno programmare e differenziare gli ambiti operativi delle istituzioni interessate, al fine di evitare sovrapposizioni o buchi nel sistema di controllo ed ottimizzare l’impiego di risorse umane e finanziarie.

2) La reale disponibilità di seme OGM-free

- Lo scenario UE

La problematica OGM è strettamente connessa al basso grado di auto approvvigionamento UE di sementi per le grandi colture seminative; in particolare, per le colture a maggior rischio OGM la situazione relativa al 1999/00 risultava la seguente:

 

 

 

coltura

Import sementi

% su fabbisogno

Principali provenienze dell'import UE

Mais

70.000 T

21%

45% Ungheria, 31% USA, 10% Cile

Soia

15.000 T

68%

88% USA, 12% Canada

colza

4.000 T

20%

49% USA, 4% Canada

cotone

7.000 T

58%

86% USA, 10% Australia

Fonte dati: Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura di Roma

Se si considera la sola posizione degli USA, risulta che l'aggregato di mais, soia, colza e cotone esprime un volume di export verso l'UE di circa 43.000 T di sementi/anno, senza considerare che un volume altrettanto significativo è prodotto direttamente in ambito comunitario da società USA quali Pioneer, Asgrow, Cargill, ecc; il grado di dipendenza dall'estero nell'approvvigionamento di semi è stato peraltro consacrato dagli accordi sottoscritti in sede WTO, per cui gli USA interpretano come barriere commerciali le scelte strategiche dell'Unione Europea in materia di OGM, che sottendono invece la volontà di difendere un modello produttivo agricolo non massificato, altrimenti soccombente alle economie di scala.

- Lo scenario nazionale

Come noto colture quali soia, mais e colza risultano tutte di grande rilevanza per i sistemi seminativi (in aggregato coprono circa il 15% della SAU nazionale, in particolare sono investiti a soia 240.000 Ha di SAU ed a mais circa 1.400.000 Ha, di cui 1.100.000 da granella e 300.000 da insilato o da foraggio fresco).

Le migliori garanzie dell’assenza di contaminazioni accidentali derivano solo dalla disponibilità di seme prodotto in Europa o in contesti dove non vengono impiegate varietà GM, perché in assenza di una loro adeguata segregazione, la probabilità di una contaminazione accidentale risulta significativa.

Essendo la produzione di seme GM oggetto di moratoria in ambito comunitario, le nostre produzioni sementiere dovrebbero avere un adeguato grado di sicurezza per quanto attiene il rispetto della soglia zero.

In realtà il grado di autosufficienza dell'Italia per la produzione di seme è pari a circa il 35% per il mais e di circa il 27% per la soia (4.500 T su 17.000).

Il dato, già di per sé impressionante per valutare il nostro grado di dipendenza dall’estero, diventa drammatico se si guarda a quanto della produzione di seme derivi da selezioni operate in ambito nazionale: meno del 10% degli ibridi di mais e meno dell’1% dei semi di soia in commercio sono frutto di costituzioni italiane!

Per il mais, essendo le costituzioni commerciali delle linee ibride, bisogna approfondire quanti dei 3.000 Ha da seme coltivati in Italia (e massimamente concentrati in provincia di Cremona) siano investiti a linee parentali di selezione nazionale; da dati acquisiti presso breeders italiani risulta che solo una piccola quota delle linee impiegate per produrre il seme italiano siano state in realtà ottenute in Italia piuttosto che negli USA, e quindi già sui parentali potrebbe essere presente un livello di contaminazione accidentale per la mancata segregazione delle linee all’origine.

Per la soia, invece, la quota di seme importato è falsata per difetto in virtù del fatto che le cultivar di soia non sono ibride, ovvero può essere impiegato anche il seme riprodotto F2, F3, ecc. In sintesi, la soia da seme può essere importata come soia per uso alimentare, salvo destinarla poi alla semina; ciò è frequente anche in relazione alla possibilità di eludere il fisco (il prezzo della soia da seme è notevolmente maggiore di quello della soia alimentare…). Se si va a verificare quali siano le costituzioni di soia nazionali, emerge infatti che sono solo due varietà, selezionate dall’ERSA Friuli e moltiplicate su circa 300 Ha da una piccola casa sementiera.

E’ evidente che qualunque ipotesi di lavoro sulla problematica OGM presuppone un significativo adattamento dell’industria sementiera nazionale ai nuovi scenari: essa appare infatti inadeguata non solo a garantire una quota significativa dei fabbisogni, ma la debolezza strategica è nella carente selezione di varietà non GM, in quanto gran parte dell’attività si concentra nella moltiplicazione di costituzioni operate in Paesi extra UE senza adeguate garanzie di segregazione.

Vero è che il processo di globalizzazione che ha investito il comparto delle sementi determina pesanti barriere in entrata: l’entità degli investimenti necessari è tale da favorire la formazione di posizioni dominanti se non di veri monopoli, considerato che la sola Piooner investe 150 miliardi l’anno in ricerca e sviluppo, controlla il 60% del mercato del mais e 10 ibridi esauriscono il 50% di tutte le costituzioni impiegate in Italia, con una forte semplificazione del pool genico, fenomeno gravissimo dal punto di vista ecologico, che finisce con l’alimentare a sua volta la necessità di introdurre geni esogeni per conferire resistenze a popolazioni vegetali pressoché uniformi ed esposte nel lungo periodo a fenomeni repentini di superamento delle difese introdotte.

Modelli alternativi pur tuttavia esistono e sono vicini: la Francia, grazie all'organizzazione dei produttori di cereali, controlla direttamente la produzione nazionale di seme di mais, arrivando a coprire il 70% dei fabbisogni.

La necessità assoluta è pertanto un piano di sviluppo sementiero che coinvolga Istituzioni, ricerca scientifica, selezionatori, produttori agricoli ed associazioni di categoria, che appare l’unica soluzione efficace nel medio periodo. Per affrontare l’emergenza andrebbe verificata la reale disponibilità di semi OGM-free costituiti in ambito UE ed andrebbe rivisitato il tentativo messo in campo a febbraio scorso in ambito MiPAF di commissionare ad altri Paesi la produzione di seme di mais e soia OGM-free, di fatto abbandonato dopo che è emersa la necessità di acquisire una particolare deroga alle normative comunitarie in materia di commercializzazione delle sementi, verificando anche l’opportunità di far ricorso a Paesi con fotoperiodo più assimilabile a quello europeo.

  1. approvvigionamento alimenti OGM-free per la filiera zootecnica

  2. Come noto il Reg. Ce 1804/99, all'Allegato I lettera B punto 4, introduce il divieto di impiegare alimenti, materie prime per mangimi, mangimi composti, additivi per mangimi, ausiliari di fabbricazione dei mangimi prodotti con l'impiego di organismi geneticamente modificati o di prodotti da essi derivati.

    Attualmente la filiera mangimistica non è in grado di garantire il rispetto di tale prescrizione per tutti i prodotti a base di mais e soia, che in base ad alcuni monitoraggi in corso risulterebbero significativamente contaminati da OGM.

    Al riguardo bisogna tener conto delle possibili modalità di reperimento di alimenti nella filiera zootecnica biologica, e precisamente:

    produzione aziendale di materie prime per l'alimentazione animale

    da seme certificato biologico conforme all'art. 6 par. 2 lettera a) del Reg. CEE 2092/91 (ovvero senza OGM);

    da seme convenzionale, impiegato in deroga all'art. 6 paragrafo 1 lettera c) del Reg. 2092/91 (possibile solo entro il 31/12/03, ovvero ancora per le 2 prossime campagne di semina).

    Approvvigionamento extraziendale di alimenti convenzionali

    in deroga alle prescrizioni dell'allegato 1 lettera B punto 4 del Reg CEE 2092/91 come integrato dal Reg CE 1804/99, fino al 24 agosto 2005 è possibile introdurre nella razione alimenti convenzionali in ragione del 10% per gli erbivori e del 20% per le altre specie su base annua e con riferimento alla sostanza secca; nella razione giornaliera si può arrivare fino a punte del 25% di alimenti convenzionali.

    Contrariamente alla zootecnia convenzionale, dove è ammesso l'uso di alimenti da piante OGM, per la zootecnia biologica l'allegato 1 lettera B punto 4 del Reg CEE 2092/91 come integrato dal Reg CE 1804/99, dispone che "alimenti, materie prime per mangimi, mangimi composti, additivi per mangimi…ausiliari di fabbricazione dei mangimi non devono essere stati prodotti con l'impiego di organismi geneticamente modificati o di prodotti da essi derivati".

    Al riguardo i problemi investono l'approvvigionamento di soia e mais OGM-free. In Italia si coltivano circa 240.000 ettari di soia, con una produzione di circa 750.000 T di granella; l'industria mangimistica (dati Assalzoo) assorbe circa 3.300.000 T di granella, quindi la produzione nazionale copre circa il 22% dei consumi, e sarebbe possibile coprire adeguatamente i fabbisogni della zootecnia biologica se si disponesse di seme certificato da agricoltura biologica.

    Tuttavia nessuna casa sementiera ha finora dichiarato all'ENSE di disporre di seme di soia ottenuto secondo il metodo biologico; ciò in quanto tutto il seme riprodotto in Italia è costituito da materiale F2 o F3 proveniente da costituzioni F1 americane, ovvero ottenute in presenza di colture OGM senza vincolo di segregazione; su 21 costitutori aderenti all'Assoseme solo una società dispone di materiale selezionato in Italia (2 varietà costituite dall'ERSA del Friuli); alcune partite di seme saranno disponibili solo il prossimo anno.

    Analogamente, per il mais, dai dati ENSE risulta che la disponibilità di ibridi ottenuti secondo il metodo biologico è limitata alla produzione di soli 36 ettari da seme sull'intero territorio nazionale.

    In tale situazione alcuni Organismi di controllo hanno sospeso la certificazione ai mangimifici, sia per l'oggettiva carenza di soia alimentare OGM-free, sia in relazione alla mancata separazione tra linee di lavorazione per i mangimi bio e convenzionali. Ministero della Salute e MiPAF si accingono ad emanare un decreto che, tra l'altro, dovrebbe fissare i termini di adeguamento degli impianti di lavorazione; se tali termini risultassero eccessivamente ampi, ciò determinerebbe un rischio elevato di contaminazione accidentale.

    E' evidente che all'atto dell'entrata in vigore del Reg. CE 1804/99 non sono stati adeguatamente valutati dalle Istituzioni e dagli Organismi di controllo tutti gli elementi di rigidità presenti nella filiera zootecnica; oggi gli operatori si trovano a fronteggiare una situazione complessa, con Organismi di controllo ancora una volta divergenti sulla praticabilità della certificazione ai mangimifici che, in base al D.M. 28 marzo 2001, devono garantire la conformità del prodotto immesso in commercio.

    Allo stato, dati i presupposti sommariamente segnalati, da più parti si fa strada la condivisibile proposta di porre in moratoria per almeno un anno la soia dai mangimi per la zootecnia biologica.

  3. La crisi da "fame" di concentrati proteici

Approfondendo la problematica della nutrizione animale emerge con chiarezza che il problema dei problemi è rappresentato dalla sostenibilità ecologica, economica e tecnica di razioni alimentari a sempre maggiore concentrazione proteica.

Ciò in quanto il miglioramento genetico ha garantito, negli ultimi 40 anni, uno spettacolare miglioramento delle performances produttive (in particolare per le razze bovine da latte) fondato sulla crescente efficienza di conversione produttiva dei carboidrati contenuti nei cereali e delle proteine, in presenza di una capacità di ingestione, legata al volume del rumine, che è rimasta sostanzialmente invariata. Da qui la necessità di forzare le razioni alimentari con alimenti sostitutivi dei foraggi di leguminose, base classica per la somministrazione di proteine, in modo da non pregiudicare l’assunzione "ad libitum" dell’insilato di mais che, garantendo l’apporto di carboidrati, costituisce la base energetica limitante ai fini del metabolismo e quindi del volume di produzione.

Il valore strategico della soia è tutto nella elevata concentrazione di proteine digeribili presente nei panelli di estrazione (42% sul peso secco a fronte di un valore del 12% di un fieno con buone caratteristiche, che impegna, a parità di peso, un ingombro molto maggiore nella "caldaia" rappresentata dal rumine).

Se si considera, infine, che una farina di carne contiene mediamente il 67% di proteine digeribili, si comprende l’impatto che la mangimistica (e le sue aberranti deviazioni) ha esercitato nel sostenere gli indirizzi del miglioramento genetico, fortemente (se non quasi unicamente) orientato a garantire una più rapida conversione di carboidrati e proteine vegetali in latte e carne.

La zootecnia biologica si trova perciò esposta ad un doppio salto all’indietro: non solo non ha mai potuto far ricorso alle farine animali (oggi escluse anche dalla zootecnia convenzionale a seguito della dimostrata relazione con la sindrome della BSE) ma si trova a dover sostanzialmente rinunciare all’introduzione di soia nelle razioni grazie alla pervasività del materiale OGM di provenienza extraeuropea.

D’altro canto gli altri semi oleosi coltivati in ambito UE (colza, girasole, mais) hanno un tenore proteico molto inferiore alla soia (dal 30 al 60% in meno) ed il loro impiego come fonte proteica inciderebbe pesantemente sui bilanci aziendali (le razioni incidono per il 75% sui costi di allevamento).

In presenza della necessità di surrogare circa 315.000 T di farine animali impiegate annualmente in Italia nella zootecnia convenzionale, l’effetto sostituzione impone un maggior impiego di circa 710.000 T di soia, che comporterebbero la conversione di circa 220.000 Ha di superficie solo per i fabbisogni del convenzionale.

A livello UE, se la sostituzione delle farine avviene con soia, occorrono 5.900.000 T di prodotto, che corrispondono a circa 1.700.000 Ha di superficie coltivata (ovvero circa il 15% di tutta la superficie agricola italiana!), addirittura 2.800.000 Ha se la sostituzione avvenisse con mais.

E’ evidente l’impatto enorme anche sull’evoluzione degli indirizzi comunitari: incrementare la produzione di proteine vegetali diventa, allo stato, un obiettivo prioritario (nel lungo periodo il problema andrebbe però affrontato radicalmente, riducendo l’inefficiente consumo umano di proteine animali a favore delle proteine vegetali: solo riequilibrando la catena alimentare si potranno realmente rimuovere le cause di uno squilibrio che abbiamo esportato anche nei PVS pregiudicandone ogni possibilità di sviluppo sostenibile).

Un primo passo per un recupero produttivo delle foraggere leguminose è rappresentato dal Reg. CE 1038/01 del 22 maggio 2001, che consente, ai produttori agricoli biologici beneficiari del regime di aiuti sul "set aside" (ritiro dei seminativi dalla produzione) di mantenere il beneficio pur destinando a leguminose la superficie ammessa a premio; tale provvedimento, seppur motivato in termini di miglioramento di fertilità dei suoli destinati a leguminose nell’ambito delle rotazioni obbligatorie previste dal Reg. CEE 2092/91, rappresenta in sostanza il primo tentativo, pur se assolutamente insufficiente, di affrontare i problemi della zootecnia biologica, in presenza dei vincoli derivanti, a monte, dagli accordi WTO che limitano le superfici coltivabili in ambito UE a semi oleosi (tra cui la soia), ed a valle dall’impossibilità di importare soia da Paesi extra-UE senza esporsi ad un elevato rischio di contaminazione da OGM.

Tutto ciò accade proprio mentre Agenda 2000 riduce il sostegno ai semi oleosi in seguito agli accordi sottoscritti in sede WTO!

E’ evidente che l’emergenza proteine è un problema che va affrontato nell’architettura stessa degli accordi di Agenda 2000, dando forza alle proposte del Copa-Cogeca che prevedono di:

Conclusioni

Dalla disamina di uno scenario così complesso ed articolato emerge con chiarezza la necessità di un coordinamento nazionale che affronti i problemi tecnici in tutta la loro criticità. L’alternativa è una sterile denuncia delle situazioni di non conformità alle norme comunitarie, con danni pesantissimi a carico dei produttori agricoli chiamati a pagare le conseguenze delle inefficienze di sistema finora non adeguatamente esplorate e mai affrontate.

Le soluzioni praticabili nel breve periodo risultano peraltro insoddisfacenti: ciò, però, non può costituire l’alibi per non affrontare il problema degli OGM in tutta la sua gravità per un Paese come l’Italia che fa della tipizzazione delle produzioni e della sicurezza alimentare la sua bandiera strategica per lo sviluppo del sistema agroalimentare.

La tracciabilità delle produzioni, a partire dalla semina in campo, non può perciò rimanere una mera dichiarazione di principio, ma un’opportunità da praticare e che non mancherebbe di far emergere in pieno tutte le incongruenze sommariamente richiamate.

Accanto alle problematiche tecniche esiste un forte problema politico, in quanto la Politica Agricola Comunitaria è affetta da un forte strabismo; sul piano dei principi la UE si è data regolamenti che pongono in moratoria la coltivazione di varietà OGM, in concreto tutta la PAC seminativi che scaturisce da Agenda 2000 (documento adottato quando i problemi erano già noti in tutta la loro gravità) appare impostata per non contrastare, se non addirittura favorire, il ricorso a materiale OGM.

Sarebbe opportuno, perciò, che sulle ipotesi di lavoro di seguito riportate si sviluppasse un progetto d’intervento che accanto alle Istituzioni coinvolga tutti i soggetti interessati, dalle organizzazioni di categoria ai produttori sementieri, evitando l’ennesimo scaricabarile che sarebbe solo a danno dei produttori agricoli.

 

IPOTESI DI INTERVENTO

1) Problematica delle analisi:

  1. individuare un’autorità responsabile dell’aggiornamento dei sistemi di rilevamento;
  2. garantire ai laboratori nei diversi Paesi l’accesso a dettagliate informazioni genetiche relative per ogni singola cv. OGM (in pratica, all’atto stesso della notifica o dell’autorizzazione) il costitutore deve garantire la distribuzione dei kit di riferimento per le analisi in tutti i Paesi);
  3. organizzare ring test nazionali, per garantire una migliore uniformità di analisi.

2) coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali con competenze sui controlli; potenziamento dei controlli sulle partite di soia e mais in ingresso sul mercato UE.

3) contratti interprofessionali per l’acquisizione di seme certificato OGM-free; verificare la praticabilità degli accordi internazionali per acquisire seme certificato da Paesi che si impegnano nella produzione di sementi OGM-free.

4) Piano sementiero nazionale per adeguare l’offerta di materiale OGM-free.

5) definizione distanze minime di semina del materiale GM a seconda delle specie (in caso di autorizzazione all’introduzione sul mercato di costituzioni GM).

6) Elaborazione di linee guida per evitare contaminazione incrociata nella fase di trasformazione dei mangimi (importante se il decreto in preparazione al Ministero per la Salute manterrà a 18 mesi o più il termine di adeguamento per la separazione delle linee di lavorazione dei mangimifici).

7) prescrivere che gli Organismi di controllo, nel proporre il loro piano di campionamento al MiPAF innalzino ad almeno il 25% la quota di aziende zootecniche sottoposte a campionamento ai fini dei controlli sugli OGM

8) programmi di informazione dei consumatori, con promozione del prodotto OGM-free.

9) messa in mora per un anno della soia dai mangimi per la zootecnia biologica.

10)revoca, per i semi di soia e mais, della deroga riconosciuta ai produttori biologici fino al 31/12/03 (in pratica evitare l’impiego in agricoltura biologica di sementi convenzionali non certificate OGM-free già dalla prossima annata agraria).

11) promuovere l’impiego e la produzione di biocarburanti (i semi oleosi alla base della loro produzione garantiscono sottoprodotti ricchi di proteine del tutto idonei all’alimentazione animale).

12) accordare alle superfici a semi oleosi eccedenti gli accordi WTO un sostegno pari a quello ammesso per i cereali o, in alternativa, applicare ai semi oleosi integrazioni di prezzo del tutto analoghe al modello USA del "loan deficiency payment" per sostenere i redditi senza incidere sulle ragioni di scambio dei prodotti extraeuropei.

13) aumentare di almeno il 30% l’aiuto concesso per le colture proteiche specifiche (non proteoleaginose) quali fava, favetta, pisello proteico e lupino dolce.

14) aumentare significativamente la superficie UE per la produzione di fieno disidratato ammessa a sostegno (oggi l’intervento copre una quantità di 4,4 milioni di T di fieno disidratato e di 0,4 milioni di T di foraggi essiccati al sole).

15) promozione di un tavolo tecnico permanente aperto a contributi di soggetti privati e delle associazioni ambientaliste per il monitoraggio della situazione e della reale incidenza degli interventi messi in atto.

 

Tabella 2: percentuali di colture OGM sul totale per specie (dati Agrisole)

Tipo di resistenza

Anno 2000

Anno 2001

soia

mais

Cotone

soia

Mais

cotone

ad insetti

-

18%

15%

-

18%

13%

a diserbanti

54%

6%

26%

68%

7%

22%

insetti e diserbanti

-

1%

20%

-

1%

24%


Tabella 3: le norme nazionali e comunitarie sugli OGM

Atti normativi

Oggetto

Direttiva CEE n. 220/1990

Sottopone ad autorizzazione l'immissione di OGM nell'ambiente

D. Lgs. N. 92 del 03/03/93

Recepisce la direttiva CEE n. 220 del 1990 e disciplina le richieste di autorizzazione alle autorità nazionali per le immissioni di OGM nell'ambiente

Reg. CE 258/97 del 27/01/97

Definisce le procedure di autorizzazione per l'immissione in commercio degli alimenti con OGM e la relativa etichettatura

Reg. CE 1139/98 del 26/05/98

Mais e soia OGM e relativi prodotti ottenuti prima del Reg. CEE 258/97 devono essere etichettati conformemente a tale Regolamento

Reg. CE 1804/99

Vieta l'impiego in agricoltura biologica di alimenti e mangimi contenenti OGM

Direttiva CE n. 18 del 12/03/01

Da recepire in Italia entro il 2002, abroga e sostituisce la Direttiva CEE n. 220 del 1990; regolamenta l'emissione deliberata di OGM nell'ambiente

D. Lgs. 206 del 12/04/01

Recepisce la direttiva Ce n. 81 del 1998 di modifica della direttiva CEE n. 219 del 1990 relativa all'impiego confinato di microrganismi GM

Reg. CE 49/2000 del 10/01/00

Modifica il Reg. CE 1139/98 esonerando dall'etichettatura i prodotti contenenti un tenore max dell'1% di ingredienti OGM sul totale dell'ingrediente medesimo (per gli alimenti destinati all'uomo esenzione dell'indicazione in etichetta della presenza accidentale di OGM)

D.M. 28 marzo 2001

Impone che il fornitore di mangimi attesti l'assenza di OGM dai prodotti immessi in commercio

 

Il giorno 25 settembre in occasione del workshop su "Agricoltura biologica e OGM: un’incompatibilità da difendere" sono state approfondite alcune problematiche tecniche e normative inerenti il rischio di contaminazione da organismi geneticamente modificati per le produzioni vegetali e zootecniche conseguite con il metodo di produzione biologico di cui al Reg. CEE 2092/91.

Al fine di garantire ai produttori biologici di poter operare in un quadro di certezza e nel rispetto delle normative comunitarie, gli Organismi promotori del workshop chiedono alle istituzioni competenti di prendere atto della gravità del problema e di voler considerare le proposte scaturite dall’incontro.

In particolare è necessario:

- ottimizzare il sistema di controllo, tramite la standardizzazione dei metodi di analisi e il coordinamento delle funzioni ripartite tra i diversi soggetti competenti (OdC, Regioni, MiPAF, Salute, Ambiente, ecc.);

- garantire alla filiera vegetale la disponibilità di sementi prive di contaminazione accidentale ed alla filiera zootecnica la disponibilità di alimenti OGM-free;

- rendere disponibile l’enorme patrimonio di antiche varietà conservate nelle banche del germoplasma per tutelare le biodiversità attraverso il metodo di produzione biologico;

- messa in mora per un anno della soia dai mangimi per la zootecnia biologica;

- proporre una revisione degli accordi di Agenda 2000, incrementando significativamente sia le superfici a proteolaginose che il sostegno finanziario alla produzione di piante proteiche alternative alla soia.

Le proposte formulate possono rappresentare una base di confronto, cui le Associazioni non faranno mancare il loro ulteriore contributo, per la difesa di un metodo di produzione che rappresenta una delle punte di diamante dell’agricoltura di qualità.