VAS

Unisciti a VAS, Sali a bordo !
::storia di vas  ::circoli vas  ::statuto  ::sala stampa ::costruisci vas  ::mailing list


ASSEMBLEA NAZIONALE

ASSOCIAZIONE VERDI AMBIENTE E SOCIETA’


GRAND HOTEL “LA PACE”
SANT’AGNELLO DI SORRENTO, 27 – 28 – 29 FEBBRAIO 2004

RELAZIONE DI GUIDO POLLICE


Eccoci qua insieme a discutere, verificare le ragioni del nostro esistere.
Non mi va di percorrere la strada dell’ovvietà, della ritualità, insomma di una relazione introduttiva tipica dei congressi ai quali la maggior parte di noi è stata per ragione e convincimento abituata a partecipare.
Ciò che mi accingo a fare sono una serie di ragionamenti che vorrei mettere in circolo per vedere se siamo in sintonia e per mettere a regime come si suol dire questa nostra “modesta” avventura che dura ormai da dodici anni.

Si, acqua ne è passata sotto i ponti, e con l’acqua cose buone ma anche cattive.
Non poteva essere altrimenti. Siamo nati e abbiamo agito nelle condizioni peggiori e in una fase politica che definire devastante forse non rende l’idea.
Tutti noi pensavamo che la fine della Seconda Repubblica portasse una ventata di aria nuova, un fiorire di iniziative, di dibattiti e con ciò l’approccio diverso al modo di stare insieme, di organizzarsi, di incidere nella realtà. 

Davanti ai nostri occhi abbiamo la devastazione della politica, il trionfo dell’individualismo, la crisi dei partiti, la stagnazione dell’associazionismo, la difficoltà materiale a muoverci; il tutto condito - come si diceva una volta – dall’aggravarsi del quadro di riferimento internazionale.
Noi abbiamo vissuto così pericolosamente in questi dodici anni e come si può immaginare non è stata una passeggiata.

Abbiamo professato modestia e umiltà, serietà e professionalità, abbiamo cercato di doppiare il nostro Capo Horn, ora siamo in pieno oceano, un po’ ammaccati ma consapevoli che se vogliamo continuare a navigare dipende solo da noi.

Ecco il nodo cruciale: ciò che sapremo fare partendo da noi stessi.

Intanto spero che nessuno metta in discussione il nostro esistere, proprio ora che cominciamo – dopo anni –  a mietere risultati.

Nella nostra ragione sociale c’è il richiamo alla ONLUS, ciò vuol dire che dovremmo essere socialmente utili e che quindi dobbiamo ricoprire un ruolo certo nello scontro in atto che è chiamato a decidere se le risorse del Pianeta costituiscono l’elemento essenziale e rinnovabile per garantire la prosecuzione della vita.

Fin dalla nostra costituzione, e per alcuni di noi prima ancora, abbiamo posto al centro della nostra azione e riflessione la questione ambientale che vuol dire modello di produzione e stili di vita, quale tipo di energia, modifica delle attuali regole del commercio mondiale, sicurezza alimentare, blocco e non produzione di OGM in agricoltura, accesso e fondi alla ricerca scientifica svincolata dalla logica del profitto.

Vedete, non ho molto di nuovo da dire rispetto al passato. 
Ripartiamo da questo assunto. Ci muovono ancora emozioni, valori, tensione etica.
Allora permettetemi una digressione diciamo così poco ortodossa che piacerà a qualche amico e compagno incamminatosi sulla strada della spiritualità e per questo prenderò in prestito alcune considerazioni che mi hanno colpito e che ho ritrovato nella montagna di carta e di articoli che periodicamente metto da parte ripromettendomi di leggere e di utilizzare in seguito. 

Mi riferisco all’attualità del discorso sul rapporto uomo e natura:

“Si conosce veramente poco sulle relazioni dei primi uomini con l’universo: immaginiamo semplicemente che le loro difficoltà rispetto agli eventi naturali fossero grandi e che la paura facesse parte del quotidiano.
E’ a partire dal momento in cui l’uomo cominciò a registrare le proprie impressioni sul mondo nel quale viveva, che nacquero però la consapevolezza di sentirsi parte di un tutto e il riconoscimento costante della propria partecipazione all’equilibrio della natura, al gioco della vita, alla “danza cosmica”.
Questo sentimento di identificazione con la natura si ritrova nelle iniziali manifestazioni delle culture primitive ed, in seguito, apparterrà a tutte le grandi culture antiche, infatti possiamo osservare tale relazione nei riti e nelle arti cinesi, babilonesi, egizie, greche, indiane, islamiche, così come in quelle anglosassoni e celtiche.
Anche nella chiesa cristiana delle origini, nei mistici, la natura è vissuta in intima unione e commozione.
Nelle Americhe, le culture indigene hanno espresso profondamente l’amore verso la terra in cui vivevano, verso le sue foreste, i fiumi, i cieli, gli animali e strenuamente hanno difeso tutto ciò dal conquistatore bianco che, nella maggior parte dei casi, ha segnato una storia di saccheggio e di violenza.
Nel secolo XIX, mentre i Romantici d’Europa tentavano di ristabilire una relazione ormai spezzata, con la natura, si diffondeva la rivoluzione industriale che, se da un lato offriva una speranza di vita a popoli cronicamente affamati, dall’altro apriva la strada a inurbamenti “disumani” e all’abbandono dei campi.
La conoscenza si dirige ora soprattutto verso la ricerca esasperata e lo sfruttamento a tutto campo delle risorse del Pianeta: l’era industriale si è pienamente insediata, viene messa sul trono “la nuova dea”, la Tecnologia. Ovunque è evidente il desiderio di conquista e di predazione, nei confronti della natura.
Fino a quando gli uomini si preoccuperanno per l’ambiente solo al fine di evitare catastrofi immediate o di generare guadagni, non avremo possibilità di invertire il processo. 
Le lotte per la preservazione della vita saranno effettive solo quando l’umanità capirà che fa parte di questo grande Organismo vivo, che sta per essere distrutto dalla voracità di alcuni.
Il conquistatore minaccia la sua propria esistenza e quella di tutti noi.
La trasformazione dell’ambiente in opportunità di affari ha sostituito il rito di partecipazione all’equilibrio cosmico.
E’ necessario investire in una rieducazione dell’uomo, che gli insegni la comprensione ed il rispetto per e con le altre forme di vita.”

E’ utopia tutto ciò? In buona parte si. Non vedo altre strade praticabili se non cambiamo noi stessi e con noi i nostri interlocutori e i soggetti a cui rivolgiamo la nostra attenzione.

La nota inviata a tutti in preparazione di questa Assemblea diceva che siamo pervasi dal vecchio modo di fare politica, senza un respiro nuovo non si parla ai giovani, non li si conquista alle cause.

Ho partecipato a due Social Forum Mondiali e devo dire che quel che ho visto mi ha entusiasmato anche se con moderazione.

Le manifestazioni erano importanti ma ciò che colpiva erano i seminari tematici dove alla carica emotiva si univa la spasmodica voglia di confrontarsi e di sapere. 

Qui sta la chiave di tutto per cui vale la pena di confrontarsi, discutere, fare sintesi, avere ruolo e ragione per stare insieme.

Siamo in grado di accettare questa sfida? Dipende da noi. Non siamo certo noi che cambieremo il mondo (è probabile il contrario), ma è certamente nello spirito, nella volontà che si misura il cambiamento.
La quotidianità è figlia di una logica perdente e spesso comporta mediazione e ricerca a tutti i costi della compatibilità, senza essere catastrofici possiamo oggi dire che siamo arrivati ad un punto di svolta del nostro agire.

Questa consapevolezza deve essere però di tutti.

Ho l’impressione che c’è qualcosa che ci tarpa le ali. Sarà forse che non abbiamo un’adeguata struttura centrale. Sarà che voliamo alto con contenuti alti e poi non siamo in grado di valorizzare ciò che abbiamo fatto.

Ivan in una delle lettere che mi indirizza ogni tanto quando gli prende lo sconforto (non può usare con me l’e-mail per noti motivi) addebita ciò alla sindrome del basso profilo che costituisce il nostro vero piombo alle ali, condannati dal fatto che non ci siamo dati un obiettivo diverso da quello della sopravvivenza alla fine di una stagione in cui c’era la politica. Ha ragione e torto nello stesso tempo.
Ha ragione perché abbiamo fatto della nostra Associazione un punto di riferimento nelle morte gore dell’ambientalismo nostrano senza però pavoneggiarci.
Ha torto perché in una società come la nostra tutta centrata sull’apparire e non sull’essere, non si va alla guerra senza mezzi e con pochi uomini, per giunta con un debito storico che ci perseguita.
Senza dimenticarci che sul fronte più significativo della nostra azione, quello del BIOTECH, abbiamo a che fare con alcune dello lobbies più forti del mondo e mi continuo a domandare come facciamo a resistere (ma su questo Ivan potrà dirci come abbiamo fatto).

La nostra ultima Assemblea è stata fatta all’insegna di un ambientalismo in movimento.
Vorrei che questa fosse contrassegnata dall’ambientalismo della ragione.
“Ragione” perché se si ha la consapevolezza che bisogna uscire dalla morsa in cui ci hanno relegato si può sperare in un’esplosione delle contraddizioni storiche e da queste far crescere quel movimento capace di coniugare la partecipazione popolare alla difesa della natura intesa nella sua complessità di Biodiversità.
Qualcuno ha auspicato per l’ambientalismo l’approdo ad un nuovo umanesimo.
E’ una sfida da raccogliere ed un percorso da sperimentare. 
Ci sono tutte le condizioni, anche se abbiamo l’orgoglio di esserci cimentati per primi con tutto il blocco dei ragionamenti che abbiamo fatto in questi anni.

A questo punto vorrei introdurre altri elementi di discussione che già si trovavano nella nota per l’Assemblea.
La politica è la ragione fondamentale per cui vale la pena di confrontarsi, discutere, fare sintesi, avere ruolo e ragione per stare insieme e fare Associazione.
Ho detto politica e non pratica partitica, qui sta la differenza fra noi e gli altri.
E’ nello spirito, nella volontà che si misura il cambiamento e non nel tran tran quotidiano e nella mediazione che è figlia della compatibilità. E a pensare che centinaia di migliaia di persone si muovono, lottano e cercano alternative.

Sono a loro che bisogna fare riferimento, partire da loro per programmare, sperimentare, gestire.
Questo non significa che bisogna accodarsi o fare le mosche cocchiere.
Dalle forme di lotta alle elaborazioni che spesso mutano con la velocità del suono bisogna avere l’intelligenza di cogliere il nuovo che avanza, studiare, riproporre, ricercare, essere alternativa e scienza nello stesso tempo.

Le alleanze che si sono saldate sul campo (sindacalisti, consumatori, ambientalisti) soprattutto nella società avanzata propongono scenari su terreni inesplorati.
La mobilitazione di contadini, di popolazione di categorie sociali più disparate sul problema dell’acqua sono un segnale esplosivo.

La consapevolezza sempre più crescente che il modello di sviluppo imposto non è sostenibile sono punti fermi.

Poi naturalmente bisogna fare i conti con la realtà in cui si opera e con la gente che si ha.
La nostra Assemblea Nazionale si propone di completare il rinnovamento del gruppo dirigente e di operare il riposizionamento dell’associazione in coerenza con le funzioni di coesione sociale che, su questioni di primo piano, ha sperimentato con un discreto successo in questi anni. Intendiamo con ciò attrezzare VAS per affrontare una strategia di medio periodo, che convinca una pluralità di organizzazioni ambientaliste, consumeriste e non, della necessità di “fare sistema” e di giungere alla realizzazione di un polo associativo, utile a razionalizzare l’attuale polverizzazione e indispensabile per organizzare e praticare, modernamente, quella nuova sfera di diritti che Norberto Bobbio ha puntualmente definito “di terza e di quarta generazione”.
Del progetto di polo associativo si discute da tempo con gli amici di Coldiretti e di Coop, consapevoli che alle importanti trasformazioni strutturali in corso, che inducono la politica a ridefinirsi e l’economia a rimodellarsi , va corrisposto un analogo aggiornamento in campo sociale, all’altezza di esprimere contrappesi realmente operativi nella gestione dei conflitti, che sul territorio decidono ogni giorno la rinnovabilità delle risorse, la sostenibilità dello sviluppo e la qualità dei diritti.

Rompere gli indugi e iniziare l’esplorazione per rendere concreto questo progetto, è tuttavia una responsabilità che spetta a VAS, che al rigore scientifico e al senso politico della propria azione coniuga uno spirito un po’ corsaro, che la rende agile nei movimenti e duttile nelle interlocuzioni.
In linea di principio abbondano le manifestazioni di interesse alla realizzazione del progetto di polo associativo, ma sappiamo bene anche quali e quante difficoltà dovremo affrontare: dai conservatorismi degli apparati alla presunzione di autosufficienza di piccole lobbies autoreferenziali; dalle ossificazioni presenti nell’arcipelago ambientalista alle tentazioni elettorali in campo consumerista.

Non sarà una passeggiata, ma l’alternativa ad introdurre nella cultura associativa del nostro Paese le positive attitudini di quella anglosassone a fare sistema, in un’ottica di coalizione all’altezza di praticare realmente gli obiettivi, è quella di rassegnarsi ad operare fuori scala nei confronti di una cultura della deregolamentazione che irrora di risorse la ricerca del consenso sociale, attraverso modalità e strumenti inediti, nei confronti dei quali rischiamo solo la figura dei dilettanti allo sbaraglio.

La condivisione del progetto con la parte politica è la prima tappa di questo nostro percorso di esplorazione. Sul piano dei contenuti e delle ricadute: la realizzazione del polo associativo, sull’asse ambientalista-consumerista, determinerebbe un avanzamento operativo in grado di affrontare compiutamente nei conflitti il nodo irrisolto della sostenibilità che è il ben noto “come, cosa e quanto produrre e consumare”. Analogamente, la realizzazione del polo associativo indurrebbe una razionale definizione di compiti e funzioni fra quelli che sono ruoli sociali e ruoli politico-istituzionali. Inoltre determinerebbe una nuova qualità nella dialettica e nelle aspettative dell’arcipelago ambientalista. Sul piano del sostegno: se, come pensiamo, vi è una oggettiva convergenza di interessi con la politica nella realizzazione del progetto qui sommariamente descritto, ci aspettiamo un sostegno vero e convinto che ci consenta di affrontare con mezzi adeguati il non facile percorso.

Su tale blocco di ragionamento cominciamo ad avere i primi risultati del tutto incoraggianti.
Ciò che ha scritto Francesco Baldarelli della direzione dei DS in risposta al nostro invito è significativo per continuare su questo discorso.
“Le tematiche della sostenibilità insieme a quelle della cittadinanza attiva sono sempre più al centro della nostra società.

Il protagonismo diretto dei cittadini, le loro capacità di assumere “su di sé” temi e valori che altrimenti sarebbero scivolati verso l’indifferenza è per noi un punto fondamentale, siamo ancora convinti dell’idea di una società che si migliora e motiva il suo patto sociale.

Il vostro lavoro è stato in questi anni prezioso e per me è un esempio anche per come si intende praticare il rinnovamento della politica e rendere finalmente oggettive le responsabilità delle diverse fasi della rappresentanza sociale ed istituzionale. Federare “il fare sociale” seppur distinto, è una opzione di rilievo che ci sentiamo di condividere e pone a noi stessi un salto di qualità sulla capacità di sintesi che spetta alla politica.

All’idea gramsciana di aderire come strumento politico alle pieghe della società si può rispondere sapendo, come forze politiche, leggere e dispiegare ciò che la società consapevole esprime e organizza con patti programmatici e con scelte soggettive che rappresentino questa volontà.
Siamo convinti che in questo Paese ci siano ancora le condizioni per non cadere nel declino e di non sfociare nel massimalismo o in un giacobinismo indistinto”.

La mia condivisione al ragionamento di Baldarelli parte dalla considerazione che spesso ci siamo accontentati di fotografare la realtà, di lanciare slogan, di esprimere giudizi con la nostra ottica deformata che ci appaga al momento ma non è sufficiente per far crescere un movimento.
Non fatemi scomodare Tom Frank che sull’ultimo numero di Monde Diplomatique va giù pesante nei confronti di una certa sinistra movimentista americana che può, solo per alcuni aspetti, essere rapportata alla nostra e valere anche per molte frangie verdi.
La politica non può essere un esercizio di terapia individuale, di realizzazione personale.
Tantomeno può misurare quella spiritualità tranquillizzante che spesso la sinistra assicura.
Meno ostentazione e più azione, meno frasi fatte e più pratica dell’obiettivo soprattutto quando ci si cimenta su un terreno così difficile come quello dell’ambientalismo.

Partiamo intanto da noi:
il decentramento organizzativo è un imperativo al quale non si può più derogare;
l’autofinanziamento deve essere la pratica concreta che misura la capacità dei circoli di muoversi sul territorio avendo anche l’intelligenza di inserirsi nella contraddizioni che inevitabilmente si aprono;
la comunicazione deve essere aggressiva, intelligente, sempre legata ai fatti concreti, alla realtà. La comunicazione deve essere usata come organizzatore collettivo,
la riscoperta della militanza e del volontariato come quel qualcosa in più per immergersi in una realtà che spesso ci sfugge,
lo studio, la ricerca, l’approfondimento, la professionalità deve essere garantita su tutte le azioni che svolgiamo. Non si può andare avanti improvvisando anche perché non siamo nel “teatrino della politica” dove tutto è permesso,
la denuncia deve essere dettagliata e documentata, tanto per intenderci non possiamo praticare la via giudiziaria fine a se stessa, dobbiamo essere certi che andiamo a colpire e quindi in grado di fornire alle autorità elementi fondati,
è necessario offrirsi, non prostituirsi, a Istituzioni, Amministrazioni, Università (anche perché nessuno ci verrà a cercare) ed essere portatori seri di idee e progetti,
valorizzare ciò che sappiamo fare meglio di altri.

Su OGM, Biodiversità, Educazione Ambientale e Campagne mirate (Amianto, Diritti al Mare, Prevenzione Incendi, Immissioni) concordando con Ivan, vorrei proporvi di praticare la strada della formazione come condivisione dei saperi e la ricerca del consenso.
Quello della formazione è un nodo strategico e, ritengo, che si debba affrontare con il massimo della serietà e della professionalità a noi possibile. Poiché la formazione è uno dei passaggi chiave che può contribuire a caratterizzare e, contemporaneamente, ad espandere una associazione con le nostre specifiche caratteristiche, che esprimono un’alta densità di saperi, ma molto spesso elitari.
E’ preliminarmente necessario che facciate mente locale ai livelli di ambizione che ritenete di mettere in campo, poiché è così che si costruisce il risultato atteso.
Credo necessario il concepimento di una iniziativa di formazione in grado di esprimere un MODULO FORMATIVO, replicabile nel tempo e, dunque, inteso come un PROGETTO IDENTITARIO dell’Associazione e per ciò capace di sostenersi, nel senso del reddito e del consenso generato.
Su tutto ciò e su altro Verga potrà generalizzare proposte fatte per Milano ma valide per tutti.
Vorrei che si prefigurasse un salto di qualità della struttura sociale destinato a modificare profondamente le nostre abitudini e a migliorare la stessa qualità delle relazioni fra i soci. Operare un tale cambiamento in corpo vivo, attraverso un processo che abbiamo definito di condivisione associativa, costituisce la miglior garanzia per ottenere un concreto aumento del tasso di partecipazione, di potenziamento dell’iniziativa, di miglior efficacia delle strutture sociali e non un indesiderato aumento del tasso di burocrazia interna.

Di solito nelle relazioni di un Presidente o di un Segretario uscente si elenca il buono ed il cattivo del lavoro fatto, le luci e le ombre di un’attività intensa, a volte programmata e a volte no.
Vorrei che lo facessero i responsabili dei vari settori con l’avvertenza di fare un bilancio politico e nello stesso tempo aprissero una finestra di prospettive e impegni futuri.

Sull’organizzazione - come motore fondamentale del nostro lavoro, del coordinamento delle strutture periferiche, della loro autonomia – ne parlerà Stefano.
Così come delle dolenti note delle nostre finanze dedicherò un breve intervento nella giornata di sabato.

Ho avuto la fortuna, nella mia lunga militanza politica, di conoscere grandi personaggi; fra questi due sono stati coloro che mi hanno profondamente colpito: Giulio Maccacaro e Laura Conti e a loro possiamo ascrivere la nascita di una coscienza diffusa che ha permesso la discesa in campo del movimento ambientalista.
Un movimento che è andato via via fondando sull’ecologismo scientifico e sulla convinzione della complessità delle relazioni tra società umana e ambiente materiale e storico.
La loro ispirazione, la loro pratica, il loro insegnamento sono un po’ all’origine della mia azione.
L’ultimo Forum Ambientalista Rosso Verde in cui si ritrova Rifondazione Comunista, ha attinto a piene mani dai principi dei due fondatori del pensiero ecologista italiano e per questo alcuni spunti (dietro ai quali leggo la sapiente mano di Fabrizio Giovenale) vorrei riproporli come elementi di un programma.

“Quale altro mondo possibile – In un paese in così rovinosa discesa lungo la china del degrado ambientale (dalle acque potabili alle coste marine, dalle terre agricole ai monti, ai boschi, all’aria mefitica delle città, alle schizofrenie del traffico motorizzato col suo stillicidio di vittime, al logorìo dei valori paesaggistici e storico-culturali), noi ci azzardiamo a proporre di puntare su un sogno. Un sogno che, se fatto da molti contemporaneamente, diventa un bisogno collettivo e un’agenda di conflittualità politica. Il sogno di darci come obiettivo un mondo e un paese diversi, Un mondo, un paese, una società dove i valori di fondo non siano guerre, violenze, quattrini e Pil in aumento, ma, viceversa, il risanamento dell’ambiente di vita comune attraverso il lavoro di tutti come primo modo per assicurare a tutti equamente un futuro e condizioni di vita accettabili.
Il nostro paese ha bisogno di tante cose, certamente non di grandi opere. Che ne dite se si decidesse di piantare alberi per cinquant’anni? Pensate che sarebbe letta come una provocazione? Un paese che scelga come obiettivo prioritario su tutti (così come fu il taglio della canna da zucchero ai primi tempi della Cuba castrista) i rimboschimenti di monti e colline, rive e fiumi, fasce costiere e campagne. Rimboschimenti e cura degli alberi a ragion veduta: con le giuste conoscenze, le giuste tecniche e le giuste scelte di specie vegetali, a seconda dei luoghi e delle situazioni. 
Adatti a consolidare i terreni franosi e in dissesto. A ricostituire i “cicli naturali delle acque”, regolarne le penetrazioni nei terreni attraverso i manti vegetali, assicurare così l’alimentazione di falde sotterranee e sorgenti. A restituire fertilità alle terre agricole. A riportare umidità nei microclimi locali contrastando l’inaridimento che avanza nel Sud. A ripulire l’aria. Ad assorbire anidride carbonica per contrastare l’effetto-serra. A salvaguardare la diversità e la ricchezza dei patrimoni genetici. 
Cambierebbe il lavoro. E comincerebbero anche a cambiare i rapporti di produzione e di lavoro: in ordine alle priorità, allo scambio produzione/natura, alla distribuzione dei redditi e della ricchezza sociale complessiva.

Forse mai come in questo momento storico c'è bisogno di lotta per l'ambiente. Il trionfo del libero mercato, della società capitalistica, dell'ideologia della proprietà privata e del possesso di crescenti quantità di merci, il fastidio per qualsiasi attenzione ai beni collettivi e a controlli dello stato - quello che, per definizione, dovrebbe essere il difensore del bonum publicum - sono sicure condizioni per accelerare i guasti ambientali e i costi relativi, pagati dalle classi meno abbienti, dai popoli più poveri.

La crisi ambientale, come è ben noto, è infatti crisi dei beni collettivi. L'ambiente è l'insieme delle risorse, dei beni - acque, aria, suolo, risorse minerarie - che la natura ha costruito nei suoi lenti cicli geochimici nel corso di milioni di anni, assicurandone la sopravvivenza con le catene biologiche di vegetali/produttori - animali/consumatori - decompositori, questi ultimi addetti al riciclo delle scorie della vita che ridiventano materie prime per la continuazione della vita stessa. E' la vita il fine della vita.

I grandi cicli della natura sono stati turbati dalla comparsa di categorie squisitamente umane e estranee alla natura, come la proprietà privata: quando diecimila anni fa alcuni nostri progenitori si sono trasformati in coltivatori e allevatori, alcuni di questi si sono considerati "proprietari" della terra, degli animali; chi non aveva niente poteva vendere solo il proprio corpo e il proprio lavoro. Con la scoperta della trasformazione delle pietre in metalli e in materiali da costruzione à nata la proprietà della cave e delle miniere; con l'aumento del livello di vita è cominciata l'appropriazione imperialista del sale, dei metalli, dei campi coltivabili, e a poco a poco alcuni stati sono diventati (si considerano) "padroni" del rame, del petrolio, del tungsteno, dei diamanti, dell'acqua, eccetera; gli altri stati che non possiedono le stesse cose se ne appropriano con la guerra.

Non basta; ogni appropriazione di beni fisici della natura da trasformare in merci e in "possesso" è accompagnata dalla formazione di scorie che per forza devono essere messe nei grandi corpi della natura, gratuiti, senza padrone: l'aria, il mare, i fiumi, il suolo, il sottosuolo. Il successo della società capitalistica, del libero mercato, della proprietà privata si traduce inevitabilmente in un impoverimento dei beni della natura e in un peggioramento della qualità ecologica degli stessi beni, quando vengono usati come corpi riceventi dei rifiuti.

Se non si ricostruisce, nella propria mente, questa catena di rapporti fra beni collettivi "della natura" e appropriazione privata degli stessi beni non si potrà mai affrontare seriamente una politica "ambientale". Se non si "inventa" una nuova economia, o, meglio, una nuova politica, non si potranno risolvere non solo i problemi ecologici, ma neanche i connessi problemi fondamentali come occupazione, liberazione del Sud del mondo dalla miseria, popolazione, sicurezza degli anziani, dignità individuale.

Dal momento che i governi nel mondo ormai seguono regole di economia e politica esattamente contrarie a quelle della salvaguardia dei beni della natura, la salvezza può venire soltanto da un movimento di persone, di popoli. C'è bisogno quindi di ambientalismo, di gruppi, di associazioni, ma anche di cautela: c’è un grande agitarsi di associazioni con bilanci miliardari e con le loro burocrazie e competizioni, ci sono ammiccamenti e amicizie fra ecologismo e potere economico e politico, ci sono però piccole comunità locali che si battono per contrastare una qualche violenza che li colpisce direttamente, dalle antenne radio, agli inceneritori, alle discariche di radioattività, ai fumi di un fabbrica, alla diffusione degli OGM, all'appropriazione privata delle acque e del vento.

Il mio amico, compagno e maestro Giorgio Nebbia non è potuto venire alla nostra Assemblea, però mi affida un suo messaggio che recita così:

“Così come lo vedo io, il ruolo dell'ambientalismo è quello del gallo sul tetto. Il gallo vede il pallido chiarore dell'alba e si mette a cantare e sveglia gli abitanti della casa che vorrebbero continuare a dormire, ma che finalmente sono costretti, dal gallo, ad accorgersi che una nuova giornata sta sorgendo, che li chiama al lavoro. Più che surrogare quello che dovrebbe fare lo stato - pulire le spiagge, misurare l'inquinamento, amministrare parchi, dare buoni consigli ai príncipi - l'ambientalismo dovrebbe, a mio modesto parere, costringere lo stato, l'unico che dovrebbe difendere i beni collettivi, a fare il suo dovere. Una forza di opposizione e stimolo costante e rigorosa - e documentata.

Non si dimentichi che i nostri nemici - gli inquinatori, gli speculatori, chi distrugge i boschi per residence e piste di sci, chi fabbrica merci sbagliate lasciando suoli desolati e contaminati, chi costruisce sulle spiagge esponendole all'erosione o sul greto o nelle golene dei fiumi, chi diffonde antenne per telefonia, eccetera… sono protetti, oltre che da governanti infedeli, anche dall'ignoranza delle più elementari regole dell'ecologia. Ignoranza da parte dei governanti, ma anche disinformazione da parte di chi li combatte. La salvezza può venire, a mio modesto parere, dal saper sempre di più dei nostri nemici: lo si è visto, solo per fare un esempio, ai tempi delle centrali nucleari o della discarica di rifiuti radioattivi, quando le popolazioni hanno sventato le avventure dell'Enel, dell'Enea o della Sorin, spiegando perché non si dovevano fare centrali o discariche e non si dovevano fare proprio li.

L'alba che il gallo vede dal tetto e per cui sveglia gli addormentati è quella di una revisione delle regole della produzione e degli affari; il gallo avverte che il Prodotto Interno Lordo è un falso indicatore del benessere perché il suo aumento fa aumentare in modo più che proporzionale l'impoverimento delle risorse naturali e l'inquinamento dell'aria, delle acque e del suolo. Così come lo vedo io, il gallo dal tetto dovrebbe avvertire i dormienti che la salvezza va cercata chiedendosi quante tonnellate di grano possono sfamare l'India, quanti metri cubi di acqua possono rendere fertili le pianure palestinesi, di quante tonnellate di anidride carbonica si deve impedire il flusso nell'atmosfera per evitare i mutamenti climatici.

Il gallo ambientalista dovrebbe anche invitare coloro che chiedono di essere votati alle prossime elezioni a spiegare bene che programmi hanno a proposito della produzione di patate, dei consumi di benzina e di gasolio, della produzione di plastica o di conserva di pomodoro, cioè dei settori da cui, fra gli altri, dipende la composizione chimica dell'atmosfera o le siccità della prossima estate o le alluvioni del prossimo autunno, da cui dipende la disponibilità di acqua potabile di buona qualità”.

Questa splendida sintesi di Giorgio Nebbia mi permette di introdurre un breve discorso sul Partito del Sole che Ride, anche perché domenica mattina dovremmo avere la partecipazione di Pecoraro Scanio alla nostra Assemblea.
Noi comprendiamo bene le difficoltà di tenere in piedi un partito che non è di massa ma che deve competere con altri che, se anche non sono di massa, hanno mezzi ingenti. Questo non può oscurare ragioni e contenuti della scommessa verde.
Indubbiamente con il Congresso Costituente dei Verdi Europei che si è svolto la settimana scorsa è stato fatto un passo in avanti decisivo per uscire da una logica di bottega tutta italiota, tutta ritagliata sulle miserie della politica italiana.
Il dover rincorrere Casini, Di Pietro, Schifani per rispondere alla logica mediatica non rendono un buon servizio a Pecoraro e al Sole che Ride, per giunta appena uscito da polemiche interne con alcuni vizi di frazionismo che tanto spesso hanno reso il più efficace servizio ai conservatori.
Il dover rincorrere la cronaca politica non aiuta la loro uscita dal ghetto.
Ecco perché il respiro globale ed il confronto dialettico con le più svariate esperienze internazionali può aiutare in modo decisivo i Verdi, a condizione che si costruiscano un retroterra di qualità con riferimenti certi ed organizzati, con idee e materiali validi, tali da costituire una robusta corazza politica.
Le battaglie che il Partito dei Verdi quindi dovrà fare, dovranno essere riconosciute da tutti per contenuti, per respiro strategico e non per inseguire i Caruso di turno e tanto meno le contorsioni di Occhetto.
Non pretendiamo di avere e di dare le ricette per un partito, anche perché abbiamo fatto una scelta diversa, ma le sorti del Sole che Ride a noi stanno a cuore perché tutte le volte che i Verdi sono in difficoltà per colpa loro e degli altri, i riflessi si hanno su tutto il Movimento Ambientalista.
La gente comune non fa tanta distinzione; nel bene e nel male accomuna partito e movimento e i danni frenano i movimenti e non fanno decollare la rappresentanza.

Nel nostro piccolo anche noi stiamo sperimentando strade nuove, alleanze diverse.
Abbiamo, prima degli altri, considerato la necessità di confrontarci con storie ben più complesse delle nostre.
La collaborazione con la Fondazione Cousteau ci ha introdotto nell’ampio mondo internazionale, creando poi i presupposti per rivedere ed approfondire il pensiero ed i contenuti del nuovo ambientalismo sociale propugnato da Mikhail Gorbaciov e da Green Cross con opportuni strumenti - da quelli associativi a quelli di proposizione come La Carta della Terra - tesa a unificare principi universalmente condivisi.
Questa condivisione mi ha portato ad assumere con convinzione ruoli dirigenti nazionali ed internazionali in Green Cross ma soprattutto ci è costata una costola della nostra avventura iniziale, Elio Pacilio, che sta intensamente lavorando per far radicare e affermare una proposta diversa da VAS; meno di movimento, ma accomunata da una vocazione altrettanto significativa, quella di avere nei suoi obiettivi la cooperazione internazionale, la solidarietà, la pretesa di lavorare per un governo sostenibile del Pianeta.
Senza dimenticare che in questa avventura siamo riusciti ad entrare in contatto e saldare un’amicizia fraterna e duratura con personaggi dello spessore morale ed intellettuale come Gorbaciov, Rita Levi-Montalcini, Giulietto Chiesa, Shimon Peres, Perez de Cuillar e tanti altri.
In questo doppio ruolo nei primi mesi dell’anno scorso una delegazione composta dal sottoscritto e da Maurizio Paffetti ha partecipato al Social Forum di Porto Alegre e poi ad una serie di incontri con i massimi dirigenti del costituendo nuovo Governo Brasiliano.
Nel mese di aprile con Ivan Verga, Antonio Onorati a Brasilia abbiamo incontrato il Presidente Lula, il suo capo di gabinetto Gilberto Carvalho, il Ministro della Riforma Agraria Miguel Rossetto, il Ministro dell’Ambiente Marina Silva, il Ministro dell’Agricoltura Roberto Rodriguez.
A nostro merito dobbiamo anche dire che finora nessun uomo politico o di governo è riuscito ad oggi ad avere tale riconoscimento ed attenzione per i problemi che abbiamo sottoposto al loro vaglio (credo che sia utile dire che ai primi posti c’erano gli OGM, l’acqua, la fame, la cooperazione).

Non lasciamoci perdere questa occasione; dalla nostra abbiamo idee, competenze, volontà, entusiasmo suffragato da pensieri forti.
Abbiamo qualche palla ai piedi, qualche zavorra che ci frena (la maledetta questione dei soldi) e non potrebbe essere diversamente.
Le catene che dobbiamo spezzare quindi non sono solo quelle metaforiche – e qui la vedo difficile – ma anche quelle vere.
Per romperle e tagliarle abbiamo bisogno di robuste cesoie e di tanta pazienza.
Mi si dice che non c’è alternativa, per esempio, alla mia Presidenza.
Balle, se non la si costruisce, l’alternativa non ci sarà mai.
Capisco (ma non mi adeguo) l’importanza di un capo ma questo non può essere un alibi al mancato ricambio.
Sono cicli che passano, non si può essere uomini per tutte le stagioni.
Quei quattro o cinque che hanno dato vita all’Associazione hanno i capelli bianchi e mi sembra che sia giunto il momento di sganciarsi dalla figura del Padre-Padrone.
E allora mettiamoci d’accordo.
Sono disposto ad accettare un altro eventuale incarico a tempo definito ad essere verificato e quindi procedere al ricambio, ma sono anche a chiedervi un atto di fiducia.
Entro la prima settimana di luglio ci dovrà essere un Consiglio Nazionale che faccia il punto della situazione, verifichi ciò che abbiamo messo in piedi, le proposte di progetti, se sono stata approvate, i rapporti se si sono consolidati, le collaborazioni se si sono consolidate.
Il Consiglio Nazionale che andremo ad eleggere sarà rappresentativo della realtà della nostra piccola e nello stesso tempo grande Associazione e di chi ci può aiutare a crescere.
L’Esecutivo dovrà essere un Esecutivo di responsabilizzazione, non ci sono preclusioni di sorta ma gioco-forza è da Roma che deve agire, non funziona e lo abbiamo già verificato in ruoli decentrati.
Il decentramento vero è quello dei Regionali (dove ci sono), dei Circoli e della pratica dell’autonomia perché solo conoscendo a fondo il proprio territorio si ha ragione di esistere e di incidere.
Ecco, come sempre, tutti i salmi finiscono in gloria.
Non vogliatemene più di tanto.

Non ho parlato di Guerra e di Pace; c’è qualcuno che mette in dubbio la nostra vocazione pacifista?
Spero di no.
Non penso che tutte le volte si debba fare la prova finestra. La nostra piena adesione al Pacifismo non è di maniera.
La guerra distrugge ogni cosa e da lì è impossibile ripartire con serenità.
La nostra avversione alla guerra è il nostro segno distintivo e in ogni occasione, dal centro alla periferia, abbiamo praticato tale impegno (dalla settimana scorsa facciamo parte organicamente del Tavolo della Pace ad Assisi), così come la solidarietà ai popoli che lottano per la loro libertà ed emancipazione ci ha visto sempre al loro fianco.

Non ho parlato della comunicazione di Verde Ambiente, del Sito, del Bollettino News del Concorso, delle Immissioni e di Elettrosmog, delle Campagne (Diritti al Mare – Preveniamo gli Incendi – Bastamianto), della Festa di Napoli (ormai giunta alla terza edizione), dei Mercatini del Biologico a Milano e in Lombardia, degli OGM, della partecipazione al Festival Nazionale dell’Unità e di Liberazione, dell’avanzamento dei lavori per il recupero dell’Isola di Venezia, dell’apertura dei nuovi Circoli in Campania – Emilia – Lombardia – Basilicata – Piemonte, della costituzione di Parte Civile contro la mafia dei rifiuti e della devastazione in Puglia a Manfredonia e Altamura e a Santa Maria Capua Vetere, della manomissione e dell’attacco ai Parchi rintuzzato anche dalla nostra azione a Roma – nel Lazio e in Liguria, della nostra iniziativa per bloccare una legislazione ambientale a dir poco scandalosa, della nostra ricerca puntuale sulle aree contigue ai parchi e del loro utilizzo, dell’educazione ambientale e dell’avvio di un programma intenso, dell’iniziativa sul Mose a Venezia, delle pubblicazioni lombarde sull’Archeologia Industriale, dell’esperienza del Progetto Informa Lavoro e Hydromed in Sicilia, della conclusione del Progetto Europeo Zero RUP, del mercatino del libro usato a Milano, dell’opposizione al Piano di Sviluppo edilizio della penisola sorrentina e al Progetto di Bonifica di Bagnoli, della Campagna contro gli impianti inquinanti nel Chianti, della battaglia vinta per avere a Parma l’Autorità Alimentare (per primi e da soli).
Insomma, non ho parlato di tante cose e di tante di cui mi sono dimenticato.
La nostra cifra, la nostra differenza è quella di guardare avanti, quello che abbiamo fatto va analizzato, corretto se è da correggere, ma è già passato.
Il nostro futuro è qui, siete voi, sono i nostri amici, le nostre sfide – non ultima quella contro Monsanto rinviata a giudizio su nostra iniziativa (la prima volta).

Davide contro Golia.

Che Davide vinca ancora una volta?

CE LO AUGURIAMO.

 


Il nuovo Consiglio Nazionale è composto da 28 + 4 membri, e ha confermato
GUIDO POLLICE Presidente dell’Associazione.

Le Mozioni approvate:
- Sul progetto MOSE
- Sul Petrolchimico di Venezia e il Polo dell'Idrogeno

 

h o m e

 

.

.