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RISPOSTA AL DOCUMENTO DI CONSULTAZIONE DELLA COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EROPEE

1. Verso una visione globale e strategica

Innanzitutto, per fornire una risposta adeguata al documento di consultazione della Commissione Europea, ci pare necessariao una chiarificazione terminologica: la parola "biotecnologie" rischia di risultare ambigua, nella sua genericità. Possiamo, infatti, definire biotecnologie tutte quelle tecnologie che utilizzano processi biologici, come ad esempio le fermentazioni. In tal senso le biotecnologie esistono da quando l’uomo ha cominciato ad usare in modo razionale ciò che aveva attorno a sé: è biotecnologia la produzione del vino, della birra, del pane, dello yogurt, perché per fare queste cose si utilizzano microrganismi. Ma spesso si usa il termine "biotecnologie" per riferirsi alle cosiddette biotecnologie innovative e così sembra fare anche il documento della Commissione. Le biotecnologie innovative sono tecniche che utilizzano le conoscenze della moderna biologia: dalla struttura cellulare, alla genetica fino alla biologia molecolare. E uUn particolare tipo di biotecnologia innovativa, l’ingegneria genetica, permette di modificare l’informazione genetica degli organismi viventi, trasferendo geni da una specie ad un’altra, dando origine, per transgenesi, a organismi geneticamente modificati (OGM). La Commissione, quando cita le biotecnologie, sembra riferirsi esclusivamente a questa tecnica, cioè all’ingegneria genetica, quando cita le biotecnologie, mentre vi sono molte altre biotecnologie innovative (come le colture cellulari, la riproduzione in vitro, la ricombinazione omologa, l’utilizzo di microrganismi in processi industriali, ecc.) che non producono organismi transgenici, e non sollevano pertanto le perplessità di ordine ambientale, sanitario ed etico che pongono gli OGM.

È E’ quindi chiaro che nel seguito del testo ci occuperemo, riferendoci alle biotecnologie, solo dei problemi connessi agli OGM, alla transgenesi e all’ingegneria genetica e non a tutte le altre possibili e interessanti biotecnologie innovative, perché questo è il vero obiettivo della Comunicazione della Commissione Europea. In particolare questo contributo farà riferimento all’ipotesi di utilizzo di OGM nel settore agroalimentare.

A tal proposito, osserviamo con perplessità l’impostazione del documento della Commissione, che sembra dare per scontato l’esistenza di un consenso dei consumatori e degli operatori in materia di utilizzo e sviluppo delle biotecnologie, nonostante i dubbi dell’opinione pubblica a riguardo siano ben noti all’Europarlamento. Riteniamo perciò indispensabile e inderogabile una valutazione dell’opinione dei cittadini sull’utilizzo di tali tecnologie. Il documento di consultazione, inveceinfatti, pur sostenendo la necessità di un ampio coinvolgimento di tutte le parti interessate nel dibattito sullo sviluppo delle scienze della vita, non mette mai in dubbio ciò che è necessario venga discusso prioritariamente: il reale bisogno di sviluppare le potenzialità dell’ingegneria genetica in campo alimentare.

La Comunicazione della Commissione Europea, anche evitando di esaminare i problemi specifici che sorgono nei diversi campi applicativi delle biotecnologie, cerca di imporre il superamento di tutti i legittimi dubbi sul fatto che i presenti risultati dell’ingegneria genetica rappresentino una reale esigenza per l’agricoltura, soprattutto nell’attuale momento in cui i consumatori tendono a privilegiare la tipicità, la qualità e la sicurezza dei prodotti. Riteniamo che le biotecnologie possano costituire una nuova, grande opportunità per l’uomo se applicate in campo medico per la cura delle malattie, ma chiediamo maggiori garanzie per il loro utilizzo nel settore agroalimentare, facendo prevalere il principio di precauzione come definito nella raccomandazione della Commissione Europea del 2 febbraio 2000.

2. Potenzialità e impatto delle scienze della vita e della biotecnologia

Per ciò che riguarda i rischi potenziali per i consumatori e per l’ambiente, il problema fondamentale nell’utilizzo delle biotecnologie è costituito essenzialmente dall’alto livello di imprevedibilità che comporta il trasferimento di un gene da una specie ad un’altra, quando i due partners non siano interfecondi. Inserire in un ospite un gene "estraneo", soprattutto se questo interagirà con il metabolismo del ricevente, determina può determinare scompensi imprevedibili a priori. Perciò, pensiamo sia indispensabile favorire tutte le condizioni per approfondire le conoscenze sui potenziali effetti a medio e lungo termine dellae biotecnologietransgenesi sulla salute dell’uomo e sull’ecosistema.

Anche tralasciando l’esame delle note problematiche ambientali e sanitarie, e concentrando il discorso soltanto su alcune conseguenze economiche derivanti dall’impiego di OGM in agricoltura, va preliminarmente evidenziato come, secondo un recente rapporto della Direzione Generale Agricoltura dell’UE, con l’introduzione degli OGM attualmente in commercio nelle colture europee, non sarebbero riscontrabili sostanziali vantaggi economici per gli agricoltori.

In termini generali, è necessario rilevare come l’elevato contenuto tecnologico dei prodotti GM risulti penalizzato dalla dinamica dei prezzi in base alle note leggi economiche del mercato dei prodotti agricoli (rigidità della domanda rispetto al prezzo del prodotto: il consumo non varia con il cambiamento del prezzo; rigidità della domanda rispetto al reddito del consumatore: la spesa totale del consumo non cresce con il crescere del reddito). È indubbio che il progresso tecnico determina una riduzione dei costi di produzione, ma è stato anche osservato che l’agricoltura non ha la facoltà di controllare il prezzo dei propri prodotti. Perciò, in questo settore, ad una contrazione dei costi di produzione, nel lungo periodo, corrisponde anche un calo del prezzo dei prodotti offerti, con una conseguente diminuzione del reddito per il produttore agricolo.

È inoltre possibile che, con l’utilizzo di prodotti GM, l’agricoltore perda in parte il potere di organizzare il processo produttivo secondo la propria iniziativa, e che assuma sempre più importanza il settore industriale quale fornitore del materiale di propagazione e dei mezzi tecnici necessari alla produzione, e quale sbocco del prodotto finito. In questo modo, si tende a ridurre la possibilità di scelta e di negoziazione dell’agricoltore, cancellando il suo ruolo di gestore dei fattori della produzione (manodopera, terra, ecc.) e accentuando la sua dipendenza dalle poche multinazionali che hanno il monopolio del know how nel settore biotecnologico.

In particolare, per il settore agricolo italiano, caratterizzato prevalentemente da aziende di media e piccola dimensione, all’interno delle quali le produzioni di qualità risultano maggiormente strategiche rispetto a quelle di quantità, l’introduzione di OGM potrebbe risultare perfino antieconomica, imponendo un confronto insostenibile sul piano dei costi e prospettando il rischio di una pesante omologazione dei prodotti agroalimentari. L’Italia, essendo dotata di un grande patrimonio di biodiversità agricola e di una tradizione di produzioni tipiche da tutelare, dovrebbe porsi l’obiettivo di garantire all’agricoltura biologica e a quella convenzionale di convivere con l’agricoltura biotecnologica senza subire il rischio di contaminazioni, dal momento che l’inquinamento genetico riduce irrimediabilmente il valore della specificità delle colture.

Non si deve però trascurare il fatto che la creazione di un sistema che garantisca l’assoluta separazione delle filiere produttive, nello sforzo di consentire la difficile convivenza tra produzioni di qualità e tradizionali, e coltivazioni transgeniche, ha dei costi molto elevati che rischiano di trasferirsi, in primo luogo, sui produttori agricoli che non facciano uso di OGM e che siano interessati a tutelare le proprie colture da eventuali contaminazioni e, in secondo luogo, sugli stessi consumatori. Nell’analisi dei costi, infatti, debbono essere considerati anche i sostanziali aumenti derivanti dalla necessità di certificazione dei prodotti contenenti/non contenenti OGM, al fine di fornire ai consumatori la possibilità di scelta e assolute garanzie.

Alla luce di queste considerazioni riteniamo che possa essere sviluppata, una via europea alla competitività, capace di creare posti di lavoro, e basata su quella conoscenza che, pur essendo stata acquisita in ben venti anni di ricerca, non è ancora stata fatta propria da chi opera direttamente sul mercato. Il nostro auspicio è che il finanziamento delle ricerche sia orientato a soluzioni capaci di produrre piante biotecnologiche a basso rischio che non soppiantino i prodotti locali di qualità, che migliorino limitate caratteristiche produttive, mediante l’introduzione di varianti utili di geni esistenti nella stessa specie. Solo con il perfezionamento di una generazione del tutto nuova di prodotti a basso impatto e ad alta qualità, si potrebbe creare un’area di mercato ad aumentata competitività, derivante dal mantenimento delle caratteristiche nutrizionali e di appetibilità dei prodotti originali.

Non si tratta quindi di mettere in atto più ampie o migliori strategie informative, ma, come si è detto nel paragrafo precedente, di cambiare radicalmente il sistema attuale di ricerca e produzione. Proprio questo cambio strategico potrebbe, a nostro avviso, avvicinare l’economia europea all’obiettivo cruciale definito a Lisbona nel Marzo 2000: diventare l’economia più competitiva e dinamica basata sulla conoscenza.

Anche tralasciando l’esame delle note problematiche ambientali e sanitarie, e concentrando il discorso soltanto sugli aspetti connessi all’analisi costi-benefici derivanti dall’introduzione degli attuali prodotti GM in agricoltura, va rilevato come il loro elevato contenuto tecnologico risulti penalizzato dalla dinamica dei prezzi legata alle note leggi economiche del mercato dei prodotti agricoli (il consumo non varia con il cambiamento del prezzo; la spesa totale del consumo non cresce con il crescere del reddito; la terra ha una produttività decrescente); e come, secondo un recente rapporto della Direzione Generale Agricoltura dell’UE, con l’introduzione degli OGM attualmente in commercio nelle colture europee non si produrrebbe alcun vantaggio economico per gli agricoltori.

Per il settore agricolo italiano, prevalentemente caratterizzato da aziende di piccole dimensioni e orientate verso produzioni di qualità, piuttosto che di quantità, l’introduzione di OGM potrebbe risultare perfino antieconomica, imponendo un confronto insostenibile sul piano dei costi e prospettando il rischio di una pesante omologazione dei prodotti agroalimentari. L’Italia, essendo dotata di un grande patrimonio di biodiversità agricola e di una tradizione di produzioni tipiche da tutelare, dovrebbe porsi l’obiettivo di garantire all’agricoltura biologica e a quella convenzionale di convivere con quella biotecnologica senza subire il rischio di un inquinamento genetico, che ridurrebbe irrimediabilmente il valore della specificità delle proprie colture.

Alla luce di queste considerazioni riteniamo che possa essere sviluppata, una via europea alla competitività, capace di creare posti di lavoro, e basata su quella conoscenza che, pur essendo stata acquisita in ben venti anni di ricerca, non è ancora stata fatta propria di chi opera direttamente sul mercato. Il nostro auspicio è che il finanziamento delle ricerche sia orientato a soluzioni capaci di produrre piante biotecnologiche a basso rischio che non soppiantino i prodotti locali di qualità, che migliorino limitate caratteristiche produttive, mediante l’introduzione di varianti utili di geni esistenti nella stessa specie. Solo con il perfezionamento di una generazione del tutto nuova di prodotti a basso impatto e ad alta qualità, si potrebbe creare un’area di mercato ad aumentata competitività, derivante dal mantenimento delle caratteristiche nutrizionali e di appetibilità dei prodotti originali.

Non si tratta quindi di mettere in atto più ampie o migliori strategie informative, ma, come si è detto nel paragrafo precedente, di cambiare radicalmente il sistema attuale di ricerca e produzione. Proprio questo cambio strategico potrebbe, a nostro avviso, avvicinare l’economia europea all’obiettivo cruciale definito a Lisbona nel Marzo 2000: diventare l’economia più competitiva e dinamica basata sulla conoscenza.

3. Innovazione e competitività

Per quanto attiene alla protezione giuridica delle innovazioni biotecnologiche attraverso l'attuale sistema dei brevetti, non possono sottacersi alcune perplessità. Il principio secondo il quale il patrimonio genetico del pianeta possa essere acquisibile come proprietà esclusiva è assai discutibile, oltre ad essere incoerente con gli stessi requisiti normativi che sottendono alle concessioni brevettuali – quali la condizione di novità ed invenzione relative all'oggetto della protezione – ed a numerose convenzioni internazionali: la Convenzione sul Brevetto Europeo (1973), La Convenzione di Rio de Janiero sulla Biodiversità (1992), la Dichiarazione dell'Unesco per la Difesa del Genoma Umano (poi inserita nella Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, 1997), la Convenzione sulla Bioetica del Consiglio d'Europa (1996).

Ma, al di là delle remore di carattere etico, rilevanti preoccupazioni sono legate al fatto che la concessione di brevetti su geni ed organismi viventi, così come previsto dalla normativa in vigore, possa costituire un ostacolo alla libertà di ricerca, scoraggiando lo studio di quei materiali biologici per i quali sia richiesto il pagamento dei diritti di proprietà intellettuale, ed aumentando la sproporzione già evidente tra le possibilità della ricerca privata e di quella pubblica. Inoltre, questo tipo di regolamentazione porterà ad una dipendenza degli agricoltori che utilizzeranno semi brevettati dalle condizioni imposte dal possessore del brevetto, nonché una crescente dipendenza dei Paesi poveri (ma geneticamente ricchi) da quelli economicamente ricchi (ma geneticamente poveri) che possiedono i brevetti.

Allo stato attuale delle cose siamo favorevoli ad un sistema europeo dei brevetti, che potrebbe rivelarsi utile alle imprese del continente, ad alcune condizioni:

  • Che venga esclusa la possibilità di estendere la privativa industriale su geni, sequenze geniche ed organismi viventi, essendo questi patrimonio inalienabile dell'umanità e non riconducibili adpotendo essere considerati come invenzioni dell'uomo.
  • Che siano predisposte forme sui generis di protezione delle invenzioni inerenti ai materiali biologici, diverse dal brevetto industriale, basate su diritti collettivi relativi alle risorse geniche ed in grado di tutelare democraticamente gli interessi della società. Un tale sistema dovrebbe basarsi sul differenziamento del tipo di privativa in relazione alla natura ed alla funzione del materiale biologico in esame, che rispecchi il differente impatto ambientale, economico, sociale ed etico delle diverse tipologie di organismi modificati (nel caso delle varietà vegetali ad esempio un modello di riferimento potrebbe essere il sistema UPOV78). Si renderebbe a tal fine necessaria la costituzione di un organismo europeo che regolamenti, caso per caso, la concessione delle succitate forme di protezione, avvalendosi di adeguate consulenze specialistiche di carattere biologico, giuridico, economico, sociale, politico ed etico.
  • Che l’Europa assuma finalmente una posizione autonoma in favore di una modifica degli accordi TRIPS e, di conseguenza, della legislazione brevettuale internazionale, in modo che si eviti la brevettazione di sbarramento sui processi fondamentali e sugli strumenti molecolari di base. Ciò permetterebbe anche alle piccole imprese di affrontare le prime fasi di ricerca, evitando di dover sostenere costi iniziali troppo elevati.
  • Che la competitività europea non sia affidata esclusivamente allo strumento brevettuale, ma soprattutto ad un’innovazione reale di ciclo e di prodotto.
  • Che i Paesi in via di sviluppo possano godere di un principio di maggior favore, possano cioè evitare di pagare royalties qualora necessitino assolutamente di tecnologie o prodotti posti sotto brevetto. Per questi Paesi si renderebbe necessaria una legislazione brevettuale sui generis, elaborata con la partecipazione delle comunità autoctone e locali, così come previsto anche dall'art. 27/3 del TRIPSs.
  • Che venga riconosciuta la responsabilità civile e penale dei detentori dei brevetti relativi ad organismi geneticamente modificati da applicarsi in caso di danni all'ambiente o alla salute umana.

Il settore pubblico potrebbe giocare un ruolo molto importante anche con una quantità limitata di finanziamenti se, concentrandosi sulla ricerca di base sulla dinamica dei genomi e sulla produzione di nuovi processi e nuovi strumenti, affidasse poi alle imprese il ruolo di tradurli in prodotti. Potrebbe quindi essere molto utile che le strutture pubbliche brevettassero le innovazioni, e ne concedessero poi l’utilizzo alle imprese europee a condizioni di maggior favore. E non sarebbe da scartare l’idea di usare una parte della spesa pubblica proprio per creare una base di dati, metodi e strumenti, utilizzabili dalle piccole imprese "start up" al lancio della loro attività. Fra le difficoltà che queste imprese hanno in Europa, oltre alla minore quantità di venture capital, vanno infatti considerati il basso livello di capitale iniziale utilizzabile ed il costo elevato degli strumenti di base.

Le risorse umane in Europa sono potenzialmente adeguate tanto è vero che l’emigrazione ad alto livello di know-how, verso gli Stati Uniti ed altri Paesi extracomunitari, è considerevole. Quello che manca in Europa, e in particolare nei Paesi mediterranei, è la possibilità di un livello di vita adeguato e di un’offerta di lavoro competitiva ai giovani. Spetta agli Stati Membri ed alle politiche dell’Unione Europea trovare i modi per migliorare la situazione.

I sistemi fiscali europei sono molto eterogenei, ed eterogenee, soprattutto, sono le regole per ottenere finanziamenti. In Italia i finanziamenti pubblici alle imprese sono farraginosi, limitatissimi e spesso costituiscono più un aggravio, per le complicate operazioni contabili, che un effettivo stimolo alla ricerca e sviluppo. Il sistema regolatorio europeo invece è complessivamente positivo e riteniamo che la sua rigidità sia essenziale per aumentare la potenziale accettazione, da parte dei consumatori, dei prodotti da immettere sul mercato.

4. Ricerca

Per quanto riguarda la ricerca scientifica, riteniamo che il riconoscimento della sua centralità sia assolutamente necessario al fine di permettere all’Europa di competere culturalmente a livello mondiale. In particolare, iIl campo delle biotecnologie è probabilmente quello in cui è più importante potenziare l’Area di Ricerca Europea con una sua strategia specifica che permetta, sulla base di un forte impulso alla ricerca di conoscenze, metodi e strumenti innovativi, lo sviluppo di una nuova generazione di prodotti sicuri, di alta qualità e a basso impatto ambientale. Gli strumenti per diffondere conoscenze e tecnologie non possono che essere numerosi e flessibili. Fra questi la brevettazionelo sviluppo e la divulgazione da parte delle istituzioni pubbliche pubblico, non dei prodotti finiti, ma di metodi, processi, strumenti molecolari; si ritiene però necessario fissare dei criteri di trasparenza e la possibilità per i singoli cittadini di sapere chi fa cosa, e con quali fini sociali.

Ci pare inoltre opportuno richiedere che nel sesto programma quadro di ricerca e sviluppo e nel sesto programma di azione per l’ambiente sia incentivata la ricerca sia sui rischi ambientali e sanitari degli OGM, che sulle biotecnologie innovative diverse dalla transgenesi, coerenti con progetti di sviluppo sostenibile e di difesa della biodiversità naturale e agricola.

I sistemi educativi non devono in alcun modo separare le conoscenze sulle conquiste dell’ingegneria genetica, da un’analisi razionale delle sue applicazioni tecnologiche che ponga in primo piano la necessità della salvaguardia della salute, dell’ambiente, delle culture. È essenziale che la scienza, e in particolare una delle sue applicazioni, la biotecnologia, si apra al dialogo con l’esterno, per evitare il sorgere di una contrapposizione frontale tra due schieramenti che possa impedire lo sviluppo di una nuova generazione di biotecnologie. La trasparenza e il dialogo sono necessari non tanto per aumentare l'accettazione dei prodotti biotecnologici, quanto perché scienziati e tecnologi, aprendosi alla spiegazione, possano diventare capaci di recepire le istanze provenienti complessivamente dalla società. La mancanza di questo confronto è il principale ostacolo alla svolta strategica che ha portato la scienza a superare la visione meccanicistica della vita, ma che ancora non sembra in grado di raggiungere le sue applicazioni.

5. Implicazioni etiche

Le implicazioni etiche relative all’utilizzo e allo sfruttamento economico di organismi geneticamente modificati sono molteplici. Appare perciò indispensabile che, nonostante le differenze culturali e sociali tra i vari Stati membri, vi sia l’applicazione di principi etici concordati, sulla base dei quali modulare tutti gli interventi delle Autorità e le scelte politiche, economiche e normative in materia.

Dal punto di vista etico è necessario ribadire che con la manipolazione genetica si arrivano a creare, attraverso scambi di geni altrimenti impossibili, specie viventi non presenti in natura. Appare pertanto necessario chiedersi fino a che punto sia giusto estendere il campo delle applicazioni in materia. Sotto questo profilo, muovendo dal principio generale del primato della persona umana e della sua vita, e dalla considerazione che non si possano e non si debbano mai anteporre a tale primato interessi di tipo economico, si può affermare che la ricerca e le sue conseguenti applicazioni sono accettabili e condivisibili soltanto a condizione che siano volte ad un miglioramento della qualità della vita dell’uomo.

Da un punto di vista etico, quindi, si potrebbe affermare che l’impiego di talidelle biotecnologie può essere giustificato dall’esigenza di risolvere alcuni problemi di parte della popolazione del pianeta o di alleviarne le sofferenze. Tuttavia è ancora ampiamente dibattuto se i benefici derivanti dall’utilizzo delle di tali biotecnologie, soprattutto in campo agroalimentare, siano superiori ai rischi che tale utilizzoimpiego comporta, tra i quali i. possibili danni alla salute dell’uomo e all’ambiente naturale, e neppure quellii pericoli connessi all’aggravio delle differenze sociali esistenti. Il know-how biotecnologico appartiene infatti, per ora, a poche grandi aziende multinazionali che hanno la forza di imporre sui mercati i loro prodotti e le loro procedure, e possono arrivare a controllare l’intero processo agricolo a scapito dei piccoli coltivatori.

Ciò premesso, sembra utile intensificare le attività del Gruppo Europeo di Etica, anche ipotizzando un ruolo attivo dei consumatori/cittadini al suo interno, al fine di redigere un vero e proprio decalogo che tenendo conto delle principali problematiche che l’impiego degli OGM pone, fissasse dei limiti, non alla ricerca, bensì alle sue potenziali applicazioni ed al loro sfruttamento.

 

 

6. Atteggiamento dell’opinione pubblica e partecipazione della collettività

Su questo punto, l’impostazione del documento di consultazione lascia piuttosto perplessi. È infatti evidente la volontà della Commissione di "rafforzare il consenso", mentre sarebbe importante procedere ad un esame oggettivo delle questioni, e favorire il confronto e lo scambio di opinioni tra tutti gli attori che operano in questo campo ed i cittadini, per evidenziare le possibilità, le problematiche e le perplessità derivanti dall’impiego e dall’utilizzo degli OGM. Tuttavia, la questione su quale debba essere il ruolo dei diversi soggetti interessati nel contribuire al dialogo pubblico è piuttosto controversa, poiché è particolarmente difficile identificare fonti d’informazione autorevoli e super partes.

Auspichiamo perciò l’istituzione di un Osservatorio sulle biotecnologie costituito da rappresentanti di tutte le parti sociali interessate: dai differenti attori della ricerca e della produzione (lungo tutta la filiera produttiva), ai rappresentanti delle sedi istituzionali e, soprattutto ai rappresentanti dei consumatori e delle Associazioni che si interessano della difesa dei diritti dei cittadini, dell’ambiente, della salute ecc. Le finalità dell’Osservatorio dovrebbero essere, oltre a quella di raccogliere, organizzare e rendere disponibile a tutti coloro che lo richiedano l’informazione scientifica, tecnico-economica, normativa e mediatica, quelle di:

  • fungere da organismo di garanzia per la diffusione di informazione corretta, indipendente e trasparente;
  • promuovere consapevolezza e conoscenza sulle valutazioni economico-sociali delle biotecnologie e sui rischi ambientali e sanitari che possono essere connessi con la diffusione degli OGM, sia in circolazione che in fase di studio;
  • raccogliere informazioni sulle attività sperimentali e di ricerca in atto;
  • fungere da sede di confronto tra i diversi soggetti, privati e pubblici, impegnati nella ricerca e nella produzione, nonché tra i diversi attori sociali coinvolti nel dibattito sulle biotecnologie;
  • garantire la diffusione delle informazioni al pubblico e alle diverse istituzioni amministrative.

Quanto ad un corretto equilibrio tra soluzioni per la società e meccanismi per salvaguardare la libertà di scelta dei cittadini, sosteniamo con forza il diritto dei consumatori di essere adeguatamente informati, e di avere corrette indicazioni sulle etichette, e quindi di poter liberamente decidere tra alimenti ottenuti da coltivazioni tradizionali e prodotti GM.

7. Regolamentazione e gestione

Allo stato attuale delle conoscenze disponibili, richiediamo le più alte cautele nel rilascio di OGM nell’ambiente. In particolare chiediamo che, a livello europeo, sia un’Autority scientifica indipendente ed autorevole ad esprimere pareri definitivi in merito ai rischi potenziali derivanti dall’uso di OGM, a definire protocolli di validazione più rigorosi e a coordinare autonome verifiche dei protocolli di validazione presentati dalle case produttrici

Riteniamo altresì indispensabile che vengano istituite modalità di monitoraggio sia nella fase di coltivazione in campo seguente all’autorizzazione, sia nelle successive attività di trasformazione, con la definizione di una procedura di intervento rapido in caso di insorgenza di problemi relativi alla sicurezza degli alimenti. E che venga rivista la disciplina in materia di responsabilità ambientale e di responsabilità per danno da prodotto difettoso, prevedendo un sistema di onere della prova e specifiche cause di esenzione da responsabilità (soprattutto per le ipotesi di contaminazione accidentale), al fine di creare un modello adeguato, che si adatti alla peculiarità del settore e della problematica. Occorrerà, nel contempo, introdurre un sistema di riconoscimento delle responsabilità (e di risarcimento dei danni) in caso di incidenti, e una fonte di finanziamento dei costi addizionali per la sicurezza.

Sarà infinepoi necessario garantire la tracciabilità e l’etichettatura di tutti i prodotti agroalimentari geneticamente modificati, al fine di stabilire l’identità, la storia e l’origine dei prodotti stessi. Obiettivi della tracciabilità saranno:

  1. monitorare le pratiche agricole, anche per fornire agli agricoltori indicazioni e suggerimenti;
  2. ritirare i prodotti che si dovessero rivelare pericolosi per la salute umana e per l’ambiente;
  3. agevolare l’identificazione ed il controllo degli effetti indesiderati e a lungo termine sull’ambiente e sulla salute delle persone e degli animali.

L’etichettatura, a nostro parere, deve essere uno strumento di comunicazione e non di marketing, con l’obiettivo di fornire informazioni quanto più complete agli acquirenti ed ai consumatori. Anche per quanto riguarda gli OGM, quindi, l’etichetta dovrà agevolare le scelte dei consumatori e proteggerli contro pratiche false e ingannevoli, permettendo loro di scegliere tra prodotti ottenuti da coltivazioni tradizionali e prodotti ottenuti impiegando biotecnologie.

Un discorso a parte merita, infine, il problema delle soglie di contaminazione: filiere cosiddette OGM free, ma con soglia di contaminazione (ad esempio 1%), rischiano di porre notevoli difficoltà alla nostra agricoltura. Anzitutto verrebbe a crearsi un sistema a tre filiere (e non a due), caratterizzato da: prodotti realmente OGM free, come previsto obbligatoriamente per prodotti biologici; prodotti tendenzialmente OGM free, ma con soglia di contaminazione; e prodotti transgenici, etichettati OGM. Una simile situazione avrebbe costi e porrebbe problemi inaccettabili per agricoltori e consumatori.

Inoltre è indispensabile differenziare il concetto di soglia per i prodotti finali, da utilizzare nell’alimentazione, da quello per i prodotti intermedi e soprattutto per le sementi o altri prodotti utilizzati per propagazione delle piante. Mentre una accidentale contaminazione presente nel cibo, come potrebbe riscontrarsi in un prodotto ritenuto OGM free, si esaurisce nel rischio per il consumatore (ad esempio rischio di intolleranze o allergie), una contaminazione anche limitata nelle sementi, o in altro materiale di propagazione, da un lato determinerebbe un pericoloso rischio di inquinamento genetico in tutte le filiere e nelle varietà spontanee, con rischi per l’ambiente e per la biodiversità, e, dall’altro, si ripercuoterebbe lungo tutta la filiera, fino ai prodotti finali (cibo consumato dai cittadini), con un potenziale effetto amplificatore. Infatti, un inquinamento delle sementi di poco meno dell’1% significherebbe la presenza di centinaia di semi transgenici, e quindi di piante, per ogni ettaro coltivato. Il risultato sarebbe la transgenicità non solo dei derivati ottenuti dalle piante nate da quei semi, ma anche di quelli ricavati dalle piante da loro impollinate. Potenzialmente l’effetto moltiplicatore potrebbe vanificare qualunque ipotesi di filiere separate. La larga diffusione dell’inquinamento genetico, ammessa da tutte le più recenti ricerche e dal Regolamento europeo 49 del 2000, non si risolve dunque accettando soglie di contaminazione nelle sementi, ma, al contrario, garantendo agli agricoltori l’acquisto di semi realmente esenti da OGM. D’altra parte, a tutt’oggi, non sono disponibili metodi quantitativi ritenuti attendibili e validati per valutare la reale percentuale di OGM contaminanti, per cui l’unico dato certo che si può avere dalle analisi di un campione è la presenza o l’assenza di OGM.L’etichettatura, a nostro parere, deve essere uno strumento di comunicazione e non di marketing, con l’obiettivo di fornire informazioni quanto più complete agli acquirenti ed ai consumatori. Anche per quanto riguarda gli OGM, quindi, l’etichetta dovrà agevolare le scelte dei consumatori e proteggerli contro pratiche false e ingannevoli, permettendo loro di scegliere tra prodotti ottenuti da coltivazioni tradizionali e prodotti ottenuti impiegando biotecnologie.

8. La dimensione internazionale

Molti degli organismi internazionali che sono stati coinvolti nei processi autorizzativi hanno fallito nell’applicazione dei principi di massima tutela collettiva. Le strategie di governo dell’UE, pur non potendo ignorare il contesto internazionale, dovrebbero garantire la tutela delle diverse culture agricole ed alimentari che contraddistinguono molti paesi comunitari dal resto del mondo. L’applicazione del Protocollo sulla Biosicurezza che sancisce, tra l’altro, il diritto dei singoli paesi del consenso informato per l’importazione di OGM e l’eventuale applicazione di veto nel caso in cui i rischi siano valutati eccessivi, è l’unico strumento che al momento può tutelare dall’esportazione selvaggia di OGM, e dovrebbe perciò essere rinegoziata con il WTO. Oggi è infatti assolutamente necessario garantire una ragionevole convivenza con i Paesi del Sud del mondo, e ciò significa permettere a tali paesi di partecipare ai vantaggi derivanti dall’impiego delle biotecnologie, ma anche impedire loro di danneggiare l’ecosistema e la salute del resto del pianeta, attraverso la proliferazione di OGM di cui non sono in grado di garantire la sicurezza.

A fronte di vantaggi incerti, ii rischi dell’introduzione di OGM nelle colture di questidei Paesi del Sud del mondo paesi. Tali rischi sono essenzialmente tre:

  1. Sicurezza – se le biotecnologie comportano un certo rischio sanitario ed ecologico, questo rischio aumenta in presenza dei vincoli lenti e dei controlli carenti tipici dei paesi in via di sviluppo. Il Sud del mondo potrebbe diventare un enorme campo sperimentale per il rilascio di OGM.
  2. Biocolonialismo – è un rischio connesso alla nascita di nuovi monopoli. Il know-how biotecnologico appartiene infatti, per ora, a poche grandi aziende multinazionali che hanno la forza di imporre sui mercati i loro prodotti e i loro processi. I paesi del Sud del mondo rischiano così di diventare aree di produzione di cibi transgenici, senza ottenere da ciò benefici economici, che rimarrebbero ad appannaggio delle multinazionali del primo mondo (questo rischio è reso più drammatico dai brevetti che pendono sulle sementi).
  3. Erosione della biodiversità – La coltivazione intensiva di poche piante GM nel Sud del mondo potrebbe risolversi nell’abbandono di numerose varietà di specie locali. Questa situazione, oltre a rappresentare un pericoloso impoverimento biologico e dietetico, potrebbe esporre questi paesi a gravi carestie.

Quanto alla partecipazione più equa dei Paesi in via di sviluppo ai vantaggi derivanti dall’impiego della biotecnologia, è necessario, innanzitutto, evitare il diffondersi della biopirateria, cioè lo sfruttamento economico della risorse genetiche del Sud del mondo da parte delle multinazionali, senza il pagamento di un equo corrispettivo. In secondo luogo sarebbe auspicabile una nuova disciplina della brevettabilità che permettesse ai paesi in via di sviluppo di poter godere di un principio di maggior favore (che esiste, a livello mondiale, anche in campo farmaceutico).

 

Dott. Maurizio Zucchi
Direttore Qualità
Coop Italia

Dott.ssa Manuela Panzacchi
Responsabile biotecnologie Legambiente Nazionale

Dott. Ivan Verga
Vicepresidente VAS

Dott. Paolo Bedoni
Presidente Coldiretti